Progetti

Morphing

Il design esplora la forma in divenire, in mobili e oggetti dall’identità indefinita e mutevole. Progetti transgenici colti nel loro processo evolutivo. Mobili mutanti per funzioni multiple, movimenti a sorpresa, aggregazioni insolite, illusioni ottiche. Un racconto infografico ne illustra le trasformazioni, le tensioni, gli equilibri e disegna le forze in gioco.

Le forme duttili della pelle tessile

“Un tessuto tubolare di maglia elastica, con il quale normalmente si fanno indumenti, può essere usato come diffusore per una lampada”, scrive Bruno Munari in Da cosa nasce cosa – Appunti per una metodologia progettuale, pubblicato da Laterza nel 1981.

Le forme duttili della pelle tessile

“Un tessuto tubolare di maglia elastica, con il quale normalmente si fanno indumenti, può essere usato come diffusore per una lampada”, scrive Bruno Munari in Da cosa nasce cosa – Appunti per una metodologia progettuale, pubblicato da Laterza nel 1981.

Effetti speciali

Virtual location uguale a “computer genereted location”. Si tratta di ambienti fotorealistici costruiti al computer grazie a rappresentazioni matematiche e calcoli necessari a simulare il comportamento della luce e le proprietà fisiche e ottiche degli oggetti e dei materiali. È un metodo di lavoro molto simile a quello tradizionale, la differenza è nel linguaggio, che utilizza il passaggio di differenti software per ottenere il progetto immaginato. Un ulteriore percorso nella comunicazione figurativa, da principio fotografica con l’uso della tradizionale pellicola, oggi con l’utilizzo inesorabile della tecnologia del digitale nelle sue diverse forme

Mutant vision

Foto 1 Wave, lampade alogene a sospensione in alluminio estruso a sezione ellissoidale, laccato alluminio, bianco o nero. Design di Baruffi & De Santis per Foscarini. Tight, poltrona rivestita in tessuto o in pelle totalmente sfoderabili, con base in acciaio cromato o nero. Design di Nicola Gallizia per Molteni&C. Calligrafia, mobile-libreria della serie di quattro… View Article

Mutant vision

Foto 1 Wave, lampade alogene a sospensione in alluminio estruso a sezione ellissoidale, laccato alluminio, bianco o nero. Design di Baruffi & De Santis per Foscarini. Tight, poltrona rivestita in tessuto o in pelle totalmente sfoderabili, con base in acciaio cromato o nero. Design di Nicola Gallizia per Molteni&C. Calligrafia, mobile-libreria della serie di quattro… View Article

Nell’Appennino piacentino, il posto delle favole di Foggini

L a visione che ha ispirato la casa di Jacopo Foggini in alta Valtrebbia, sull’Appennino piacentino, nasce nel tempo, dalla ricerca, durata alcuni anni, di un luogo deputato alla libertà di espressione e immaginazione. Un’abitazione-rifugio nata per lasciare spazio alla creatività e alla sfera privata, progettata insieme agli architetti Alice Nardi, la sua fidanzata, e a Roberto Bergonzi, collaboratore di mille avventure.

Milano, l’arca di Noé di Italo Rota e Margherita Palli

“Raramente il loro appartamento sarebbe in ordine, ma proprio quel disordine ne costituirebbe il maggior fascino. Non se ne occuperebbero quasi: si limiterebbero a viverci. La sua comodità sembrerebbe loro un fatto acquisito, un dato di partenza, uno stato della loro natura. La loro vigilanza sarebbe volta altrove: al libro da aprire, al testo da scrivere, al disco da ascoltare, al dialogo quotidianamente ripreso. Lavorerebbero a lungo, senza febbrile impazienza senza acrimonia. Poi pranzerebbero in casa o fuori; ritroverebbero gli amici; passeggerebbero con loro. Talora avrebbero l’impressione che tutta una vita potrebbe armoniosamente trascorrere fra quelle pareti ricoperte da libri, fra quegli oggetti così perfettamente familiari che fi nirebbero per ritenerli creati da sempre per il loro esclusivo consumo, fra quelle cose belle e semplici, dolci, luminose. Ma non se ne sentirebbero vincolati: certi giorni, se ne andrebbero alla ventura. Nessun progetto sarebbe loro impossibile. Non conoscerebbero il rancore, l’amarezza, l’invidia, dato che i loro mezzi e i loro desideri si accorderebbero su ogni punto, in ogni tempo. Quest’equilibrio lo chiamerebbero felicità. E saprebbero, in virtù della libertà, della saggezza, della cultura, preservarla, scoprirla in ogni momento della loro vita comune”.

