Intimità negata, distopie inquietanti, brutalismo architettonico. Sono stati i grandi registi a costruire l’immaginario contemporaneo in tema di domotica

Qual è il vostro primo ricordo del futuro? Chi è stato un bambino negli anni Ottanta non può non ricordare con un sorriso le invenzioni sceniche che costellavano le puntate di I pronipoti, la sitcom a cartoni animati di Hanna & Barbera ambientata in un'era spaziale non meglio precisata. Sorriso che scompare pensando a Black Mirror, serie di fantascienza distopica che da sempre flirta con il lato oscuro dei nostri futuri possibili.

Il mondo del piccolo e del grande schermo è il più grande creatore di immaginario high tech della storia. Ha iniziato prestissimo, visto che già erano gli anni Cinquanta quando Jacques Tati ha dedicato alla tecnologia (e ai suoi possibili danni collaterali) alcune delle sue opere più significative. Mio zio (1958), per esempio, è tutto giocato sul contrasto fra il sobborgo parigino chiassoso e pieno di umanità di Saint-Maur-des-Fossés in cui vive Monsieur Hulot (interpretato dallo stesso Tati), e l'asettica Villa Arpel dove abita la sorella con marito e pargolo. Fulgido esempio di casa modernista, Villa Arpel fu progettata dallo scenografo di Tati, Jacques Lagrange, e costruita interamente negli studi Victorine di Nizza. Open space interamente condizionato (come racconta la signora Arpel in occasione dei tour guidati a cui obbliga qualsiasi visitatore), la villa è arredata sia con oggetti allora in produzione (le sedute Scoubidou in acciaio e materiale plastico intrecciato, le applique di Serge Mouille, un vaso di Pol Chambost) sia con altri disegnati ad hoc da Tati e Lagrange. Cuore tecnologico dell'abitazione è la cucina, attrezzata con improbabili strumenti con cui cuocere le bistecche e sterilizzare le uova. A chi all'epoca chiedeva al regista se la sua fosse una posizione polemica contro l'architettura moderna, Tati rispondeva: “Non lo è affatto, semmai sono polemico contro l'uso che la coppia fa di questa casa. Una casa da far visitare, ma non da vivere”.

Questa idea di casa vetrina tornerà, estremizzata, nel capolavoro del 1967 di Tati Play Time – Tempo di divertimento in cui, tra le infinite invenzioni, resta nella memoria l'immagine di un condominio dalle facciate completamente trasparenti e affacciate su strada: nuclei abitativi dall'intimità negata e alla totale mercé degli sguardi impudichi dei passanti.

La passione per l’invenzione del futuro è poi andava avanti senza sosta, inglobando tendenze e rivisitando stili architettonici e abitativi. Basti pensare a questo proposito alla dimora brutalista, tutta cemento e mattoni a vista, dove è interamente ambientato lo Sleuth del 2007 firmato Kenneth Branagh, pallido remake dell'originale del 1972 di Joseph L. Mankiewicz. Tutt'altro che memorabile, il film è interessante proprio per il modo in cui si serve di questa location: una casa galleria (tra le altre cose, ospita una scultura in cavo metallico di Anthony Gormley, quadri di Gary Hume e arredi su misura disegnati da Ron Arad). Freddissima e illuminata di blu, con pareti che scorrono a svelare guardaroba e acquari a scomparsa che celano casseforti, nelle mani di Branagh, diventa a tutti gli effetti un terzo personaggio accanto a quelli di Michael Caine e Jude Law.

La tecnologia “embedded” – quella che c’è ma non si vede – diventa invece protagonista agli albori dell’esplosione dell’IoT. È infatti curioso come un film che parte da una premessa 'fantascientifica' come Lei (2013) di Spike Jonze nulla conceda alle invenzioni di décor. L'appartamento di Theodore (Joaquin Phoenix) che si innamora di un sistema operativo, infatti, toglie il fiato per la clamorosa vista sullo skyline di Los Angeles. Ma gli oggetti che lo circondano sono perfettamente 'riconoscibili', fatto salvo il videogioco creato con un ologramma interattivo con cui l'uomo tenta di lenire la propria solitudine. È la nuova frontiera, quella che ci dice che le case del futuro assomiglieranno a quelle di oggi ma saranno solo più smart (e si faranno sempre di più i fatti nostri, per la gioia di chi di mestiere raccoglie dati).

È il caso della dimora di Grey Trace, il protagonista del fanta-thriller Upgrade (2018). Rimasto paralizzato dal collo in giù, vive in un'abitazione che, letteralmente, lo accudisce. Dotata di piastre a induzione a pavimento con cui ricaricare la sedia a rotelle di Trace, la casa parla e comunica con lui, gli prepara da mangiare, lo cura ed è programmata per decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, anche al di là della sua volontà. Così, quando Grey decide di rinunciare a vivere fingendo di non ricevere le dosi di morfina che un braccio meccanico gli inietta in vena, la voce dell'appartamento lo avverte che non può somministrargliene altre, dicendosi disponibile a contattare l'ospedale se il dolore fosse insostenibile. Pratico o inquietante?

La rappresentazione forse più memorabile di un'abitazione hi-tech vista negli ultimi anni è quella di Ex Machina (Alex Garland, 2014), al cui interno lo scienziato Nathan Bateman ha progettato Ava: una macchina umanoide dotata di intelligenza artificiale la cui presunta coscienza di sé dovrà essere testata da un giovane programmatore. Il set del film è uno splendido esempio di architettura organica immerso tra i boschi di una località non identificata (in realtà si tratta di un hotel in Norvegia, lo Juvet Landscape Hotel), messo in rapporto di stretta connessione con l'abbacinante natura circostante sia dalle vetrate a tutta altezza affacciate sul paesaggio sia, fisicamente, dal costone di roccia inglobato direttamente nel living quale mirabile elemento scenico. Una casa-laboratorio controllata da centinaia di telecamere, in cui “c'è abbastanza fibra ottica da raggiungere la luna e cablarla”; una dimora che è meraviglia ma è anche prigione per Ava, essere senziente 'prodotto' da chi ha giocato a fare Dio e analizzato come una cavia da chi deve stabilire se i suoi sentimenti sono reali o frutto di un'algida programmazione. Liberatoria e commovente, la fuga di Ava si conclude nel luogo che aveva sempre sognato di raggiungere: una zona di attraversamento pedonale nella via più trafficata di una città qualsiasi. Perché “un incrocio trafficato fornirebbe una concentrata e mutevole idea della vita umana”.

Sopra e nella foto di apertura, Play Time – Tempo di divertimento, film di Jacques Tati del 1967.