Per capire come insegnare il design (ma non solo) alle nuove generazioni è importante innanzitutto capire come pensano. E quali potenzialità oltre che problematiche si annidano nella forma mentis di una generazione digitale

Hanno accesso h24 a contenuti di tutti i tipi, possono incrociare informazioni provenienti da diverse fonti e consultare infografiche, metriche e dati. Gli studenti di oggi sono, sulla carta, la generazione potenzialmente più educata e positivamente critica della storia. È così? E, parlando di chi studia design, come si informano i progettisti di domani?

Grazie alla collaborazione di due studenti del secondo anno del corso di Product Design della Naba, Nuova Accademia di Belle Arti Luca Arrostuto e Allegra Caneva, Interni Design Journal ha realizzato un piccolo sondaggio dare una risposta a questa domanda.

I risultati sono interessanti perché sfatano il mito dello strapotere dei video rispetto ai testi (il 60% preferisce decisamente questi ultimi per informarsi) e quello della rete rispetto alla carta (il 62% la privilegia quando si tratta di leggere su “una tematica che appassiona davvero”).

Ma anche il ruolo dei vari strumenti di ricerca. La maggior parte degli intervistati (il 23%), infatti, usa Instagram al posto di Google come pagina di accesso alle informazioni e per le ricerche. Seguono a ruota, con il 21% i blog e i magazine di design mentre al motore di ricerca rimane un misero 10%. Solo una persona su 50 ha invece dichiarato di informarsi su YouTube.

Partire dai social per ottenere informazioni (tra quelle che interessano di più: come si progettano le cose e tendenze su colori, materiali e finiture negli interior) significa ovviamente affidarsi a un Feed scelto da qualcuno (gli algoritmi, che si basano sulle nostre scelte precedenti). “Insegnare il design a una generazione come questa è molto difficile”, dice Stefano Caggiano, Program Leader corso di Product Design all’Istituto Marangoni di Milano. “La loro grande qualità, che è allo stesso tempo una condanna, è un modo di pensare rapsodico, reticolare: è fatto di flash di link su argomenti che sfiorano velocemente prima di passare ad altro. Sanno quindi apparentemente tante più cose, su tanti più soggetti, rispetto agli studenti del passato. Ma essendo immersi in una quantità straordinaria di informazioni fin da piccoli, hanno dovuto iniziare a girare la testa prima di avere il collo: quindi fanno fatica ad andare oltre il primo livello di conoscenza”.

L’approfondimento, oggi, è quindi un’istantanea guidata dagli strumenti di comunicazione digitale, non un lavoro che si costruisce un pezzo alla volta. “I ragazzi lo sanno e ne soffrono ma uscire dal vortice di velocità non è facile. Tempo e fatica erano infatti fattori cruciali nella vita dello studente del passato: per capire meglio qualcosa doveva andare in biblioteca, cercare fonti, passare ore sui libri prima di trovare quello che cercava. Ora sarebbe obsoleto e anche probabilmente impossibile scegliere questa via piuttosto che la ricerca online di una risposta. Che però, arrivando in modo immediato, viene anche assorbita in modo diverso”.

“Quando studiavo design”, dice Odo Fioravanti che ha insegnato per 15 anni in scuole di design private e università pubbliche, “per vedere una tornitura bisognava organizzare una visita da un artigiano, passare tempo con lui. Oggi basta trovare il tutorial giusto e si impara molto di più in un tempo molto più condensato. Il problema è che nel primo caso, l’esperienza era unica e valutata come tale: rimaneva impressa nella memoria per sempre. Nel secondo, diventiamo uno dei milioni di utenti della pagina che ha pubblicato il tutorial e il valore percepito è molto basso”.

L’accesso a tutto h24 è, secondo Fioravanti, il vero nocciolo della questione. “Quando sai che i contenuti sono disponibili sempre non ti organizzi per trovarli: il più delle volte infatti gli studenti li cercano all’ultimo minuto: il sapere è una risorsa che danno per scontata”.

In queste considerazioni non c’è, ovviamente, un’ombra di giudizio. “Piuttosto, una constatazione della necessità di ripensare l’insegnamento. Gli studenti di oggi non sono mai veramente presenti – e non è solo una questione di DAD. Abituati da sempre a spostarsi da un topic all’altro senza soluzione di continuità, prestano la loro attenzione alle cose per pochissimo tempo, gestendo più soggetti e attività in contemporanea. È inutile criticarli: dobbiamo invece capire e agire, trasformando il nostro modo di parlare con loro. Immediatezza, freschezza e soprattutto l’onestà (anche nei giudizi, negativi o positivi che siano) sono le chiavi per avere la loro attenzione e rispetto”.

“Vedo, per esempio, che il design appassiona soprattutto quando si unisce a tematiche di attualità, legate alla vita e alle problematiche reali”, riprende Caggiano. “Come l’ambiente, l’economia circolare, le nuove tecnologie e i loro impatti sul quotidiano. Quando invece si va su metodologie old school li si perde immediatamente”.

Tutte queste problematiche, insieme alla realtà della DAD, stanno facendo discutere i docenti di tutte le Scuole di Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM). “Sto partecipando al CIANS (Coordinamento Istituzioni Afam Non Statali) proprio su come sfruttare lo smart schooling in un’ottica meno cattedratica, per trasformarlo da Didattica a Distanza (DAD) a Didattica Digitale Integrata (DDI)”.

Non è solo un cambio di acronimo: “indica, al contrario, un cambio di prospettiva”, conclude Caggiano. Il domani da costruire oggi è un nuovo modo di insegnare, che rispetti e sia in sintonia con il modo di apprendere dei nostri ragazzi”.

 

 

In apertura: la mostra ‘Memphis. Il colore degli oggetti’ dedicata ai migliori progetti degli studenti dell'Istituto Marangoni, in occasione di Milano Design City 2020.

Leggi qui l'approfondimento con l'intervista al curatore Stefano Caggiano