Una riflessione sul ruolo e il destino degli oggetti al tempo del nomadismo

C’è un racconto che ai bambini piace molto, s’intitola “Una casa per il paguro Bernardo”, di Eric Carle, e racconta ai pre-scolari che cosa succede nel mondo dei paguri che, crescendo, hanno bisogno di trovarsi sempre una casa nuova e adatta alle loro dimensioni.

Mentre la chiocciola, un altro invertebrato preso a riferimento dalle metafore dell’abitare, ci insegna quanto la costruzione della propria casa sia un gesto laborioso, lento, significativo, resiliente, la morale del paguro Bernardo è che i cambiamenti, per quanta paura facciano, possono essere avventure meravigliose. Entrambe le tesi hanno un valore e un senso. Una, vista dalla sponda dell’altra, potrebbe anche sembrare una soluzione desiderabile: è probabile che qualche paguro, come il nostro Bernardo, abbia le sue buone ragioni per desiderare la stabilità, e nello stesso tempo potrebbe esistere qualche chiocciola che, se la sapesse un’alternativa possibile, farebbe volentieri cambio con la libertà del paguro. Ma se si incontrassero, paguro e chiocciola, farebbero molta fatica a far capire l’uno all’altra le proprie ragioni.

Così come insegna la favola della formica e della cicala, diventata una metafora dell’atteggiamento dell’uomo nei confronti dei risparmi, sul tema dell’abitare le persone alternano comportamenti da paguro e abitudini da chiocciola. Parliamo qui, in realtà, soltanto di una piccola parte dell’umanità, in grado di scegliere, che si insinua tra le due più ampie porzioni degli individui costretti a cambiare continuamente o a non farlo mai, quelli che sono nati paguri o chiocciole, senza tanta scelta: da una parte, gli uomini per i quali il nomadismo è una scelta imposta e la fissa dimora un’utopia; dall’altra, quelli costretti ad abitare stabilmente in determinate condizioni, senza alcuna aspirazione di miglioramento e resistenza al degrado.

Parliamo dunque di una fetta privilegiata, geograficamente inquadrata nel Belpaese, dove si stima che circa l’80% degli abitanti viva in una casa di proprietà, dalla quale traslocherà circa quattro volte nella vita per spostarsi in un’altra abitazione di appartenenza. Chiocciole e paguri al tempo stesso, quindi, gli italiani che alternano le due modalità di concepire la casa, incrociandole a loro volta con le forme ibride del nuovo millennio.

Da una parte ci sono i paguri che si comportano come chiocciole: non costruiscono una casa che li seguirà e si modificherà con loro, ma trattengono a sé un insieme stretto di oggetti dai quali si sentono definiti e che sempre saranno, ovunque, la loro definizione di casa. Un guscio che li protegge – o che protegge la loro parte più densa – ma al tempo stesso anche un filtro con l’esterno, un profilo scelto, proprio come quello di un social network, che ci consente di presentarci mostrando la parte che vogliamo far vedere di noi.

Dall’altra parte troviamo specie di chiocciole che, pur avendo una loro casa, scelgono di vivere come paguri, cambiando continuamente, facendo delle forme di precariato un’opportunità per lavorare ‘da casa’, qualsiasi sia il significato di ‘casa’ e a qualunque latitudine essa si trovi. Si tratta dei cosiddetti ‘nomadi digitali’ che addirittura sfrutterebbero il vantaggio di un reddito in valuta forte, vivendo però in contesti nei quali il costo della vita è molto più basso. Alcuni di loro, partendo, lasciano case che verranno abitate da altre persone, magari con una permanenza di pochi giorni; case che furono di chiocciole che diventano contenitori per tutti e nelle quali i paguri, transitando, lasciano commenti.

Chiocciole e paguri al tempo stesso, quindi, gli italiani che alternano le due modalità di concepire la casa, incrociandole a loro volta con le forme ibride del nuovo millennio"

Ma che cosa ne è degli oggetti, cioè i primi, stabili, abitanti delle case, in questo passaggio di inquilini sempre diversi? Qual è il loro ruolo e significato ai tempi del nomadismo e di Airbnb?

La risposta più immediata è pensare che chi sceglie il nomadismo professi un disinteresse per le cose, fatta eccezione per quelle mobili e adattabili. In realtà, l’esito di questi nuovi comportamenti determina un atteggiamento molto interessato agli oggetti. Un tempo, negli annunci “affittasi”, la dicitura più sfruttata era “parzialmente arredato”, che era anche la soluzione che meglio combinava le esigenze soft di chi lasciava la casa con il minimo indispensabile perché potesse essere occupata in fretta e quelle di chi, occupandola, si sarebbe potuto dedicare a spese di personalizzazione, date per scontate le funzioni principali: letto, armadio, sanitari, cucina etc.

Oggi, la concorrenza e l’esposizione di piattaforme di hosting fanno sì che l’ospite in realtà si dedichi con grandissima cura ai dettagli della casa che lascia, quasi più di quanto non faccia per quella che tiene. Ne potrebbe conseguire che a un dato punto – non così lontano – gli oggetti di maggior valore, gusto, segno, personalità finiscano paradossalmente per trovare spazio in case altre da quelle che abitiamo veramente, per generare un valore (economico, ma anche d’immagine e, non ultimo, di gratificazione personale di ritorno) e per parlare di noi proprio quando non ci siamo. Come se queste cose, oltre le persone, oltre gli intenti e le funzioni, oltre l’abbandono, esistessero anche senza di noi, o proprio quando noi non ci siamo più.