Progettato in un villaggio rurale del Senegal dall'architetto Toshiko Mori, su iniziativa della Josef and Anni Albers Foundation, il centro culturale Thread – ‘filo’ – si propone di intrecciare arte e istruzione, tutela e memoria

Josef Albers (1888-1976) è stato un artista tedesco impegnato nella Bauhaus di Weimar. In quegli anni le sue opere cercarono di sovvertire il carattere statico della pittura per mettere in evidenza l’instabilità delle forme attraverso la ripetizione di modelli geometrici astratti, facendo uso quasi esclusivamente dei colori primari, e seguendo il motto che amava ripetere: “mezzi minimi, massimo effetto”.

Dopo la chiusura della scuola di Dessau, a causa della repressione nazista, Albers emigrò in America di cui divenne cittadino nel 1939, continuando la sua ricerca artistica. Nel 1971 crea a Betania nel Connecticut la fondazione no profit che porta il suo nome e quello della moglie, la Josef and Anni Albers Foundation, con lo scopo di promuovere “la rivelazione e l’evocazione della visione attraverso l’arte”.

Si deve all’iniziativa di Nicholas Fox Weber, direttore esecutivo della Fondazione Albers, e volontario in Senegal per vent’anni in una clinica locale dove combatteva gli alti tassi di mortalità infantile e materna, l’idea di aprire una sede della Fondazione in terra africana, allo scopo di educare il pubblico alla conoscenza dell’arte del luogo, sviluppare iniziative culturali, incontri, sostenere l’attività creativa del Paese.

Thread, “filo”, si propone appunto di intrecciare e unire arte e istruzione, tutela e memoria, confronto tra artisti locali e internazionali, sotto lo stesso tetto. Attraverso un percorso partecipato, con la collaborazione di studenti, Toshiko Mori, che si è prestata a progettare la nuova struttura pro bono, dopo due viaggi compiuti nel 2010 e nel 2012, ha individuato il sito per la costruzione del centro culturale Thread, completato nel 2015 e dedicato allo scambio e a documentare le ricche tradizioni senegalesi di musica e danza.

 

Rifacendosi al motto di Albers, con pochissime risorse e massimo effetto, Mori ha creato, nei pressi di una clinica locale, un’architettura a forma di otto, aperta verso il paesaggio con cui si rapporta in modo dialettico. Un inserimento armonico che non rinuncia alla propria identità, ben riconoscibile dal punto di vista volumetrico e scultoreo.

Le pareti di mattone verniciate di bianco seguono le tecniche e i materiali locali, presentando alcune porzioni forate, con mattoni sfalsati tra pieni e vuoti, per creare, in uno schema geometrico ispirato al lavoro di Josef Albers, un effetto di ventilazione naturale e di schermatura della luce esterna che entra negli spazi in modo stemperato.

 

Le stanze per ospitare gli artisti sono poste all’estremità della costruzione, mentre la copertura, studiata a livello parametrico, appare come segno emergente dell’edificio in modo plastico e avvolgente. Composta da tre strati sovrapposti di bambù e paglia pressata la copertura disegna, come un’onda armonica, l’andamento degli spazi, e delle due corti ellittiche interne, fulcro di attività e d’incontri, ma impiegate anche dai bambini per giocare a calcio, quando la struttura non è occupata da spettacoli o iniziative specifiche.

La pavimentazione policroma è realizzata con piastrelle spezzate composte a mosaico e permette di raccogliere dal tetto inclinato l’acqua piovana indirizzata nelle due grandi cisterne coperte, dalla capacità di circa 74.000 litri (un terzo del consumo complessivo annuale del villaggio di Sinthian).

 

Come afferma Toshiko Mori, “una cosa è costruire un edificio, ma il fattore più importante è come l’architettura è usata nel tempo; come la si struttura a livello funzionale e come essa diventi un programma realmente sostenibile al servizio della comunità”.