Oggi i nostri bagni sono concepiti come stanze complete di tutto, raffinate e con spazi per il benessere e il fitness. Ma la vera rivoluzione nel modo di progettarli l’hanno fatta le epidemie e la guerra a virus e batteri

“Sul giornale c’è scritto che non c’è nemmeno l’undici per cento di appartamenti col bagno, non c’è da meravigliarsi, ma ci si può lavare anche senza…”.

Sono passati sessantuno anni dalle avventure fuori e dentro il metrò della Zazie di Queneau. Da allora abbiamo visto trasformare i nostri bagni da regno dell’igiene ad avamposto del benessere (e in certi casi perfino del fitness), però ancora ci stupiamo nel leggere, per esempio, che la toilette dentro la casa e non in balcone è diventata di uso comune soltanto tra il primo e il secondo Dopoguerra. O che il doppio servizio non nasce per risolvere le liti in famiglia al mattino, ma un secolo fa, durante l’epidemia di Spagnola. Più o meno negli stessi anni in cui ospedali e sanatori rimuovevano la carta da parati liberando i muri bianchi e sostituivano drappeggi e pavimenti in legno con materiali facilmente lavabili, come piastrelle e linoleum. Mentre i tessuti chiari cominciavano a essere preferiti perché in grado di far passare la luce, nel presupposto che il bianco potesse perfino igienizzare le stanze.

La storia del bagno, insomma, l’hanno fatta costumi, religioni e fogne, ma anche le epidemie e la guerra a virus e batteri.

Così, quella che oggi somiglia tanto alla scoperta dell’acqua calda (che – a proposito – inizia a scorrere per la prima volta in un bagno papale con Clemente VII nel Rinascimento, ma diverrà di uso comune in America soltanto alla fine dell’Ottocento), è una conquista che procede di pari passo con l’avanzata dei diritti sociali e il progressivo riscatto dei ceti più poveri.

“L’acqua calda come strumento di prevenzione e attenzione igienica quotidiana appartiene agli usi della nostra società da pochi decenni” ricorda Domitilla Dardi, storica del design e autrice, con Carlo Martino, del bel volume, datato 2011 ma ancora attuale, Il bagno che verrà, edito dall’azienda di sanitari Catalano. “Basti ricordare che non molto tempo fa Totò stigmatizzava la reticenza alla pulizia in una delle sue più celebri battute: Si lava solo chi è sporco”. Sempre nella prima metà del Novecento, ricorda Dardi, era stato il bagno meccanizzato americano a compattare funzioni, diventando finalmente democratico e accessibile a tutte le classi sociali e facendo la fortuna degli alberghi. Che, per la prima volta, riuscivano a garantire una stanza, un bagno’ grazie a uno standard che prevedeva di posizionare gli allacci tutti sulla stessa parete e in colonna nella distribuzione verticale, sistema poi adottato anche negli appartamenti privati.

Un’altra grande visione, tipica di chi sapeva guardare più avanti degli altri, era stata di Le Corbusier, che nel 1931 allestiva nella Ville Savoye a Poissy, Parigi, un ingresso dotato di lavabo. Quell’intuizione del padre dell’architettura moderna era nata sull’onda dell’epidemia di Spagnola. E ora ritorna dettata dall’emergenza Covid-19 nell’appartamento di una palazzina anni Trenta in Città Studi a Milano, dove Claudia Campone, architetto fondatrice di Thirtyone Design, sta finendo di allestire PostHome, la casa post pandemica che sarà presentata all’inizio di novembre per rispondere alle esigenze della vita domestica dettate dal coronavirus.

“Le Corbusier aveva progettato Ville Savoye per un medico”, spiega Campone. “Succedeva negli anni in cui si iniziava a capire l’importanza di lavarsi le mani, spesso, con il sapone. Un bisogno che stiamo riscoprendo oggi per via del Coronavirus”. Per questo, la casa-manifesto del dopo pandemia prevede un ingresso-filtro tra l’esterno e l’interno, un vestibolo con il doppio ruolo di sanificazione, con il piccolo lavabo e lo spogliatoio, e di locker grazie al quale è possibile ricevere consegne in sicurezza proteggendo il resto dell’abitazione.

La nuova frontiera del bagno disegnato dall’ultima pandemia potrebbe essere proprio questa destrutturazione della toilette, il tentativo di sciogliere l’esigenza di igiene e sanificazione in tutta la casa, in spazi e momenti diffusi, continuando a riservare ai servizi quella funzione avanzata di luogo del benessere e del relax cui già assolvono da tempo, ospitando idromassaggi, angoli vanità e spazi per il fitness.

E questo mentre 250 milioni di persone al mondo continuano a non avere accesso a un bagno privato, 2,4 miliardi secondo l’OMS non ne hanno uno igienicamente adeguato e nel Pianeta ci sono più smartphone pro capite che wc.

Ricordiamocelo, il prossimo 19 novembre, per il Water Day, e possibilmente non solo al mattino appena svegli, di stare seduti sul più importante progetto di design salvavita di sempre.

Nell'articolo, alcune delle 17 architettoniche d'autore di The Tokyo Toilet: 16 progettisti internazionali, tra cui Tadao Ando, Kengo Kuma, Toyo Ito, Marc Newson e Nao Tamura, hanno ideato bagni pubblici esteticamente ricercati, puliti e accessibili a tutti, distribuiti nel quartiere di Shibuya, a Tokyo. In Giappone, i servizi igienici sono da sempre un simbolo della cultura dell'ospitalità, con questo progetto di The Nippon Foundation anche quelli pubblici diventano luoghi dedicati alla cura della persona, dotati di tecnologie avanzate (tutti dispongono del sistema washlet). In apertura: Yoyogi-Fukamachi Mini Park toilet progettata da Shigeru Ban. Foto di Satoshi Nagare. Courtesy The Nippon Foundation.