Gli oggetti che ci parlano esistono. Sono quelli a cui ci aggrappiamo nel momento del bisogno. Capirli è importante: nella relazione simbolica che creiamo con loro si trovano le ragioni per rivoluzionare la cultura materiale e inventare modelli alternativi di consumo. E di vita

Non è divertente chiedere a una decina di persone, nove designer e un’artista, qual è il loro oggetto del cuore. Perché parlare di amore sembra quasi fuori luogo, in certi ambienti. Il meno che può capitare è di essere accolti con un certo sospetto. Ma, superata la prima diffidenza, succede qualcosa di magico. Emergono visioni radicali, legami ossessivi eppure sensati. Ragioni profonde di una relazione che inaspettatamente dirige il lavoro, dalle scelte progettuali al bisogno profondo di trovare significati individuali in un mondo sovraffollato di narrazioni poco convincenti.

Domandare “Qual è il tuo oggetto del cuore?” apre delle porte sulla complessità del vivere progettando, immersi in relazioni sempre molto coinvolgenti con le “cose”. È un’intimità che si concede con riserbo, di cui si parla quasi confessandosi e, al contempo, dandosi uno spazio per dire cosa davvero conta nel proprio lavoro. Evviva quindi la parola “cuore”, che nelle prossime righe concede il privilegio di ri-pensare in modo più organico e serio alla relazione fra esseri umani e oggetti. E per scoprire che, in effetti, gli oggetti che contano davvero sono le “iper-cose”.

Gli oggetti che contano davvero sono le iper-cose"

Il rompitratta - Matteo Ragni

Sono affezionato a questo piccolo oggetto per diversi motivi. Innanzi tutto perché è memorabile. La sua forma elementare, benché sofisticata, lo rende una vera icona del nostro design. Ha poi qualità sensoriali fuori dalla norma, pensate quando parlare di queste cose non era di  moda: produce un feedback sonoro quando si attiva, il famoso “clic alla Castiglioni”.

Mi affascina constatare come, nel trambusto del 1968, sia potuto nascere un oggetto così calibrato e discreto, una vera e propria rivoluzione invisibile che si è insinuata nelle case di tutti gli italiani. Quando nessuno sa chi è l’autore di un prodotto ben pensato e disegnato, ma lo apprezza per il suo valore intrinseco, si esprime la vera ragione del design. Così il rompitratta per me è un feticcio, un oggetto che porto addosso, che ho usato come portachiavi e come braccialetto. Un ornamento che mi dice chi sono.

I bicchieri - Astrid Luglio

Esistono delle qualità intangibili in alcuni oggetti. Un’aura che li rende unici, che li fa brillare.

Durante il lockdown è stato molto importante per me individuarne alcuni in casa. Piccole cose con extra-dimensione.

Ho rotto interi servizi di bicchieri nella mia vita, ma ho la fortuna di lavorare con la soffiatura del vetro borosilicato. Quindi la nostra credenza si svuota e si riempie periodicamente di oggetti collezionati nel tempo e di una moltitudine di prototipi.

A ognuno di essi viene assegnata una funzione di volta in volta differente. Bere un tè pomeridiano in una bowl, un bicchiere d’acqua a pranzo in una coppa di cristallo, un caffè mattutino in una flûte colorata, un amaro la sera in un piccolissimo cilindro rigato, un vino in un calice sproporzionato.

Oggetti liberi dalla schiavitù di aderire a un ruolo prestabilito, forme da reinventare che hanno accompagnato i miei gesti quotidiani rendendo ogni momento della giornata un po’ più speciale.

