Quarant’anni fa Antonia Jannone organizzava nella sua allora giovane galleria milanese la prima mostra collettiva di disegni di architettura. La sua intuizione era che la disciplina del disegno, nelle sue forme primarie (lo schizzo e il disegno di invenzione) e in quelle più costruite (disegno tecnico, prospettico o assonometrico), potesse costituire uno specifico estetico e progettuale e non essere banalmente solo ciò che precede la costruzione di un manufatto architettonico.

Negli anni, il lavoro di maestri come Aldo Rossi, Ettore Sottsass, Raimund Abraham, Hans Hollein e tanti altri ha dimostrato corretto questo assunto e rivelato la ricchezza concettuale e formale che l’opera grafica degli architetti può avere. Come una forma di filosofia e di teoria, nella quale alle parole si sostituiscono le immagini, evocative, allusive, allegoriche e metaforiche di un universo che non c’è e probabilmente non ci sarà se non nelle forme più banali e corrive nella costruzione parziale e frammentaria di panorami urbani.

Con 75 disegni di 42 architetti diversi, la mostra “Una galleria lunga 40 anni”, organizzata la primavera scorsa dall’Ordine degli Architetti di Milano presso la Galleria Antonia Jannone, ha voluto riportare l’attenzione sull’architettura disegnata e l’approccio visionario che l’accompagna. Un tema discusso per l’occasione con l’amico Alessandro Mendini.

 

Franco Raggi: Cosa pensi del tema proposto dalla mostra?

Alessandro Mendini: L’hai fatta tu, dimmelo tu.

F.R.: Io penso che non esista il disegno di architettura come categoria specifica. Gli architetti disegnano per mestiere, mentre la mostra presentava ‘progetti espressivi’ che a volte hanno a che fare con gli edifici che uno pensa e fa, come per Vittorio Gregotti o per Gabetti e Isola, ma spesso sono paesaggi mentali, visioni poetiche, surreali, metafisiche. Aldo Rossi, per esempio, nei suoi disegni faceva dell’architettura quasi un pretesto per la costruzione di una scena visionaria, dove l’architettura è luogo di una rappresentazione teorica. La stessa cosa potrebbe essere detta di Luigi Serafini, che progetta addirittura un mondo parallelo, mentre Raimund Abraham o Gaetano Pesce esplorano con il disegno anfratti psicologici primordiali dello spazio abitato…

A.M.: Mi stai spiazzando. Secondo me invece la categoria del disegno d’architettura c’è e ha come soggetto l’architettura, così come succede per la categoria della figura o dell’astratto. Quelle che tu hai elencato sono varie pieghe che può prendere questa forma espressiva. È il caso della modalità descrittiva di Gregotti, che però si carica, secondo i momenti, della valenza espressiva di collaboratori come Purini che introducevano nel disegno valenze quasi metafisiche e grafie raffinate…

F.R.: A proposito di grafie, mi affascina il segno di Alvaro Siza, che disegna come pensa e pensa con il disegno, sovrapponendo sul foglio prospettive, dettagli, paesaggi, persone e progetti, con un tratto continuo che fa emergere dal garbuglio le figure.

A.M.: Mi ricorda il modo di disegnare di Tommaso Buzzi, che era mio professore di disegno dal vero: si metteva, per esempio, davanti alla Torre del Filarete, la osservava fisso e disegnava senza guardare il foglio. Collegava la mano direttamente all’occhio; solo alla fine abbassava lo sguardo e si trovava un disegno fantastico, quasi piranesiano. Buzzi è il progettista della città-teatro La Scarzuola in Umbria, un complesso di citazioni architettoniche astoriche, visionarie ma reali, una fantasia analoga a quella del vicino parco di Bomarzo e a quella del non lontano Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle a Garavicchio.

F.R.: Credo che il disegno sia lo strumento primario per avvicinarsi a questo contenuto visionario che confondendo i codici funzionali e tecnici riporta l’architettura nella sua accezione di pensiero tridimesionale figurato. Ci sono stati grandi architetti che non sapevano disegnare?

A.M.: Ricordo una sera a casa di Vittoriano Viganò, dove Nathan Rogers sgorbiava i fogli di un taccuino dicendo “io non so disegnare”. Probabilmente era vero. Il che significa che si può fare architettura anche usando le parole. Però io preferisco Aldo Rossi che aveva rapporti dichiarati con Palladio e Sironi o uno come Arduino Cantafora che li ha con il disegno prospettico rinascimentale. Credo che il disegno nell’architettura moderna abbia una lunga storia; ne è una prova il blocco figurativo presentato nella mostra della Galleria Jannone che esprime il momento di trionfo grafico dell’invenzione architettonica, oggi assorbito dal computer senza possibilità di ritorno.

