Omaggiare il passato, riscoprirlo, recuperarlo. Per andare avanti spesso serve guardare indietro e prendere la rincorsa. In Italia, però, dove per i designer il passato è un Grande Passato, non è facilissimo...

Svela il mito: uccidi il padre e – detto brutalmente – possiedi la madre. Parafrasando il complesso di Edipo e adattandolo al mondo del design: ammazza il maestro e conquista l’azienda.

Se chiedessimo a Freud di aiutarci a comprendere il rapporto fra maestri e designer eternamente ‘giovani’ forse potremmo capire meglio il senso del classico, il ruolo dell’icona e l’importanza dell’omaggio.

Qualche esempio? La Parentesi di Achille Castiglioni e Pio Manzù rivisitata da Konstantin Grcic. L’iPhone liberamente ispirato alle calcolatrici di Dieter Rams.  La Moka di Alfonso Bialetti nata negli anni ’30 ridisegnata da David Chipperfield. L’intramontabile Thonet omaggiata nel 2008 da James Irvine per Muji. Il telefono Grillo di Richard Sapper e Marco Zanuso, classe 1965, che dà la forma allo StarTAC di Motorola. L’effetto matrioska, poi, potrebbe essere infinito: dalla Cantilever, creata nel 1926 per mano dell’architetto olandese Mart Stam, è nata la Panton Chair di Vitra; che, a sua volta, ha dato il via a fantasie e interpretazioni manieristiche più o meno riuscite.

La materia, insomma, è complessa, in grado di scatenare passioni, dinieghi, imbarazzi, desideri di eternità. E per scardinare il re dei tabù – il complesso rapporto con il maestro, chiunque egli sia – abbiamo scelto la via dell'intervista da lettino.

Per scardinare il re dei tabù abbiamo scelto la via dell'intervista da lettino"

Giulio Iacchetti

I padri si uccidono, ma ai nonni si vuol bene” risponde sornione Giulio Iacchetti. “Per quanto riguarda i miei coetanei, non ho mai percepito un conflitto generazionale, né un desiderio di parricidio. L’attenzione verso i maestri non è così combattuta come invece avviene tra padre e figlio. È stata piuttosto la generazione di mezzo a soffrire della presenza imponente e ossessiva dei grandi maestri. Erano loro che facevano molto e di tutto, e per questo sono rimasti schiacciati. Noi invece siamo molto più liberi”.

Enciclopedia vivente, Iacchetti annovera pezzi e date (molti dei quali citati nell’introduzione). E anche lui si è cimentato nell'arte della rivisitazione. “Darwinianamente parlando, c’è un’invenzione, unica e rivoluzionaria, che crea un prima e un dopo a cui fanno seguito modifiche e perfezionamenti. Per quanto mi riguarda ho fatto questa operazione nel gioiello infradito Tau per Danese con cui faccio una dichiarazione aperta a Enzo Mari e al suo centrotavola Putrella: l’ho ridotto in scala e fatto diventare un piccolo prodotto prezioso".

Un altro esempio nei laminati. "Come direttore artistico di Abet Laminati, insieme a Matteo Ragni sto facendo un lavoro di raccordo con la tradizione che non sia una ripetizione degli antichi fasti. Ettore Sottsass ha dato al laminato Abet la notorietà che ne ha fatto il materiale di scelta di una generazione di progettisti. Quello che vogliamo ricreare non è la modalità scelta dal fondatore di Memphis ma lo spirito, il desiderio di dare valore a una superficie che offre possibilità creative infinite. Lo faremo interpellando una nuova generazione di designer a livello internazionale. Non ci sono quindi rotture, non dobbiamo dimostrare nulla: cercando il superamento troviamo nuove praterie. Forse viviamo una dimensione post moderna in cui tutti siamo sommersi dalla storia e non possiamo liberarci. Però si può tenere lo sguardo rivolto all’indietro se esiste in noi un vero desiderio di andare avanti. Quando corri verso il futuro, che fai? Prendere la rincorsa è sempre una buona idea”.

Cercando il superamento troviamo nuove praterie"

Elena Salmistraro

C’è chi il padre non lo ammazza, ma lo mette, semplicemente, sul piedistallo. La designer Elena Salmistraro ha disegnato un tributo ai suoi quattro maestri – Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Michele De Lucchi, Riccardo Dalisi – ideando statuine in ceramica per la collezione Most Illustrious realizzate nel 2018 da Bosa.

“Uccidere il padre è stata solo una fase, quella dell’università dove ti inculcano un genere di design classico e legato all’industria. Quindi per me c’è stata una ribellione, sono andata avanti e voltato pagina: solo così ho potuto crearmi il mio mondo e il mio stile”. E ammette: “Ho imparato l’arte e l'ho messa da parte. Ed è stata anche un po’ la mia fortuna: i piccoli totem rappresentano dei personaggi che sono vere e proprie icone del design, composte dagli oggetti stessi che questi maestri hanno disegnato e che li hanno resi immortali. Sono i padri che mi sono scelta e che mi hanno ispirata una volta uscita dall’Università continuando a seguire le mie passioni, come l’estetica degli anni Settanta e Ottanta, Memphis e Alchimia. Per primo sono partita da Mendini che più si avvicinava al mio approccio sul design: ironico e libero”.

Dei maestri francamente me ne infischio"

Luca Nichetto

“Dei maestri, francamente, me ne infischio”. Su questo tema (molto italiano), dalla sua Stoccolma Luca Nichetto ci scherza su. “La mia generazione è stata messa ben sotto pressione dai maestri. Quando ho avuto la fortuna di uscire fuori dai confini italiani, confrontandomi con altre culture – scandinave o giapponesi – ho scoperto quanto questa dinamica ci leghi tutti: ‘mal comune mezzo gaudio’. C’è sì ammirazione, ma anche sofferenza nei confronti di queste figure. Però dobbiamo considerare anche il ruolo dell’azienda. Gio Ponti con Richard Ginori o Alvar Aalto con Artek sono state personalità con un forte impatto sulle realtà imprenditoriali che, a loro volta, sono diventate protesi del loro genio artistico. Quando ho avuto la possibilità di progettare per Svenskt Tenn, ad esempio, mi sono dovuto confrontare con il lavoro dell’architetto austriaco Josef Frank. È stato difficile pensare a come prendere quell’eredità e trasformarla in una mia interpretazione diversa: il risultato è stata la collezione di lampade in vetro di murano Fusa. Con Wittmann in Austria, nata alla fine del ‘900 e dotata del grosso archivio di Josef Hoffmann, architetto tra i maggiori esponenti della Secessione, mi sono dovuto calare in quel movimento artistico, capendo che quel Dna era legato all’identità stessa dell’azienda. Ho preso ispirazione, ho reinterpretato un certo tipo di linguaggio ed è nata la collezione Paradise Bird. Affinché un pezzo diventi classico, però ci vogliono anni, successo commerciale e quella capacità unica di anticipare i tempi”.

 

Sarà quindi il tempo, come sempre, a dire quali rivisitazioni resisteranno al divenire della stagioni. E chi, andando oltre i maestri, diverrà lui stesso un maestro agli occhi delle generazioni più giovani. Da ammirare, capire, seguire e anche – un pochino – uccidere.