Mentre grazie alla rete la passione per il collezionismo dilaga, il mondo del progetto porta sulla scena le raccolte tipologiche. Per ricreare un legame tra persone e oggetti e mostrare che il design - quello che dura e conta, che sia firmato o meno - nasce dalla conoscenza e dall’amore per le cose e per chi le usa

“Il collezionismo è una condizione psicologica: quella di una persona che cerca qualcosa che ha perduto e che non ritroverà mai per davvero”. Così Rolf Fehlbaum, patron di Vitra, ha spiegato ad Alice Rawsthorn – guest curator del Milano Design Film Festival 2019 – la sua passione per la raccolta e catalogazione degli oggetti. Nel suo caso, le sedie: al Vitra Design Museum ne ha 20 mila, raccontate nel film “Chair Times”.

Le persone affette dalla “condizione psicologica” citata da Fehlbaum sono tantissime e la rete ha fatto diventare il collezionismo – soprattutto quello “minore”, quindi incentrato su oggetti non “di valore” - un fenomeno diffusissimo anche perché supportato da strumenti preziosi: un motore di ricerca dedicato (Barnebys), un magazine (CollectorsWeekly), numerose aste online e il colto, a tratti filosofeggiante, blog “Collezione da Tiffany” (made in Italy).

Una parte di questo universo è abitato da designer e architetti, una categoria da sempre sensibile all’argomento. Lo dimostrano illustri esempi storici, da Le Corbusier agli Eames (che filmavano le loro raccolte di oggetti, come quella delle trottole). Per arrivare, in Italia, ad Achille Castiglioni. Il maestro, spiega la figlia Giovanna che gestisce la Fondazione, “collezionava oggetti anonimi per il piacere personale di tenere vicino a sé cose che gli parlavano. Poi però li utilizzava come strumenti pratici per portare esempi durante le sue lezioni al Politecnico o per ispirazione: li osservava in attesa che si trasformassero in spunti per arrivare ad altro. Da una matita una posata Alessi, da un sedile da mungitore una seduta per Zanotta, da un bicchiere una lampada per Flos…”.

Di fianco a questa modalità ne sono poi sorte altre. “Ho fissazioni tipologiche”, dice Odo Fioravanti, che colleziona oggetti da quando andava all’università e che ne ha (“per stima molto approssimativa”) circa duemila. “Per esempio i timer da cucina o le sedie pieghevoli. O i prodotti di una certa azienda (come Braun o Tupperware). O alcune linee di prodotti (come gli oggetti in legno di Sottsass per Twergi)”.

È proprio questa tematica - della tipologia ragionata - che sta venendo alla ribalta da qualche anno con mostre, libri e studi. Con un ruolo importante. Perché attraverso l’esposizione e il racconto la collezione del designer diventa un modo per fornire nuovi sguardi sul progetto e attirare un pubblico più ampio. La mostra tipologica infatti (se ben ordinata, esposta e didascalizzata) invia messaggi chiari sulle cose, permette un avvicinamento altrimenti impensabile da parte dei non addetti al lavori, racconta storie capaci di esprimere quel legame affettivo grazie al quale poter apprezzare davvero gli oggetti. E quindi il progetto (cosciente o meno, firmato o anonimo) che ci sta dietro.

Achille Castiglioni collezionava oggetti anonimi per il piacere personale di tenere vicino a sé cose che gli parlavano. Poi però li utilizzava come strumenti pratici per portare esempi durante le sue lezioni al Politecnico o per ispirazione. (Giovanna Castiglioni)"

La prima manifestazione di questo approccio è stata la Biennale di Architettura di Venezia curata da Rem Koolhaas (2014), che ha proposto “un’analisi al microscopio degli elementi fondamentali dei nostri edifici: pavimenti, pareti, soffitti, tetti, porte, finestre, facciate, balconi, corridoi, camini, servizi, scale, scale mobili, ascensori, rampe”. Un ‘catalogo della conoscenza’ da cui emergeva anche una critica verso  la ‘leggerezza’ di tanta architettura contemporanea rispetto a più ‘solidi’ esempi storici.

Da allora, una serie di piccole ma significative mostre sono nate da collezioni di oggetti senza pretese ma di grande valore antropologico. ‘Esercizi’ che, tra le righe, raccontavano la grande attenzione dei designer per le cose ma soprattutto per le persone che le usano. È fertile, in questo senso, Giulio Iacchetti, che nel 2015 mette in scena le razioni alimentari dei soldati, nel 2017 le mollette per il bucato (entrambe alla Triennale) e nel 2019 le caffettiere dei Maestri. Queste ultime, esposte al Lavazza Flagship di Milano fino al 3 novembre scorso, proponevano un’interpretazione della storia della moka, identificando nel 1979 l’anno spartiacque in cui l’oggetto più popolare in Italia si trasforma da semplice attrezzo casalingo in terreno di esplorazione per i progettisti.

Si muove su questa linea anche Collections Typologie, studio di design e casa editrice francese che pubblica libri di oggetti raccontati nel loro divenire storico. Il primo, nel 2017, era dedicato alle bocce. Gli altri, del 2019, sulla bottiglia di vino e il tappo di sughero, hanno dato vita a due mostre, presentate al FuoriSalone lo scorso aprile, al London Design Festival a settembre (nello shop di Jasper Morrison) e al Vitra Design Museum fino al 31 maggio 2020. Attualmente è in lavorazione uno studio sulle cassette di legno.

“Analizziamo oggetti che usiamo ogni giorno e fanno parte della nostra cultura, che conosciamo intimamente ma rispetto a cui non abbiamo distanza critica”, spiega Raphaël Daufresne (co-fondatore con Guillaume Bloget, Thélonious Goupil e Guillaume Jandin di Collections Typologie). “Cerchiamo di capire il motivo per cui hanno una determinata forma e perché si sono grandemente diffusi nel quotidiano. Per tutti gli oggetti che abbiamo studiato abbiamo scoperto una storia molto lunga e un articolato sfondo antropologico. Perché per evolversi e raffinarsi e per raggiungere perfezione ed efficienza, la forma di un oggetto ha bisogno di tempo”.

Il collezionismo è una condizione psicologica: quella di una persona che cerca qualcosa che ha perduto e che non ritroverà mai per davvero. (Rolf Fehlbaum)"

L’evoluzione e l’interpretazione di un oggetto sono state argomento anche di “U-Joints”, a cura di Andrea Caputo e Anniina Koivu (riesposta qualche mese fa a l’Ecal dopo la presentazione al FuoriSalone 2018), che studiava il tema del giunto attraverso esperimenti, prototipi e realizzazioni di 50 designer. “Credo che le mostre debbano raccontare una storia, rivelare un dettaglio sconosciuto o dimenticato o semplicemente aiutare a guardare il design da un’altra prospettiva”, spiega Koivu. “Riorganizzare gli oggetti di design sotto nuovi ombrelli, sia che si tratti di una tipologia, di una focalizzazione sulle articolazioni, di una tassonomia, di un momento specifico nel tempo: sono modi per ricordarci che c’è molto di più da progettare rispetto alla forma e alla funzionalità di un oggetto”.

In un momento storico in cui il più grande rischio per la professione è il dilagare del decorativismo a discapito delle innovazioni tipologiche, questo è un messaggio forte e significativo, per tornare concretamente a fare ‘cultura del design’. E per allargarne potenzialmente la portata oltre gli ambiti dei professionisti e degli appassionati grazie a strumenti comunicativi chiari e immediati.