F.R.: Però la storia dell’architettura moderna è intrisa di rapporti con le avanguardie delle arti figurative: il neoplasticismo per Rietveld, il cubismo per Le Corbusier, l’espressionismo per Mendelsohn. Ettore Sottsass diceva, parlando del suo mondo figurativo e dei suoi progetti: “Io sono l’ultimo dei neoplastici”. Oggi la rappresentazione dell’architettura sembra aver perso questi legami vitali, queste assonanze, questi contatti palesi o sotterranei. La distanza tra la rappresentazione dell’architettura e il disegno mi sembra incolmabile. La rappresentazione è diventata ‘illustrazione’, puramente visiva, che con il rendering usa i modi della comunicazione pubblicitaria, mentre il disegno si afferma sempre più come ‘firma’ per le archistar. Ricordo i tuoi disegni degli anni ’70, come la “Garrota”, il “Kit per auto-crocifissione”, le sedie “Lassù”…

A.M.: Oggi io non faccio più questo genere di disegni. Non mi metto davanti a un foglio per produrre un’immagine artistica. Io uso il disegno per collegare nozioni, connettere situazioni, comunicare empatie, suggerire contiguità, ordinare fenomeni.

F.R.: Alla fine fai delle mappe dove il disegno diventa scrittura e la scrittura segno. Costruisci comunque una stilematica, una calligrafia figurativa bidimensionale che rimanda alla grafica.

A.M.: Da giovane sono stato influenzato dalla grafia stilizzata di Saul Steinberg. Me lo fece conoscere Rogers, che un giorno mi portò a vedere un atrio in una casa dell’800 in via Bigli dove c’erano dei suoi graffiti. Mi affascinava il suo segno secco, sintetico, preciso. Per le stesse ragioni mi piacevano i francesi Doubout e Sempè, tanto che volevo fare il cartoonist. Poi però mi sono accorto che la mia capacità di disegnare limitava i miei studi di architettura. Trasformavo l’architettura in un gioco grafico; allora ho smesso di disegnare per dieci anni. Ho ripreso quando il disegno è tornato a essere una forma di racconto di idee.

F.R.: Oggi il rapporto tra disegno e progetto è cambiato. Il disegno segue il progetto di cui diventa solo una banale riduzione illustrativa e grafica. Cosa diresti a un giovane che oggi può progettare a partire da un programma CAD?

A.M.: Che non è possibile progettare a partire dagli strumenti del computer. Che lo schizzo e il disegno sono insostituibili nella genesi di qualsiasi progetto.

F.R.: Lo schizzo è una forma di pensiero progettante; il progetto nella testa è vago, confuso, nascosto, va svelato a se stesso, liberato, dimensionato, figurato… Solo lo schizzo mette il progetto in relazione con un suo futuro concreto… almeno per me. E poi lo schizzo racconta, è fatto di ripensamenti errori, cancellature, sovrapposizioni, rifacimenti, ripetizioni variate, confronti e soppressioni. È utile imporsi questa disciplina mentale/manuale, mentre non importa disegnare bene, avere la ‘bella mano’”.

A.M.: È vero, quelli che hanno una bella mano sono fregati in partenza. Anche io mi stavo fregando, ma ho smesso in tempo….

 

Intervista di Franco Raggi

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Aldo Rossi, schizzo del progetto per il Cimitero di Modena, 1972. È uno dei 73 disegni realizzati da 41 architetti che hanno dato vita alla mostra “Una galleria lunga 40 anni”, a cura di Franco Raggi con Giulia Pellegrino e Beatrice Felis, allestita presso la Galleria Antonia Jannone di Milano dal 14 aprile al 15 maggio scorsi.
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Arduino Cantafora, Quindici stanze per una casa, tav 2, 1982. China su carta da lucido.
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Franco Raggi, Architettura divisa, 2005. Pennarelli e vernice spray oro su tela colorata.
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Alessandro Mendini, Progetto per il Ponte dell’accademia, Venezia 1980. Tempere e chine colorate su carta.
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Ettore Sottsass, Architettura monumentale, 2005. Tecnica mista su carta.
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Michele De Lucchi, Casa bifamiliare con logge e terrazze, 2004. Tempera e matita su cartoncino.
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Luigi Serafini, La nuova Pulcinellopedia, tavola n. 500, 1995. Olio su tavola.
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Raimund Abraham, House with courtains, 1972. China su carta.