Non esiste più una sola idea di abitare né di possesso dello spazio di vita. L'ambiente individuale è progettato per stare in equilibrio fra solitudine e relazioni famigliari. I luoghi pubblici saranno disegnati in modo più efficace. Vince una rivoluzione razionale, fra ecologia ed economia

Parlando di casa, raramente la definizione bene rifugio’ è stata tanto calzante come in questo periodo. A milioni siamo diventati rifugiati nelle nostre abitazioni. Un ritorno che ha rivoluzionato il senso del verbo abitare.

Perché è vero che sono cambiati i sistemi di vendita, la gestione del real estate, il valore che si dà alla proprietà e all’usufrutto (leggi qui). È vero che esiste il PropTech, che i prezzi post Covid fluttuano, che è difficile dire come si evolverà il business dell’abitare nel futuro prossimo e in quello più lontano. Ma soprattutto è vero che niente di tutto questo durerebbe o sarebbe così rilevante se non fosse cambiato il nostro modo di vivere la casa.

È questo cambiamento, il risultato di un moto evolutivo perpetuo che la pandemia ha certamente accelerato ma non inventato. E ora, dopo essere sopravvissuti allo scenario epico dei primi mesi di Covid-19, ci sembra normale guardare con più attenzione alla quotidianità e cercare di immaginare un nuovo ambiente in equilibrio in un mondo che ha ridato alla casa un significato primordiale, oltre che prioritario.

Che case vogliamo? Prima di rispondere a questa domanda chiediamoci anche dove le vogliamo. A fine agosto il New York Times osservava come molti cittadini stiano lasciando Manhattan per trasferirsi nei suburbs, tentati da una casa più grande in mezzo al verde (che piace soprattutto quando i benefit della vita cittadina non esistono più e si lavora in remoto). Ma, soprattutto, da abitazioni in grado di contenere funzioni che prima erano distribuite e diffuse. Il vivere quotidiano, fatto di affetti, passioni, riti ordinari come cucinare e lavare e dormire, dovrà condividere il medesimo spazio (e gli stessi metri quadrati), del lavorare, fare riunioni, progettare, inventare, studiare.

Il modo più facile per risolvere la situazione è quello di fare leva sugli arredi. Esistono già, e di certo non da poco tempo, quelli ibridi, pensati per poter stare in una casa come in un ufficio. Compas Direction, una scrivania disegnata da Jean Prouvé nel 1950, è un esempio ante litteram più che mai attuale. Così come le sedie da lavoro adatte all’ambiente domestico, come la Tip Ton di Barber & Osgerby o la Allstar di Konstantin Grcic. E se è la privacy per fare una call che manca ecco le innumerevoli pareti mobili e insonorizzanti, strutture effimere, poltrone-alcova isolanti, luoghi meditativi modulari che vengono incontro alle esigenze di uno spazio tutto-fare.

“Avremo bisogno di una tipologia di mobili diversa, in grado di suddividere le funzioni dell’abitare e garantire maggiore privacy in alcuni momenti e maggiore spazio di condivisione e socialità in altri”, Daniele Lago commentava in pieno lockdown. Pochi mesi dopo la sua azienda ha presentato Home Office, una collezione in cui i classici di Lago sono stati modificati per adattarsi alla multifunzionalità di ambienti usati in modo diverso di giorno e di notte. Madie che diventano scrittoi, tavoli che si trasformano in scrivanie, librerie con ribalta che, se non vengono usati per lavorare, hanno una funzione domestica.

Il cambiamento però si prospetta macroscopico e strutturale, accelerato dalla pandemia. Non si tratta solo di disegnare mobili, ma modi di vivere.

È dagli anni 70 che si esplorano nuovi modelli, più razionali, ispirati a economie generative e alla coprogettazione. I primi esempi di cohousing hanno cinquant’anni e sono danesi. Vigono il vicinato elettivo, la gestione collettiva porzione di spazi comuni e di necessità ordinarie come la cura dei bambini e il rifornimento di cibo. In Italia se ne contano una decina, tre a Milano. ll primo nato 14 anni fa grazie a una ricerca della facoltà di design del Politecnico di Milano si chiama Urban Village Bovisa e c’è la lista d’attesa per entrarci.

I vantaggi economici ed emotivi sono innumerevoli, tanto che il modello è stato importato in tutto il mondo.

L’antropologo Andrea Staid ricorda la sorpresa dei suoi viaggi di studio sul tema dell’abitare, quando in estremo oriente si accorse che nei villaggi agricoli nessuno chiude la porta di casa per evitare di isolarsi e, quindi, di mettersi in pericolo. Un salto logico inafferrabile per una cultura progettuale che ha inventato le Unité d’Habitation. Ma Le Corbusier dichiarò che la principale fonte d’ispirazione di quel criticato progetto fu la Certosa di Ema, in cui collettivo e individuale erano cadenzati dall’architettura in modo razionale e armonioso. “A partire da quel momento mi è apparso il binomio: individualecollettivo, un binomio indissolubile” scrisse successivamente l’architetto.

Due stati dell’essere umano necessari e antitetici, che nelle abitudini contemporanee dovranno trovare spazio in una rivoluzione urbana. Quella teorizzata ad esempio dal sorboniano Carlos Moreno con la Città del quarto d’ora, un’idea sulla quale il sindaco Anne Hidalgo punta per il futuro di Parigi. “Viviamo in città frammentate, dove spesso lavoriamo lontano da dove viviamo, non conosciamo i nostri vicini, siamo soli” ha sintetizzato Moreno. La soluzione è guardare agli spazi pubblici in modo diverso per scoprire quali sono sottoutilizzati e possono invece avere delle funzioni di aggregazione e partecipazione. Un disegno in cui tutte le azioni del vivere sono raffigurate in un territorio circolare simile a un uomo vitruviano spiega come qualsiasi luogo utile possa essere raggiunto in quindici minuti di cammino, nella città ideale. Che ora, a questo paesaggio, deve aggiungere le regole (flessibili, aggiornabili, cancellabili si spera in futuro) del distanziamento sociale.

E la casa come cambierà? Così come forse aveva intuito Le Corbusier, individuale e collettivo detteranno il cadenzarsi degli spazi privati. E il design si dovrà occupare di rendere più fruibili i luoghi in cui si sta insieme e più privati e sicuri quelli destinati alla solitudine. I passaggi da uno stato all’altro troveranno una soluzione nell’integrazione del verde all’interno delle case e di una luce artificiale modulata sui ritmi naturali. Si comincerà a vedere il silver lining di un periodo di cui ancora non sappiamo prevedere gli effetti, che però chiama in modo prepotente alla collaborazione fra progetto, scienza e tecnologia.