I libri - Joe Velluto

Non c’è un oggetto che amo più di altri. Ma non riesco a separarmi dai miei libri. Ne ho moltissimi e continuo ad acquistarne. Non li ho letti tutti, ma impossessarsi di un libro rappresenta un impegno a leggerlo, un giorno. Sono molto pignolo con loro: li tratto delicatamente, li presto raramente, li sottolineo solo con la matita e guai a piegare le pagine. L’altro giorno mia figlia ha scarabocchiato la copertina di un libro che ha trovato nella stanza dove faccio zazen. Prima ho visto lo scarabocchio, poi ho letto il titolo: Libertà dal conosciuto di J. Krishnamurti.  Mi sono messo a sorridere e ho pensato: non è espressione di libertà uno scarabocchio? Lo scarabocchio sarà la copertina “ufficiale” di quel libro della mia collezione.

La candela - Sovrappensiero

Siamo molto legati, forse da sempre, alla candela. Un oggetto che esiste da che abbiamo memoria, fatto di un materiale che spesso abbiamo utilizzato nei nostri progetti. Un materiale che può far luce, dare calore e speranza, come una preghiera. Usavamo  la candela sugli angoli dei muretti per strada per poterci scivolare con lo skateboard da ragazzini. Le usiamo come luce in momenti romantici e le lasciamo sciogliere accompagnate da pensieri per le persone assenti. La candela, nella sua semplicità è un oggetto per noi fondamentale per giocare, amare e ricordare.

L’orologio - Tommaso Caldera

Ho un orologio da polso che mi è stato regalato da mio zio, un Longines nel 1967 a carica manuale. Anche lui lo aveva ricevuto in regalo, nel luglio di quell’anno, per il suo diploma, come testimonia un’incisione sulla cassa.

Tecnicamente è un oggetto perfetto, che non ha una fine. E in fondo l’orologio è uno dei pochissimi oggetti di design che riesco a indossare a contatto col corpo. Le sue qualità mi ricordano quotidianamente le ragioni per cui faccio questo lavoro. C’è una parte di controllo, di studio e di ricerca. Ed è la parte che poi cedo, perché la relazione che si crea fra quello che disegno e le persone è totalmente autonoma, indipendente dai miei pensieri e dalle mie riflessioni. È la parte di relazione affettiva, di attribuzione di significati altri. Paradossalmente questi sono i motivi per cui disegno oggetti: per quella vita che hanno dopo, quando diventano parte di un legame, o di una memoria.

La sedia - Antonio Aricò

È stato il primo progetto realizzato con mio nonno artigiano, il pretesto per cominciare una ricerca progettuale in territori alternativi.

Ed è l’oggetto che uso di più, ogni giorno. È stato anche uno dei primi progetti che mi hanno permesso di guadagnare dei soldi e vivere del mio lavoro. È una sedia pesante, che spesso ha attirato i commenti negativi di qualche designer minimalista. Ma è amata da chi invece apprezza la materialità, il peso, la presenza. Non stanca.

L’idea per disegnarla mi venne dopo aver visto un film di Almodovar: in una scena una sedia enorme campeggiava dietro a una scrivania. Ho fatto una ricerca e ho scoperto che è un pezzo di arredamento tipico della cultura spagnola e portoghese. L’ho ridisegnata e per errore il prototipo risultò con uno schienale troppo spesso. Ma non l’ho corretto: lo schienale è rimasto così, con un disegno che impone un lavoro di incollaggio folle. Ma è un oggetto vero, quotidiano, forte.

La fotografia - Antonio De Marco

Io amo gli oggetti solo se sono un mezzo per legarmi a persone o a memorie. Se sono pieni e ricchi di significati valgono, altrimenti possono anche finire in spazzatura. Dovendo decidere cos’è un oggetto che amo, devo prima dire cos’è l’amore: per me è qualcosa che non smette di parlarmi ogni volta che il mio sguardo lo incontra.

Di conseguenza, il mio oggetto del cuore è una vecchia fotografia che ritrae una parte della mia famiglia mentre lavoriamo il tabacco in Salento. Non è una semplice immagine. La definisco un’iper-fotografia, un oggetto che mi ripete le memorie di infanzia, il tempo passato a infilare il tabacco, la forma dell’ago che usavo e l’arancione del filo. È un tesoro prezioso. Come una bicicletta Umberto Dei che nessuno usava e che ho restaurato per andare in università. Mi sentivo un commendatore quando la inforcavo una volta sceso dal treno. Me l’hanno rubata qualche anno fa e ancora la cerco, come cercherei un amore perduto in ogni donna che incontro.