Morphing

Il design esplora la forma in divenire, in mobili e oggetti dall’identità indefinita e mutevole. Progetti transgenici colti nel loro processo evolutivo. Mobili mutanti per funzioni multiple, movimenti a sorpresa, aggregazioni insolite, illusioni ottiche. Un racconto infografico ne illustra le trasformazioni, le tensioni, gli equilibri e disegna le forze in gioco.

Effetti speciali

Virtual location uguale a “computer genereted location”. Si tratta di ambienti fotorealistici costruiti al computer grazie a rappresentazioni matematiche e calcoli necessari a simulare il comportamento della luce e le proprietà fisiche e ottiche degli oggetti e dei materiali. È un metodo di lavoro molto simile a quello tradizionale, la differenza è nel linguaggio, che utilizza il passaggio di differenti software per ottenere il progetto immaginato. Un ulteriore percorso nella comunicazione figurativa, da principio fotografica con l’uso della tradizionale pellicola, oggi con l’utilizzo inesorabile della tecnologia del digitale nelle sue diverse forme

Alhóndiga Bilbao

L’Alhóndiga Bilbao è la prima opera pubblica di Philippe Starck in Spagna, commissionata dalla municipalità comunale. Recupera, riconverte e ricolloca nella contemporaneità un edificio modernista in mattoni rossi a vista, ferro e cemento armato costruito nel 1909 da Ricardo Bastida e utilizzato come deposito di oli, liquori e vino nel centro della città basca, Plaza Arriquibar, in posizione mediana tra il recente Guggenheim Museum di Frank O.Gehry e l’antica Plaza de Toros.

Una cintura frammentata, un building all’interno del quale la composizione risulta restituita da un atrio centrale coperto sul quale affacciano tre edifici in mattoni rossi articolati su altrettanti livelli, nel complesso 40.000 mq destinati ad auditorium, cinema, mediateca, impianti sportivi, sale espositive e di sperimentazione artistica. “Un luogo concepito come motore di vitalità e di cultura secondo il motto latino Mens sana in corpore sano” ha spiegato l’archistar del design. Il risultato di un’opera corale:“Mi sono sentito coinvolto più come un direttore d’orchestra o come un regista che come un architetto in senso tradizionale” ha aggiunto.

E, in questa prospettiva, risulta interessante la sua collaborazione con lo scenografo italiano Lorenzo Baraldi, che gli ha consentito di risolvere la criticità visiva di 43 pilastri, anche affiancati da pluviali, che punteggiano proprio lo spazio d’ingresso, fulcro di connessione e snodo tra le varie attività. “Ho sempre visto che nei film tutto accade dietro le colonne… dietro le colonne si nascondono rappresentazioni di dramma, bellezza, storia. Ogni colonna, messa in relazione con la sua cultura ed epoca, crea diverse interpretazioni, ambientazioni ed emozioni” ha raccontato Starck nel bel documentario-video 43 Colonne in scena a Bilbao prodotto da Schicchera Production, scritto e diretto da Eleonora Sarasin e Leonardo Baraldi (figlio di Lorenzo). Da questa riflessione, alla scelta di uno scenografo legato al mondo del cinema, il passo è stato breve.

Su suggerimento del capoprogetto Stefano Robotti, tre anni fa Starck ha chiamato proprio Lorenzo Baraldi, classe 1940, parmense, studi di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, un autentico talento nel disegno; e una carriera pluripremiata, segnata anche dal David di Donatello e da collaborazioni con registi come Dino Risi, Mario Monicelli, Massimo Troisi, Paolo Virzì, Paolo e Vittorio Taviani, Alberto Sordi. Lo scenografo di film quali il Marchese del Grillo (1981), Amici Miei (1975), Profumo di Donna (1974), entra in questa storia quasi per caso. Alla sua prima volta col design, è chiamato a realizzare un’installazione permanente proprio nel cuore dell’edificio: avvolgere i 43 pilastri preesistenti con colonne tutte differenti per forme, materiali e apparato decorativo, ispirate alle culture di tutte le epoche.

