Non è mai facile sbarcare il lunario facendo il designer, ma con la pandemia le difficoltà si sono amplificate. Il lockdown ha manifestato limiti e contraddizioni dell’intero sistema produttivo e delle relative remunerazioni

L'intero settore del design industriale si è sempre basato, dal punto di vista della remunerazione, sul modello delle royalties, quello per cui il progettista guadagna una percentuale su ogni pezzo venduto. Cosa succede se la catena della vendita si interrompe, come è accaduto durante la pandemia?

Il trimestre che abbiamo appena passato e il prossimo saranno drammatici” spiega Alberto Meda, industrial designer e maestro del design italiano. Nel momento in cui le aziende smettono di produrre e vendere i propri prodotti, le royalties diminuiscono o nel peggiore dei casi si interrompono. La sofferenza economica del progettista è, di fatto, una riflessione in percentuale di quella dell'azienda per cui lavora".

Per i designer che vivono basando le proprie entrate esclusivamente sulle royalties, insomma, il Covid potrebbe riservare delle brutte sorprese nei mesi a venire. Tendenzialmente le royalties sono alla fine della filiera produttiva", aggiunge Luca Nichetto, firma di punta che si divide tra Venezia e Stoccolma. "Se la filiera si interrompe, lo stesso avviene anche per i pagamenti .

Lavorare con il sistema delle royalties non è più sostenibile

A dire il vero, sono anni che la comunità dei designer si interroga sulla sostenibilità economica del sistema delle royalties, considerato un modello datato, non adeguato alla contemporaneità. Non siamo più negli anni 60 quando i designer in circolazione erano pochissimi e per questo si è creato un malcontento generalizzato” dice Fabio Calvi, co-fondatore di Calvi Brambilla, studio di design milanese e design curator di Flos.  Se prima le royalties permettevano un sostentamento abbondante, in un presente in cui la portata del mercato non è cambiata ma sono aumentati prodotti e progettisti, si fatica ad arrivare a fine meseDal mio punto di vista le royalties sono un modus operandi piuttosto obsoleto con percentuali ferme a periodi storici in cui c’era un diverso tipo di mercato", riprende Nichetto. "Il motivo per cui non c'è stata un'evoluzione in questo senso è che l’offerta di designer è aumentata. In un momento come questo lavorare solo a royalties, non avendo idea di come sarà la distribuzione, di quanti dealer vivranno o moriranno, non è sostenibile.

Il potere catalizzante del virus

Siamo arrivati ad un’impasse del sistema in cui il virus ha giocato il ruolo fondamentale di catalizzatore, ponendo la comunità creativa davanti a considerazioni che non possono più essere rimandate. Ma quali potrebbero essere le alternative? Secondo Calvi “molto spesso la fase di sviluppo del progetto non viene riconosciuta ai designer. Alcune aziende lo fanno ma sono pochissime. Da questo punto di vista, la fee di progetto è un tema, indipendente dalle royalties che dovrebbe essere messo in discussione. Il punto quindi non è sopravvivere al periodo di crisi, ma permettere ai progettisti di essere riconosciuti per il proprio lavoro. “Ogni incarico, una volta assegnato, dovrebbe prevedere un compenso per lo sviluppo del progetto che remuneri il designer anche se il prodotto non va in produzione” conclude Meda.

L'imbarazzante parola soldi

Mettere sul tavolo queste tematiche però non è facile: bisogna infatti fare i conti con la difficoltà della comunità creativa di parlare apertamente di certi temi (come i soldi) e la scarsa capacità ricettiva delle aziende. In questo senso il Covid appare come un’opportunità per aprire nuovi dialoghiÈ una situazione interessante per provare a capire se è possibile riconsiderare il tipo di contrattualistica che lega progettisti e imprese” spiega Nichetto. “Il tema non è solo la modalità con cui deve proporsi il designer ma il funzionamento del sistema. Il primo passo spetta ai creativi che hanno già alle spalle collaborazioni solide: insieme alle aziende dovrebbero provare a capire quale sia un sistema di compenso equo”. Della stessa opinione è anche Calvi quando afferma che “dovrebbe esserci un'associazione di categoria forte che tutela i rapporti tra progettisti e aziende e tutti dovrebbero farne parte. Servono contratti standard a cui fare riferimento di modo che le aziende siano a conoscenza che, se vogliono un designer, questo comporta un certo tipo di diritti e di obblighi”. Anche se adesso è difficile fare previsioni, quando alle aziende sarà chiaro come cambieranno gli scenari di distribuzione e vendita, sarà necessario trovare un punto d’incontro con i designer che possa dare un garantito per il loro lavoro.

Lavorare con aziende con cui si è in sintonia

Ma il Covid potrebbe essere un'occasione per mettere in discussione anche un altro tema legato ai rapporti tra designer e imprese, quello della sostenibilità. È importante collaborare con aziende con cui c’è una sintonia di obiettivi", dice Meda, "per produrre beni utili senza distruggere il pianeta. Trovare un equilibrio tra un’economia sostenibile e il mantenimento di posti di lavoro che vanno riqualificati diventa un obiettivo imprescindibile.

Da parte sua, anche il designer dovrà rivedere il proprio ruolo. I progettisti saranno chiamati ad affrontare i progetti con esigenze e ritmi diversi”, afferma Calvi. Un buon progetto nasce sempre da una situazione in cui ci sono una serie di domande a cui dovremmo rispondere. Ora avremo nuovi tipi di domande.

Non solo, è necessario anche un cambiamento nell’atteggiamento. In queste situazioni è importante che il progettista eserciti una capacità critica per non scadere in una produzione legata al puro business ed evitare di essere complice nella creazione di prodotti nati per finire in spazzatura” aggiunge Meda. Oggi dovremmo veramente riflettere su un’economia basata su imprese che hanno anche una dimensione sociale e non soltanto orientate al profitto. Che significa aziende focalizzate non solo a fare il bene degli azionisti ma anche quello di tutte le parti coinvolte, per portare un impatto positivo nel mercato”.

La parola consumatore perderà di significato

Una condizione, quella del virus, che ha permesso di riportare alla giusta importanza tematiche fino a ora passate in secondo piano, lasciando spazio a nuovi scenari. Calvi spera che la parola consumatore perda sempre più significato. Il tempo del consumo deve finire e iniziare quello dell’acquisto. Il modo di progettare deve essere ripensato: bisogna soprattutto puntare sulla qualità e sulla produzione di beni durevoli”. Non si dovrebbe perdere l’opportunità di riconsiderare in termini critici quello che abbiamo costruito fino ad ora", conclude Meda. "Dovremmo estrarre da questa condizione estrema delle idee per il futuro in modo da non ricadere ancora una volta nelle contraddizioni di oggi.

 

In apertura e nel testo, foto dell'ufficio/laboratorio, configurato come fosse un'officina creativa, del nuovo studio dei progettisti biro+ a Bari.