Di Stefano Caggiano

“Per mia figlia di un anno una rivista è un iPad che non funziona”. Così un padre commenta la reazione della figlia filmata dallo stesso mentre prova, senza successo, a far scorrere le immagini sulla pagina di una rivista strisciandoci sopra le dita. Il video, disponibile su Youtube, è diventato subito un caso tra gli studiosi di interfacce avanzate, perché mostra con vividezza come i nuovi media stiano ricablando le strutture cognitive dei nativi digitali – oltre che quelle degli ‘adottivi’ digitali. L’abitudine a interagire con immagini reattive si sta infatti imponendo come il nuovo standard del visivo, così che dal confronto con esse le figurazioni su media tradizionali vengono sempre più percepite come qualcosa di inerte e ‘ottuso’. L’espressione di disappunto della bambina è, da questo punto di vista, eloquente. Nel suo mondo, che è già il nostro, dalle immagini non ci si aspetta niente di meno che siano sensibili al tocco, e se non reagiscono allora vuol dire che sono ‘rotte’.

Da questa nuova concezione del visivo prende forma un’estetica fatta di blocchi ‘grafici’ posti sullo stesso piano della realtà materiale, caratterizzata dal rapporto paratattico tra componenti materici ed elementi di colore pastello definiti con nitore vettoriale, posti all’interno di rapporti compositivi da pari a pari. Emblematici, a questo proposito, i nuovi prodotti Pedrali, come la seduta Laja disegnata da Alessandro Busana. Anche nel portacandele in ceramica Beaver di Odoardo Fioravanti per Something Good e nel set da caffè in legno e ceramica Sucabaruca di Luca Nichetto per Mjölk, che unisce il rito scandinavo del caffè filtrato al culto italico della moca, è rinvenibile lo stesso senso di ‘grafica solida’. Prediligono invece l’abbinamento dell’elemento grafico alla materialità dolce del legno le lampade in massello e metallo Slope di Skrivo per Miniforms e i mobili in quercia e legno laccato Tandem dei francesi Numéro 111 per Galerie Gosserez, così come l’imbottito attrezzabile in materiali eco-sostenibili Imboh pensato da JoeVelluto per Designbottega.

Il linguaggio della grafica solida interessa però non solo il settore dell’arredo. Vivendo all’intersezione di bidimensionale e tridimensionale, tende infatti per sua natura a diffondersi in maniera trasversale nella cultura visuale in senso lato, fino alla moda e alla comunicazione visiva. Un interessante esempio del primo caso è quello della capsule collection 2Y della pattern e fashion designer Yulia Yadryshnikova, realizzata a partire dalla cover per il sofà Stanley di Luca Nichetto per De La Espada. Mentre nell’ambito delle arti visive la fotografa Tingting Wang ritrae gli accessori del marchio Qi Hu all’interno di un set in cui i blocchi grafici sono sovrapposti agli stessi tratti somatici di una modella. Persino il packaging si avvale dell’estetica della grafica solida, con risultati di grande raffinatezza come quelli del pack per il cioccolato Mme KIKI disegnato dal giapponese Yuma Harada, art director di UMA design firm.

In generale, sono due i grandi attrattori culturali che alimentano le energie del progetto contemporaneo: la sparizione digitale delle cose, da un lato, e il ritorno alla solidità esperienziale, dall’altro. Trattandosi di due macro-trend, gli approdi formali a cui questi attrattori pervengono sono tanti e diversificati. Il caso della grafica reale è però peculiare, perché intercetta un punto di convergenza tra queste opposte tensioni accogliendo sia il senso di impalpabilità delle performance percettive digitali sia il ritorno alla tangibilità sensoriale delle cose. È anzi proprio dal loro amalgama che questo linguaggio trae la sua forza semantica e grande versatilità estetica, oltre che l’ampio apprezzamento a cui è soggetto. Ciò che rende ‘convincente’ un linguaggio del design è infatti non solo la sua risoluzione formale (che pure è necessaria, e anche in questo caso presente) quanto la pertinenza con cui riesce a farsi espressione di una sensibilità culturale viva e profonda, pertanto attuale, alimentata dalla tensione tra presente e futuro – tra quello che si è e quello che si sta diventando.

 

Stefano Caggiano

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Laja, poltroncina disegnata da Alessandro Busana per Pedrali. L’armonia delle forme è esaltata dalla maestria sartoriale dei dettagli, che vestono l’imbottitura in poliuretano con superfici sinuose e colorate. Foto: Beppe Brancato. Art Direction: Leftloft.
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La capsule collection 2Y della fashion e pattern designer russa con base a Madrid Yulia Yadryshnikova è realizzata a partire dalla cover per il sofà Stanley di Luca Nichetto per De La Espada. Le varie combinazioni di elementi danno vita a outfit diversi. Foto: Laura Jiménez. Modella: Grace Ming.
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Yuma Harada, art director di UMA design firm, con sede a Osaka in Giappone, ha realizzato il pack per il cioccolato Mme KIKI; prodotto dolciario di qualità caratterizzato dall’uso di ingredienti speciali provenienti dall’isola di Shodoshima. Foto: Yoshiro Masuda.
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Yuma Harada, art director di UMA design firm, con sede a Osaka in Giappone, ha realizzato il pack per il cioccolato Mme KIKI; prodotto dolciario di qualità caratterizzato dall’uso di ingredienti speciali provenienti dall’isola di Shodoshima. Foto: Yoshiro Masuda.
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Le lampade Slope, disegnate dallo studio milanese Skrivo per Miniforms, sono ispirate alle forme delle montagne e realizzate in massello di faggio levigato con paralume in metallo. Foto: Gabriele Lemanski.
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Il set da caffè in legno e ceramica Sucabaruca progettato da Luca Nichetto in collaborazione con Lera Moiseeva per Mjölk unisce il rito scandinavo del caffè filtrato al culto italico della moca.
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Imboh, imbottito attrezzabile con tavolino, braccioli e schienale, disegnato da JoeVelluto (JVLT) con l’assistenza di A. Fabbian per Designbottega in materiali eco-sostenibili quali legno massello, juta, lino, cotone e fibre di cocco.
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Il portacandele in ceramica Beaver, la cui forma si ispira a quella di un castoro, è un progetto di Odoardo Fioravanti per la collezione “Our Friends are Something Good too” prodotta da Something Good.
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Il portacandele in ceramica Beaver, la cui forma si ispira a quella di un castoro, è un progetto di Odoardo Fioravanti per la collezione “Our Friends are Something Good too” prodotta da Something Good.