Nell'era del social distancing ci salveranno gli spazi generosi. Mentre strumenti digitali e visual design ci aiuteranno a vivere parte della nostra vita in remoto

Anche in architettura le parole sono pietre. Specialmente in tempo di emergenza, con la pandemia che ridisegna lo spazio, i rapporti umani, la vita. “Il pericolo inizia dall’uso errato delle parole e del loro senso” avverte Alfonso Femia, architetto internazionale che nelle proprie radici a Genova, stretta tra la montagna e il mare ma generosa nel rapporto fisico e percettivo tra le persone e le architetture, trova ispirazione e passione per ragionare della città post Covid-19. Femia rifiuta il concetto di “distanziamento sociale” a favore di una distanza fisica che non neghi la prossimità sociale, come fa nel suo appello Ilaria Marelli, seguita da una lunga schiera di colleghi che hanno parlato del bisogno di “progettare la fiducia”. Il sociologo Francesco Morace s’è spinto oltre e con un’immagine poetica ha parlato della sfida di “ridisegnare il respiro”.

Generosità, non distanza

Ma come progettare, in concreto, fiducia e respiro? Femia, che con il suo Atelier ha in curriculum progetti, recenti e non, di spazi ‘generosi’ – dall’ultima trasformazione dei Frigoriferi Milanesi e del Palazzo del Ghiaccio a Milano alla Dallara Academy vicino a Parma passando per i Docks di Marsiglia – parte dallo stato dell’arte. “Quello della scarsa generosità degli spazi è un tema lasciato da sempre ai progettisti e mai affrontato dalla legge. Forse, se avessimo avuto delle norme precise, ora la fase due della pandemia sarebbe più semplice”.

Generosità e non distanza: eccola la parola chiave dello spazio urbano post Covid-19. “Generosità vuol dire mettere al bando dopo decenni l’‘asciugatura’ esasperata e perversa dello spazio, funzionale a un rapporto economico che ha ridotto al minimo i luoghi di condivisione e che è stato solo fonte di ipocrisia, cinismo e cattiva qualità”. Ed è nel nome della generosità che Femia non ama i progetti ‘difensivi’ partoriti da colleghi illustri come la visiera di Norman Foster, le mascherine personalizzate di Danielle Baskin e le altre forme di scudo circolate in questi mesi sul web. “Sono divertenti, forse, ma nulla di più. E i pannelli in plexiglass discutibili, ma soprattutto pornografici, se consideriamo che le superfici possono ospitare il virus per periodi variabilmente estesi”. Così, mentre in Italia chiudevano le scuole, e dalla Danimarca arrivavano immagini di piccoli e piccolissimi a fare lezione o a giocare nei playground, generosissimi, del parco Tivoli, dello zoo di Copenhagen e nelle sale del Museo Nazionale Danese, Femia si aggiudicava due concorsi per una scuola a Legnago e un centro di ricerca e campus ad Annecy in Francia orientati a un efficace social distancing che non preclude la frequenza.

A proposito di generosità e fiducia, Massimo Alvisi dello studio Alvisi Kirimoto sviluppa l’idea progettuale di domani dalla famiglia, “il luogo più sicuro dove ciascuno si prende cura degli altri e nessuno mette a rischio i propri cari. Immaginiamo di mettere in rete questi piccoli nuclei a partire dal condominio, proviamo a considerarli beni pubblici regolabili da accordi tra Comuni e privati. I balconi sono diventati piccoli palcoscenici e i tetti piazze per il gioco, ampliando il paesaggio naturale delle città. Riprogettare queste sezioni urbane mettendole in relazione tra loro e chi li abita sarà un lavoro incredibile e appagante, valido dai borghi alle metropoli. Una sorta di ‘balcone verticale’ scalabile nel nome della socialità ritrovata”.

Aggiornare logiche vecchie di quarant'anni

Ridare valore alla relazione tra uomo e ambiente significa anche aggiornare le logiche distributive vecchie di quarant’anni. E qui, sostiene ancora Femia, digitale e visual design sono ottimi alleati. “Visual design non vuol dire semplicemente informare con cartelli e immagini, ma generare consapevolezza e responsabilità. La grafica può essere un driver”. Dello stesso avviso Alessandro Cambi, Francesco Marinelli e Paolo Mezzalama di It’s, studio romano attivo in tutta Europa. “Un materiale non deve per forza essere fisico: può essere virtuale”. L’idea è di sviluppare una doppia dimensione: “Fisica (ridotta) e virtuale (estesa), visto che vivremo in un equilibrio variabile tra i due mondi. Ma in ognuno occorre riportare sempre l’uomo e il suo benessere al centro. Non è necessario partire da zero: basta riprendere e incanalare tutti i ragionamenti fatti finora sulla flessibilità in una visione unica e aggiornata. Per esempio, immaginare il nuovo abitare secondo i principi dell’Active House (luce, benessere, risparmio energetico) come stiamo facendo per un progetto residenziale all’Eur di Roma. O parlare seriamente di smart city e non con la superficialità che ha portato a due fazioni opposte, pro e contro, ambedue povere di contenuto”.

L'altro concetto chiave: i materiali

Resta da vedere di quale materia saranno fatti i sogni, e le città, del futuro, ma qualche punto fermo c’è già. “Mentre il Ministero della Salute italiano dà indicazioni vaghe sulla permanenza del virus sulle superfici, uno studio scientifico del New England Journal of Medicine, segnala che è sulla plastica e sull’acciaio che dura più a lungo” avverte Femia. “Mai come in questo momento la fretta deve lasciare spazio al tempo di riflessione e di approfondimento. E anche le soluzioni di ampliamento della capacità ospedaliera – progetti di pod e prefabbricati rapidi – devono essere valutate con cautela: unità scollegate dal nucleo operativo scientifico degli ospedali (laboratori e ricerca) hanno, proprio in caso di emergenza, più limiti che pregi”.

Tracce di distanziamento "soft"

Al visual design inteso quasi come una nuova superficie si rivolge anche uno studio d’eccellenza nel campo della ristorazione, il palermitano Didea: qui i progettisti si stanno confrontando col rompicapo dei coperti da diminuire. “Tutto questo paradossalmente potrebbe essere una nuova estetica in sé. Sarebbe interessante non fermarsi alla necessità di una segnaletica di sicurezza con il semplice utilizzo di pannelli in plexiglass, ma partire da lì per ottenere soluzioni gradevoli e migliorative come, per esempio, elementi separatori tra i tavoli che utilizzino materiali naturali come il legno o il ferro, anch’esso adatto ad assumere diverse trame dove intrecciare piante e fiori o tessuti. Oltre che efficaci, sicuri e belli, potrebbero anche essere usati come appendiabiti e contenitori, liberando le entrate o i corridoi spesso poco fluidi. Anche con il lighting design, i corpi illuminanti potrebbero essere utilizzati come traccia di distanziamento e perimetrazione di aree”. Proteggersi con la luce e la natura: anche questo è fiducia e design.

 

 

In apertura, foto di Stefano Rosselli, parte del reportage Coronavirus Milan, realizzato il 13 marzo 2020. Lo scatto ha partecipato all'iniziativa benefica 100 Fotografi per Bergamo a sostegno del reparto di rianimazione e terapia intensiva dell'Ospedale Papa Giovanni XXII di Bergamo.