La pandemia ha messo in crisi le strutture sociali ed economiche della parte più ricca del pianeta. Adesso occorre riprogettare. E dal Sud del mondo si può imparare la resilienza, la capacità di convivere con le grandi crisi e l’attivazione di una diversa ecologia

A Lagos vivono 22 milioni di abitanti.

Diversamente da altre grandi metropoli, molto di loro abitano in nuclei multigenerazionali, di sette/dieci persone in una media di 7,5 metri quadrati. Gli abitanti di Lagos non passano molto tempo in casa, un po’ perché le loro economie, del tutto informali, li portano nelle strade, dove molti lavorano. Un po’ perché il caldo impedisce di dormire al chiuso. Quindi, come spiega la giornalista nigeriana Olu Timehin Adegbeye, Lagos non può applicare le misure suggerite dal WHO (World Health Organization) per contrastare la pandemia. Semplicemente perché non c’è spazio per farlo. E perché, anche se ci fosse spazio, la maggior parte della popolazione sarebbe alla fame in pochi giorni. Un’osservazione logica, per chi conosce le realtà del Sud del mondo.

L’emergenza come normalità

Giulio Vinaccia è un designer che si occupa di progetti di cooperazione da sempre. Non è una novità che il design, portato con intelligenza e lungimiranza in realtà di disagio economico e sociale, può fare molto. Attiva le microeconomie locali, trova strade intelligenti per sfruttare i materiali. E si integra facilmente in quella rete partecipativa che è la base della sopravvivenza. Il primo commento di Vinaccia spiega bene questa realtà: “Ho ricevuto telefonate preoccupate dalle persone con cui lavoro ad Haiti, in Siria, in Marocco. Tutti dicevano una sola cosa: vieni qui, mettiti al sicuro”. Un invito che pare del tutto illogico, ma che invece ha un senso. “I paesi del Sud del mondo vivono uno stato di costante emergenza. Il Coronavirus è uno dei tanti problemi e, in fondo, non è il peggiore”. Niente misure di distanziamento sociale, quindi? “L’atteggiamento dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) spiega bene una cultura post colonialista che non tiene conto della realtà locali, nemmeno quando è armato dalle migliori intenzioni”.

Resilienza non è una parolaccia

“Il social distancing è una possibilità direttamente proporzionale alle risorse economiche” spiega Paolo Cascone, un altro designer e architetto esperto di coprogettazione in Africa. “Ma la resilienza dei Paesi poveri ha molto da insegnare agli occidentali. Occorrere progettare quello che veramente è necessario. A volte è frustrante lavorare facendosi guidare da priorità di base: raro che le cose risultino glamour. Ma mi sembra che sia il compito del design in questo momento”. Resilienza, una parola davvero abusata recentemente, in questo caso riassume un atteggiamento progettuale che si occupa di intervenire sul presente con una certa umiltà e povertà di esperienze. Esulterebbe Enzo Mari, si incuriosirebbe Achille Castiglioni. Non mancano le radici culturali a cui appoggiarsi per riprogettare spazi, mobilità, accoglienza partendo dal presente e osservando chi, nell’emergenza, ci vive sempre.

Ecologia delle relazioni e del consumo

“I Paesi meno sviluppati sono già capaci di attivare soluzioni di fronte alle crisi. Lo fanno in continuazione” spiega Vinaccia. E spesso sono soluzioni sorprendentemente adeguate ai problemi che l’occidente deve risolvere tempestivamente. Il riuso, la lunghezza della vita degli oggetti e dei materiali. Le architetture intelligenti, benché povere, che hanno origine dalla tradizione e partono da modelli costruttivi spontaneamente ecologici: ventilazione, isolamento termico, materiali naturali. Senza dimenticare la presenza costante di una cultura che non teme la vicinanza sociale, mai. Perché accudimento e collaborazione sono sinonimi di sopravvivenza in luoghi che non solo non permettono, ma temono l’individualismo del distanziamento. Culture basate su economie geniali, benché completamente destrutturate e certo inefficaci, se l’obiettivo è il lusso. Eppure… “Ho visto dei venditori di tappi usati di lattine dei pelati. Non ho mai capito a cosa potessero servire, ma la logica secondo la quale la fine vita dei prodotti è messa in discussione più e più volte è creativa, vivace”.

Risposte semplici e razionali

Così come dà da riflettere la capacità di organizzare la convivenza con la malattia e con le epidemie: “Le febbri malariche sono parte del quotidiano in Camerun. Ci si organizza: le persone sanno perfettamente quale iter seguire dal punto di vista sanitario e come non interrompere lavoro e sostentamento. Fanno i turni, si rivolgono a presidi locali che fanno test rapidi e lavorano in rete. A seconda dello stato dell’infezione, si viene ricoverati per quattro giorni o viene data una terapia a casa. Una forma di autodisciplina in un contesto in cui il sistema sanitario è carente ma usa le risorse in modo strenuo” spiega Paolo Cascone.

Sono logiche crude che parlano però di adattamento e suggeriscono delle soluzioni razionali a problemi naturali. La malattia non è estranea alla vita, ne fa parte. Non si combatte come se fosse una guerra ma ci si adatta con soluzioni progettate e basate sulle risorse già presenti. “È la soluzione africana alla pandemia globale” riflette Cascone. “Sono convinto che la low tech ci salverà, se pensiamo a riprogettare i sistemi materiali. Attraverso delle forme di organizzazione che in Africa sono già molto consapevoli”.

Social design: un banco di prova

Per il design, soprattutto se inserito in team interdisciplinari, potrebbe essere l’occasione per praticare molta teoria prodotta in ambito accademico sui temi del sociale, della coprogettazione, del riuso. Perché pensare in modo ecologico e collettivo potrebbe essere la risposta alla crisi in cui la pandemia ha costretto le società più avanzate.

“Il design ha un enorme capacità di risolvere problemi. Le grandi città come Milano sono in cerca disperata di soluzioni” commenta Giulio Vinaccia. Per i trasporti, per i negozi che devono cambiare flussi e modalità. Per la mobilità e per delle nuove economie di rete che sostituiscano, almeno in parte, la delocalizzazione. E per dei programmi di avvicinamento sociale non pericolosi. “Il design deve mettersi in prima fila” conclude Vinaccia. “Questo è un mondo emergente in cui il ruolo del design è visibile, chiaro. Ci stanno aspettando. Se università e associazioni si rendono disponibili sarà ancora più facile ridisegnare un ruolo nuovo per il progetto”.

In apertura, nella foto di Alessandro Grassani, due donne impegnate nella raccolta del mais in Costa d'Avorio, in Africa. Lo scatto, insieme ad altri nell'articolo, ha partecipato all'iniziativa benefica 100 Fotografi per Bergamo che in due mesi ha raccolto 727.600 euro a sostegno del reparto di rianimazione e terapia intensiva dell'Ospedale Papa Giovanni XXII di Bergamo e di altre realtà ospedaliere sul territorio nazionale.