Davanti allo sconvolgimento di ogni mutazione, il design ha sempre risposto proponendo una nuova cultura estetica. Perché per progettare l’ordine bisogna amare il caos e saperlo trasformare in una bellezza inedita, capace di rendere tutto comprensibile e accettabile

Il design mieteva vittime anche nel Settecento. In Palladio e il palladianesimo, infatti, Rudolf Wittkower racconta l’ira della Duchessa di Marlborough contro Lord Burlington, reo di aver progettato le colonne dell’Assembly Room “ravvicinate quanto una fila di birilli”. Senza alcun riguardo, diceva la duchessa, “per chi indossa una sottogonna a cerchio come la mia e non può passare tra esse”.

È significativa questa piccola storia che Marco Susani e Defne Koz, designer con studio a Chicago e un passato a fianco di Ettore Sottsass e a capo dell’Interaction design in Motorola, usano per spiegare la sfida che attende il design dopo la pandemia. E, soprattutto, come la cultura del progetto può vincerla sul terreno che gli è naturale: quello della bellezza.

Promuovere nuove culture estetiche, nate dalla necessità

“Ci sono stati periodi storici in cui l’abbigliamento ha definito uno spazio ampio di espressione. Dalle gonne del Settecento ai costumi dei balletti di Schlemmer, in molte epoche la moda ha definito una estensione di volume intorno alla persona. Se mi vesto così, non è per allontanarti: è solo che il mio corpo, lo spazio della mia espressione individuale, è cresciuto”.

Vista in questi termini, la distanza fisica non è più un limite, ma diventa uno stile: “Tocca al design volgere in opportunità il gap”, spiegano Susani e Koz. Del resto, è quello che il design ha sempre fatto, la sua cifra e la sua missione: davanti a ogni cambiamento sociale, economico e culturale, rispondere promuovendo una nuova cultura estetica.

Il design ci ha avvicinati alla tecnologia, alla biologia e all'estetica dell'effimero

È successo con la tecnologia, quando i personal computer sono stati trasformati da scatole grigie a oggetti cult, prima da Olivetti e poi da Apple. È successo quando la biologia ha iniziato a germinare negli studi dei progettisti, per esempio con gli esperimenti di Neri Oxman, installazioni dai risultati non subito apprezzabili e divenuti via via più maturi, in qualche caso perfino iconici o quantomeno immaginifici come quella a base di melatonina che l’anno scorso apriva la mostra Broken Nature alla Triennale di Milano. Forse il design riuscirà nel medio termine a farci accettare perfino la bellezza effimera, quella destinata a dissolversi, come dimostrano le belle creazioni dell’israeliano Nir Meiri, lampade realizzate con miceli, alghe marine, sabbia e sale marino, o di Fernando Laposse che usa le foglie di mais per impiallacciare.

L'invenzione dello spazio del rispetto

Questo vuol dire che il design ci farà accettare perfino la distanza fisica, rendendo belle mascherine e outfit marziani come da settimane ne girano sul web?

“Il primo passo” secondo Susani e Koz “sarà lavorare sui nuovi comportamenti: dare significati positivi a questi ultimi, riuscire a immaginare stanze, tavoli e divani che suggeriscano distanze amichevoli invece di separare. Possiamo definire la chiave di questo nuovo periodo del design come l’invenzione dello spazio di rispetto’, dove per rispetto si intende il rispetto degli altri, il rispetto delle nuove norme sociali, e la chiarezza che il rispetto della distanza dagli altri non significa il rifiuto della vicinanza emotiva”.

Avremo barriere-non-barriere e definiremo una nuova ergonomia sociale

Per andare sul concreto, Susani e Koz immaginano barriere-non barriere fatte di elementi immateriali come luce, trasparenze e colori: “Le stesse forme degli oggetti, un po’ come le gonne del Settecento, possono aiutare a definire la sfera-sociale-dei-due-metri senza necessariamente diventare barriere.

Più avanti è invece, probabilmente, la categoria dei servizi, attrezzata meglio ad affrontare il prossimo periodo perché gran parte dei progetti di questo tipo sono già trasferiti nello spazio digitale. Ma occorrerà comunque reinventare il confine fra servizi digitali e mondo fisico: la prossima generazione del front-end dovrà ripensare il concetto di sportello e lo spazio e le procedure di consegna e ritiro dei beni materiali. Senza considerare, poi, gli spazi che si aprono per riscoprire, e rifondare, la prossemica, che, studiando le relazioni interpersonali nello spazio, deve aiutarci a comprendere i nuovi comportamenti sociali, e definire una nuova ergonomia ‘sociale’, che deve passare dallo studio dello spazio individuale e funzionale di lavoro allo studio della collaborazione ‘orchestrata’ negli spazi di rispetto”.

Cosa sta facendo, in concreto, il mondo del design?

Altro discorso è dove siano rintracciabili, oggi, i segni che i designer hanno iniziato a intraprendere questa sfida. Un altro progettista visionario come Francisco Gomez Paz, ossessionato dal concetto di innovazione (“non può esistere progetto che non sia innovativo, o che almeno non provi a esserlo”), coglie questi segnali. Però fuori dalla stretta cerchia dei colleghi.

Per spiegare il concetto, il designer diviso tra l’Argentina e Milano ricorre a un capolavoro dell’arte: Saturno che divora i suoi figli, di Goya. “Il design, oggi, somiglia tanto alla divinità che toglie di mezzo i propri eredi per paura che lo spodestino. Abbiamo paura del nuovo, dell’ignoto. Invece, dovremmo accettare che il mondo è cambiato e fare i conti con la nostra inerzia cogliendo un potenziale anche nella negatività”. Ed è quello che stanno facendo da settimane i maker: “Molto più dei designer che si sono messi a progettare mascherine, alcune belle, ma più esercizi di stile che veri progetti innovativi, mi sembra interessante il lavoro di quella community che da settimane fabbrica respiratori con stampanti 3D. Un atteggiamento fattivo che mi ha sorpreso, migliaia di persone stanno liberando una creatività condivisa e open source che può dare frutti ovunque ci sia un fab-lab, superando i limiti delle leggi internazionali e dei mercati”.

Insomma, il design dovrebbe guardare alla comunità troppo spesso bollata snobisticamente come “smanettona” per trarre il giusto ossigeno? “Perché no. Siamo alle colonne d’Ercole del design, viviamo delle conquiste di chi ci ha preceduto e verso cui non sempre dimostriamo la giusta gratitudine. Ora è tempo di guardare avanti. Non è il design che ha portato l’uomo fuori dalle caverne, ma l’approccio da designer. È questo che dobbiamo ritrovare, la spinta verso l’utopia che ci può spingere a mettere ordine nel caos. E se vuole progettare l’ordine, il design deve amare il caos. E farlo pensando alla bellezza, che può rendere comprensibile e accettabile anche le regole di una pandemia, attraverso oggetti desiderabili. Se non è design questo…”.

 

In apertura, Le balene sono tornate’ di Giorgio GalimbertiLa fotografia fa parte dell'iniziativa benefica 100 Fotografi per Bergamo a sostegno del reparto di rianimazione e terapia intensiva dell'Ospedale Papa Giovanni XXII di Bergamo.