Cos’è un oggetto che amo? Prima devo dire cos’è l’amore: per me è qualcosa che non smette di parlarmi ogni volta che il mio sguardo lo incontra"

L’iPhone - Pietro Corraini

Ho passato la quarantena lontano da casa, in un luogo dove non c’era niente che mi appartenesse veramente. E l’unico legame con la vita, il lavoro, gli affetti, è diventato il mio iPhone. È accaduto a molti: il cellulare come unico strumento di connessione col mondo.  Ed è una delle cose affascinanti che vedo nelle polemiche sui migranti: come ci si può stupire che possiedano un cellulare? Adesso lo abbiamo capito tutti: non è un lusso, è lo strumento che abbiamo usato per accudire le relazioni e sentirci meno soli. Mi rendo conto che in realtà non è l’oggetto in sé, ma la sua funzione di porta verso il mondo, di protesi per corpi che non si possono incontrare. E ho capito che potrei fare a meno di tutto, ma non del cellulare. La rivoluzione vera è stata questa: la consapevolezza di quello che custodiamo in un oggetto tecnologico.

La polvere - Giulia Currà

Sono figlia di traslocatori, la mia pratica artistica è iniziata in mezzo alle scatole che custodivano gli oggetti che le persone portavano da una casa all’altra. Oppure che decidevano di abbandonare, di vendere, di dimenticare. Vagavo nel magazzino dei miei genitori e curiosavo. Soffiavo via la polvere dai coperchi delle scatole e si apriva un mondo. Per questo l’oggetto del mio cuore è la polvere. Ha un valore simbolico in tutto il mio lavoro, riunisce le mie diverse identità, è veicolo di relazione, traccia della storia di un oggetto dentro a uno spazio.

Il mio lavoro nasce dalla relazione che ho con gli oggetti. E il mio interesse per le cose inizia dalla presenza della polvere. Di quella lasciata come un’impronta o di quella che spazzo via da un oggetto. La polvere è il primo segno di attenzione, di cura, è un invito ad agire. Il dizionario la definisce come “particolato infinito e incoerente”. Un lemma che si adatta perfettamente al mio modo di fare arte, invitando le persone a lasciare un oggetto nella Casa Museo di Porta Cicca. Casa mia e, al contempo, un’installazione che mette in scena, in modo destabilizzante, la relazione fra spazio intimo e spazio pubblico, fra il lasciarsi invadere e il proteggere.

Oggetti che raccolgo - Francesco Faccin

Ci ho pensato parecchio ma davvero non ho un oggetto a cui sono più affezionato...

Li amo tutti allo stesso modo. Ho parecchi oggetti trovati e raccolti nell'arco di una vita che sono molto importanti per me, ma non ne ho uno speciale.  Li considero come un insieme. Raccogliere oggetti mi ha aiutato molto negli anni a capire cosa mi piace e perché. A capire i materiali e le ragioni di una forma, di una funzione o di un significato. Imparo molto dagli oggetti trovati, popolari e anonimi, molto più raramente dagli oggetti di design”.

Nella foto di apertura Paola Pivi, I wish I am fish, 2009, parte di Viaggi da camera’, il progetto online della Fondazione Nicola Trussardi che per 67 giorni, dal 27 marzo al 1 giugno 2020, ha raccolto e distribuito quotidianamente immagini, video e testi scelti da artisti italiani, invitati a raccontare il proprio spazio domestico e i loro viaggi immaginari durante il lockdown. Photo: Hugo Glendinning / Coprodotto da Paola Pivi, Auckland Art Gallery Toi o Tamaki, Auckland, The Chartwell Trust, Auckland / Courtesy Galleria Massimo De Carlo, Milano, Galerie Emmanuel Perrotin, Paris-Miami.