PROGETTO DI RUY OHTAKE
FOTO DI RUY TEIXEIRA
TESTO DI MATTEO VERCELLONI

Luce, spazi unitari con generosi episodi a doppia altezza, una finestra a nastro continuo che incornicia il profilo dello skyline urbano dell’intorno, il tutto avvolto in un contenitore architettonico segnato dalla presenza figurativa del cemento armato, dell’arte e del colore.

È questa la casa-studio di Ruy Ohtake a San Paolo, una sintesi d’interni che sembra ben rappresentare, anche nel suo alternarsi tra linea curva e geometrie regolari, la costante della lezione del modernismo brasiliano che, dai primi maestri, Lucio Costa e Oscar Niemeyer in testa, si tramanda come un motivo irrinunciabile. Di tale ricerca Ruy Ohtake, architetto brasiliano classe 1938, allievo di Niemeyer, è uno dei testimoni. Le sue architetture, a prescindere dalla scala d’intervento, contengono sempre la commistione tra la rigidità della lezione razionalista d’importazione europea e la sensualità della linea curva, che scaturisce da molteplici aspetti della cultura brasiliana: dall’eredità del barocco locale alla morbidezza del movimento dei corpi che danzano sui motivi delle melodie sudamericane. Anche questo ‘interno autobiografico’ può essere letto in tale vettorialità e rivelare nella soluzione compositiva d’insieme questo stimolante percorso progettuale. Sviluppato su due livelli, al 17° e 18° piano di un edificio residenziale, lo ‘spazio Ohtake’ più che una casa (mancano cucina e guardaroba) si propone come un ambiente di vita rapportato ‘a misura sartoriale’ con il suo fruitore e utente, che in questo caso è anche l’architetto della soluzione d’insieme. Un ambiente quindi fortemente autobiografico che rappresenta in chiave privata carattere e comportamenti del suo autore. Ad esempio il desiderio di un rapporto continuo con la città, testimoniato dall’enfatizzazione delle aperture continue che corrono sul fronte principale, si ritrova presumibilmente nell’assenza della cucina che ‘costringe’ ad uscire di casa e dall’ambiente di lavoro per gli appuntamenti del pranzo e della cena, cercando appunto nella città i luoghi dedicati alle pause della giornata. Su una superficie complessiva di circa quattrocento metri quadrati, Ohtake distribuisce il percorso della scena dei suoi interni. Al piano inferiore il grande spazio unitario rapportato all’intera dimensione del fronte vetrato è affiancato sulle due estremità da un piccolo ufficio che annuncia la galleria espositiva alle sue spalle e da una zona soggiorno conviviale con bar attrezzato. Quello superiore, collegato con una scala interna a quello sottostante e a livello spaziale tramite un grande episodio d’angolo a doppia altezza e un taglio plastico in curva nella parte opposta, accoglie invece la zona più privata con la camera da letto, lo studio e la libreria, un piccolo terrazzo nascosto. Come in altri suoi progetti Ohtake assume gli elementi d’arredo come parte dell’architettura complessiva; il lungo arredo rettilineo che si sviluppa per sedici metri rapportandosi al fronte vetrato come un’onda architettonica che funge da libreria per poi diventare scrittoio, si affianca con la stessa tensione compositiva ai ‘mobili fissi’ di cemento armato (le librerie geometriche colorate di blu e di ocra), ad arredi di acciaio su disegno chiamati a creare un confronto e un dialogo con pezzi di altri autori, maestri della modernità di un vicino passato e della sperimentazione contemporanea.