Progetto di Italo Rota
Project collaborator Carlo Ferrari, Francesca Grassi
Lighting project Alessandro Pedretti
Foto di Carlo Vannini, Marcello Grassi
Testo di Antonella Galli
Commento alle immagini di Italo Rota

Rigenerare un museo per l’architetto Italo Rota significa inventare nuove modalità di condividere la memoria comune, rendendola feconda di idee, creazioni, ispirazioni. Questo obiettivo lo ha guidato nel progetto di rinnovamento e ampliamento dei Musei Civici di Reggio Emilia, portato a compimento lo scorso maggio, con un’appendice che si chiuderà nel corso del prossimo anno.

L’intervento ha riguardato il Palazzo San Francesco, edificio di antiche origini conventuali (1265), che da inizio Ottocento ha assunto varie destinazioni, fino a divenire la sede delle pregiate raccolte naturalistiche, storiche, artistiche della comunità reggiana. Il nucleo fondante delle collezioni civiche è dato dall’esemplare raccolta settecentesca dello scienziato di Scandiano Lazzaro Spallanzani, che comprende reperti zoologici, paleontologici, mineralogici, litologici e botanici, a cui nel tempo si sono aggiunte le raccolte di paletnologia del sacerdote Gaetano Chierici, varie collezioni artistiche, oltre a un grande numero di oggetti di memoria della città, della sua storia e della sua gente.

Il progetto di Italo Rota ha riguardato la ristrutturazione dell’edificio con la riorganizzazionee il rimodernamentodei primi due piani, già utilizzati nel passato come spazi museali, e il recupero integrale del terzo piano (1800 mq in più di spazi espositivi), in cui sono state ricavate le aree per le mostre temporanee, per lo spazio Kunsthalle su due livelli, per un’agorà e un laboratorio, per le stanze dedicate ai progettisti e ai makers (artigiani digitali) del Fablab reggiano, che in questi luoghi vengono a svolgere il loro lavoro quotidiano.

Al primo piano, quello dell’accoglienza e della collezione Spallanzani, sono stati rinnovati l’atrio con la biglietteria, la libreria e lo studiolo in cui i visitatori possono sostare prima della visita: una stanza, quest’ultima, in cui le pareti sono illustrate da grandi figure grafiche e multicolori di animali, quasi a introdurre, come in una dimensione onirica, gli incontri tra natura, storia e presente che attendono i visitatori.

In questo piano, come anche al secondo, gli interventi architettonici hanno sostanzialmente rispettato le caratteristiche tipologiche, storiche e strutturali del palazzo, attualizzandole nelle funzioni e interpretandole secondo un’ottica che suggerisce – attraverso le luci, le superfici neutre, l’incrocio con elementi contemporanei – la dimensione del sogno.

Lo spazio del museo, nella visione dell’architetto Rota, è definito come un’area privilegiata dell’immaginazionee dell’inconscio, in cui e su cui incrociare le tracce del passato, attraverso passaggi e scarti di coscienza, e non unicamente deputato, come in passato, alle finalità razionali e positiviste di studio e classificazione.

A questa visione vanno, quindi, ricondotti gli elementi modulari delle luci che tracciano i percorsi e definiscono poeticamente i volumi degli spazi, degli arredi e delle opere, ma anche gli inserti contemporanei che qua e là scompaginano l’ordine costituito, come il piano laccato rosso con inserto luminoso, sovrapposto al tavolo ottocentesco della biglietteria, o le casseforme lignee che ingabbiano alcuni portali della galleria, su uno dei quali compare, a sorvegliare il passaggio, la maschera mortuaria dello stesso Spallanzani, illuminata da tre lampadine nude come in uno specchio teatrale.

Sempre per assecondare le libere associazioni, l’architetto ha identificato, per ciascun livello, uno spazio Pièce Unique, in cui sono esposti i pezzi eccellenti delle raccolte civiche: la Venere di Chiozza (al primo piano), classificabile tra i più antichi idoli del Paleolitico; la rarissima tazza d’oro (al secondo piano) risalente all’età del bronzo e rinvenuta a Montecchio Emilia nel 2012; la scultura in ottone e ceramica La monta solare di Fausto Melotti (sempre al secondo piano) del 1969-79; la Croce di luce di Claudio Parmiggiani, all’ultimo piano.

Il terzo e ultimo piano, prima inutilizzato, è stato convertito per intero in spazio dedicato al contemporaneo, dove si incrociano più funzioni: le esposizioni temporanee, i laboratori dei makers, la galleria d’arte, l’agorà e i laboratori per il pubblico. Qui la manica lunga deputata alle esposizioni temporanee è sede, fino a Expo 2015, della mostra For Inspiration Only, ideata da Italo Rota, che assembla centinaia di oggetti provenienti dai depositi dei Musei Civici, di varie tipologie ed epoche, che raccontano storie della città. Un totale di 365 vicende, 50 già scritte, le altre che si aggiungeranno nel corso dell’anno, a cui ciascun cittadino può portare un suo frammento di memoria personale.

Con questa mostra, e in questo spazio, si palesa maggiormente il concetto di museo elaborato da Italo Rota per questo progetto: lo spazio per una narrazione collettiva, in cui gli oggetti, accostati liberamente, divengono stimolo per una presa di coscienza, per la rilettura del passato e per l’invenzione di un futuro comunitario.

“In questa fase di cambiamento la gente conserva, le case sembrano dei mini-musei”, afferma Italo Rota, “conservare significa stabilire relazioni, decidere cosa e quanto è importante: la forma del museo è venuta fuori da questo. For Inspiration Only è una selezione di oggetti realizzata con il solo e unico scopo di ispirare idee. Senza imporre una visione, una logica interpretativa. In questo momento di grandi trasformazioni, conservare è indissolubilmente legato a innovare”.

 

Antonella Galli