È dal 1985 che si parla di maggiordomi elettronici. Ma le sfide per le grandi player del settore sono ancora tante: privacy, connettività, facilità d’uso. E, ultimo ma non minore, dare un senso vero a tutta questa digitalizzazione

“Si chiama Arision ed è il primo maggiordomo elettronico del mondo. Dà la sveglia, ricorda gli appuntamenti della giornata” e “controlla tutti gli apparecchi domestici”. Prezzo: tra i 3 e i 6 milioni. Di lire.

Perché Arision, la cui descrizione è presa dai giornali italiani dell’epoca, è del gennaio 1985 (leggi qui). È la dimostrazione (non) vivente che abbiamo iniziato a sognare i maggiordomo-robot un giorno dopo la creazione dei robot. Stregati dall’idea di qualcuno che facesse qualcosa per noi, mentre noi avremmo finalmente potuto fare altro, convinti di vivere così appieno la nostra vita. O forse era un richiamo inconscio alla nostra infanzia: qualcuno che ci alzasse le tapparelle per svegliarci al mattino e ci preparasse il caffè quando ancora eravamo a letto. Una supplenza in acciaio e bit dell’amore dei nostri genitori.

Di Arision, non si è saputo più nulla. Di noi, s’è saputo che non siamo andati così veloci come speravamo nei nostri sogni. Non succede mai. Perché prima che un robot impari a stendere la biancheria deve studiare migliaia e migliaia di ore, figuriamoci per prepararci una cacio e pepe. E quindi eccoci qui, dopo 35 anni, il web, gli smartphone, l’internet delle cose, i social, l’Intelligenza Artificiale e una quarantena, con robottini che puliscono pavimenti e smart speakers per la nostra casa intelligente.

Giro d’affari generale: 80 miliardi di dollari nel 2020, 140 previsti nel 2025. Mercato italiano: 540 milioni. I player: Amazon, Google, Apple e Samsung in Occidente. Alibaba e Xiaomi in Cina. Prodotti più comprati: speaker, soluzioni per la sicurezza ed elettrodomestici smart (che insieme generano oltre il 60% del fatturato); seguiti da smart-caldaie, smart-termostati, smart-condizionatori e smart-lampadine (leggi qui).

Gli analisti più pessimisti li definiscono soluzioni bellissime in cerca di un problema. Nessuno di noi ha mai ardentemente avuto bisogno di tapparelle che si alzano da sole. Gli oggetti che abbiamo sono affidabili, economici e facili da usare. Sostituirli con altri cari, meno affidabili e più complicati non è una buona idea (leggi qui).

La sfida, quella che aspetta il mercato, è rendere quei prodotti più sicuri e semplici. Partiamo dalla sicurezza. Noi, i consumatori, temiamo che la nostra privacy possa venire violata illegalmente dagli hacker capaci di entrarci nei dispositivi casalinghi. Ma sospettiamo pure che possa essere maltrattata legalmente dalle stesse piattaforme che ci propinano quei device. Gli smart device sono smart proprio perché osservano quasi meglio di noi i nostri comportamenti: saranno sempre più bravi a memorizzarli, analizzarli e rielaborarli, per proporci il giorno dopo risposte e comportamenti che si suppone ci facciano piacere. Accumuleranno sempre più le informazioni desiderate da ogni responsabile marketing della Terra: le nostre abitudini e i nostri gusti. Chi siamo e cosa desideriamo lo si intuisce, più che dalle cronologie delle navigazioni internet, dall’orario in cui alziamo la tapparella (e quindi a cui ci alziamo), dal tipo di latte che scarseggia nel nostro frigo (e quindi quello che compriamo), dal nostro grado di sensibilità al freddo (e quindi a come ci vestiamo), dal tono della nostra voce (e quindi se siamo tristi, allegri o in procinto di ammalarci). I big player assicurano che i nostri dati sono al sicuro, ma i risultati di tutti i sondaggi d’opinione suggeriscono loro di lavorare ancora su quel concetto.

La seconda causa di diffidenza è la difficoltà d’uso: gli smart device non si parlano. Non si capiscono. Una lampadina di Alexa magari non parla con Google, un dispositivo Samsung non parla con uno LG, e così via. Immaginate che ogni singolo tubo del vostro bagno abbia un attacco differente in base alla ditta che l’ha prodotto. Avete due opzioni: legarvi a una singola ditta di idraulica a vita o fare avanti e indietro dal negozio per comprare degli adattatori. Gli smart device sono così: connessi con noi ma non ancora tra di loro.

I trend emersi dal CES - The Global Stage for Innovation di Las Vegas vanno tutti nella ricerca della connettività, oltre che del machine learning. Gli assistenti digitali vocali non saranno più confinati negli speaker, ma incorporati ovunque: negli specchi dotati di Google Home o nei water controllati tramite Alexa (costo, 7 mila dollari). Le smart camera saranno sempre più smart, dotate di Intelligenza Artificiale che sarà in grado di riconoscere l’identità delle persone inquadrate. I frigoriferi saranno sempre più in grado di guardarsi dentro, di suggerirci ricette in base agli ingredienti rimasti e di ordinare automaticamente nuove scorte collegandosi ad Amazon. Prenderanno sempre più l’iniziativa, facendo comunella.

La svolta forse è avvenuta lo scorso dicembre con quella che The Verge, bibbia dell’innovazione, ha definito “una delle notizie più importanti del settore sin dall’avvento di Alexa”. Dopo essersi bellamente ignorate linguisticamente per anni, Apple, Amazon, Google, Samsung e altre big tra cui Ikea si sono messe d’accordo per creare un nuovo standard di connettività, aperto a tutti. Nel giro di poco tempo, gli smart device di ogni singola azienda potranno parlare con i loro colleghi della concorrenza, nella casa che condividono. (Leggi qui).

A oggi, e su base esclusivamente empirica consistita in una domanda alla mia assistente, i rapporti sono ancora freddi:

“Alexa, conosci Siri di Google?”

“Solo per sentito dire”.

 

In apertura e nel testo, alcuni rendering in 3D del progetto Villa on Åland Islands, parte della serie Futurism of The Past, realizzato da Charlotte Taylor in collaborazione con Odd in Shape (Fedor Katcuba & Katia Tolstykh).