Usare le piante per depurare e migliorare la qualità dell’aria non solo è possibile e piacevole. Ma conviene anche economicamente

Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale di Firenze e secondo il New Yorker uno dei World Changers del pianeta, sostiene da tempo che le piante possono insegnarci delle strategie per la modernità. E Pnat, la spin off dell’Università di Firenze, lo sta dimostrando. Da poco più di cinque anni il suo team, composto da architetti, designer e botanici, lavora a progetti basati sulla cooperazione fra uomo e mondo vegetale. E sta mostrando una strada originale per integrare in modo funzionale le piante negli edifici ad alta densità.

Il verde come elemento funzionale degli edifici

Il social housing, i supermercati, le grandi aziende sono stati il primo terreno di prova di Pnat, una sorta di sandbox sperimentale in cui gli studi di Mancuso sono diventati pratica. I risultati sono molto positivi per varie ragioni. Uscendo dall’idea della pianta come ornamento o come escamotage estetico, o come bizzarria architettonica, il verde diventa una parte funzionale degli edifici, con ricadute economiche e umane importantissime. E, cosa non da poco, dimostra scientificamente, dati alla mano, che usare le piante per depurare e migliorare la qualità dell’aria, o per creare orti in-haus ad alta efficienza, non solo è possibile e fa risparmiare energia. Ma conviene economicamente.

L'urbanizzazione ha trasformato le piante in ornamenti

Urbanizzazione è sinonimo artificialità, di antropizzazione esasperata. E questo non è un fatto recente: urbs in latino significa “segnare un limite”, dividere spazio umano e spazio naturale. Le città venivano fondate così: la leggenda dice che Romolo tracciò un solco e, dentro a quel solco, nacque Roma. E Remo scavalcò le mura per prendere in giro il fratello e la sua idea di separare il selvatico dall’umano. Finì male e una lotta di potere sfociata in un fratricidio fu l’evento di fondazione di una civiltà. Nell’estremizzazione di questa simbologia c’è molta parte della storia dell’architettura urbana che trasforma il mondo vegetale e i suoi abitanti in ornamento, li addomestica, li sequestra ponendo fine alla relazione simbiotica fra uomo e piante. Antonio Girardi, architetto di Pnat, spiega: “Per rimanere in metafora potremmo dire che noi cerchiamo di recuperare il pensiero di Remo: l’idea che uomini e vegetali possano recuperare un rapporto di collaborazione reciproca”.

Plant based solution

“Le prime sperimentazioni di plant based solution”, continua Girardi, “sono state testate in ambito pubblico. E hanno dimostrato che iniezioni massicce di verde in diverse tipologie di edifici funzionano e hanno ricadute ad ampio raggio”. È un esempio il progetto di rigenerazione Urban Jungle a Prato. Un edificio di social housing è stato attrezzato con una serra ad alta efficienza, creando lavoro, competenze e iniziative microeconomiche quantificabili. Una Fabbrica dell’Aria, che sostituisce o integra i tradizionali sistemi di ventilazione degli ambienti, è stata installata in un mercato coperto, garantendo un miglioramento consistente della qualità dell’aria, una migliore ossigenazione e, ancora una volta, una ricaduta economica. Perché le piante sono piacevoli alla vista, sono un fattore di miglioramento estetico universale. E intorno alla Fabbrica dell’Aria, all’interno del mercato, è stato allestito il market restaurant. La Coop di Novoli, dove è stata installata un’altra Fabbrica dell’Aria, registra un miglioramento della salute dei dipendenti e un risparmio energetico consistente.

Il verde ci rende felici

“Questi”, continua Girardi, “sono progetti scalabili, che si traducono con facilmente all’interno delle aziende e delle abitazioni private. Sono iniezioni massicce di verde funzionali alla performance architettonica, che trasformano la relazione fra progetto e mondo vegetale in cooperazione. L’aria incanalata viene filtrata dal terreno, assorbita dalle piante che la depurano trasformando l’inquinamento in biomassa. E restituendo aria pulita”.

“Siamo animali naturali, abituati a vivere in spazi aperti, in relazione profonda con il mondo vegetale” continua Girardi. “Questo spiega perché la convivenza con le piante fa stare bene: esistono esperimenti che provano che la memoria istintuale produce una sensazione di sicurezza e benessere quando siamo immersi nel verde”. Inevitabile che questo accada anche negli ambienti artificiali.

Piante e giardini trasformano i “non luoghi”

Quello di Pnat e di Mancuso, se è il primo esperimento che comporta benefici quantificabili, non è però il primo tentativo di integrare il verde negli edifici. Sembra anzi che la sfida progettuale delle città del futuro sia di creare una contiguità fra interno e esterno, fra natura e civiltà. Si costruiscono strutture urbane in cui le piante sono presenze fondamentali, pervasive e sorprendentemente funzionali all’uso dello spazio e alla capacità di assolvere a funzioni aggregative e sociali. I numerosi terminal degli aeroporti di Changi, a Singapore, sono collegati dal Changi Jewel, un edificio multifunzionale che ospita attività commerciali e di accoglienza distribuiti su 10 piani e 136 mila metri quadrati. Al suo interno sono distribuiti giardini tropicali che ospitano più di 3000 alberi e 60.000 cespugli. Il progetto è dello studio Safdie Architects, lo stesso che ha progettato il complesso urbano Marina Sands a Singapore. Un colosso architettonico che unisce residenze, strutture recettive, commerciali e uffici, cadenzati dalla pervasività di piante e giardini.

La felice distopia del verde

Moishe Safdie, fondatore di Safdie Architects, ha lavorato molto in Oriente e in zone tropicali, dove la natura è cosa completamente diversa rispetto a quella europea. Una natura che difficilmente si addomestica, che è invece invasiva, sempre presente. Eppure Safdie sottolinea come la rapida urbanizzazione del Far East abbia sconvolto l’aspetto delle città. Il suo intento è di riportare armonia, di includere l’esuberante biomassa tropicale all’interno delle architettura ad alta densità. O addirittura il contrario: è il progetto che si apre al mondo vegetale, che chiede il permesso di convivere e collaborare armoniosamente.

Una visione che nei progetti visionari di EcoLogicStudio, duo torinese trapiantato a Londra, trova un’espressione fortemente legata alla tecnologia, quasi a un immaginario fantastico. In un mondo che ha disperatamente bisogno di uscire dall’antropocentrismo, l‘intelligenza biologica e digitale dà risposte come Photo.Synthetica, un rivestimento bioplastico che consente di depurare l’aria grazie alle alghe che circolando al suo interno. E il futuro sembra davvero assomigliare a una felice distopia estetica.

 

Nella foto di apertura, il progetto di studio Drom, in collaborazione con Strelka KB che ha rinnovato Azatlyk Square a Naberezhnye Chelny, nella Repubblica del Tatarstan, in Russia, trasformandola in un multifunzionale spazio pubblico, in cui il verde contribuisce in modo visivo e funzionale all'identificazione delle diverse aree.