“In modo che, zigzagando tra queste colonne, si attraversi la geografia, la storia e il tempo. Uno spazio-tempo aperto in cui tutti si possono ritrovare” ha precisato Starck. Lorenzo Baraldi effettua una ricerca iconografica di modelli cui ispirarsi nel suo studio romano di Cinecittà, una sorta di museo del cinema popolato di plastici e foto di scena. “Una volta arrivati da Parigi i primi fax con gli schizzi e le indicazioni di Starck, ho elaborato circa 800 disegni” ricorda “iniziando, ispirandomi agli stili egiziani, assiro-babilonesi, greci e romani, classici”. È un tripudio materico, suggestivamente materico, di arabeschi scolpiti, cascate di fiori, frutta, grappoli d’uva, foglie di edera attorcigliata che entusiasma Starck che si concentra sul dettaglio e sulla perfezione realizzativa dei singoli pezzi. Una volta ottenuti i disegni definitivi, un laboratorio di scenografia realizza i 43 modellini. Una pratica consueta nel quotidiano di Baraldi.

“Il modellino nel cinema è molto importante, perché molti registi non riescono a leggere una pianta, un alzato, una prospettiva” ha spiegato. Il prosieguo del progetto non è da mission impossible. Baraldi conosce i migliori laboratori specializzati nel campo cinematografico e teatrale a cui si rivolgono scenografi e costumisti di tutto il mondo. Nella fattispecie, su precisa richiesta di Starck, non ammette alcuna concessione all’utilizzo di materiali “poveri” familiari ai set come il gesso o la vetroresina, bensì privilegia la scelta di materie nobili appartenenti alla storia dell’architettura e finiture d’eccellenza quali la laccatura a mano data a pennello.

Tra Carrara, Lecce, Roma, Firenze, Perugia e Milano, individua i territori d’elezione e i maestri della grande tradizione artigianale italiana, che realizzeranno le colonne in sette materiali diversi: legno, marmo, cemento, terracotta invetriata, mattoni, pietra leccese, acciaio. Soltanto il bronzo e l’alluminio sono di fattura spagnola. Lo scenografo italiano coordina tutte le fasi, dall’idea all’installazione, si confronta nei vari cantieri con le difficoltà della realizzazione. “È stato anche un modo” conclude “per monitorare sul campo la forza di sperimentazioni tra metodi di lavoro antichi e tecnologie all’avanguardia”. Perché, alla fine, come diceva un grande architetto torinese, Carlo Mollino, “il significato non sta nelle parole, ma nell’accento”. E più che una figura cristallizzata nelle solidità dei suoi muri centenari, Alhóndiga Bilbao resta un ‘ambiente’ vivo e dinamico che appartiene ai suoi fruitori e alla città. Insieme alle sue colonnescultura che, tradotte in una sequenza filmica narrativa, assurgono ancora di più a “simbolo auspicabile di una società contemporanea trasversale, multiculturale e multietnica, aperta al dialogo e all’interscambio”.

Alhóndiga Bilbao

L’Alhóndiga Bilbao è la prima opera pubblica di Philippe Starck in Spagna, commissionata dalla municipalità comunale. Recupera, riconverte e ricolloca nella contemporaneità un edificio modernista in mattoni rossi a vista, ferro e cemento armato costruito nel 1909 da Ricardo Bastida e utilizzato come deposito di oli, liquori e vino nel centro della città basca, Plaza Arriquibar, in posizione mediana tra il recente Guggenheim Museum di Frank O.Gehry e l’antica Plaza de Toros.

Una cintura frammentata, un building all’interno del quale la composizione risulta restituita da un atrio centrale coperto sul quale affacciano tre edifici in mattoni rossi articolati su altrettanti livelli, nel complesso 40.000 mq destinati ad auditorium, cinema, mediateca, impianti sportivi, sale espositive e di sperimentazione artistica. “Un luogo concepito come motore di vitalità e di cultura secondo il motto latino Mens sana in corpore sano” ha spiegato l’archistar del design. Il risultato di un’opera corale:“Mi sono sentito coinvolto più come un direttore d’orchestra o come un regista che come un architetto in senso tradizionale” ha aggiunto.

E, in questa prospettiva, risulta interessante la sua collaborazione con lo scenografo italiano Lorenzo Baraldi, che gli ha consentito di risolvere la criticità visiva di 43 pilastri, anche affiancati da pluviali, che punteggiano proprio lo spazio d’ingresso, fulcro di connessione e snodo tra le varie attività. “Ho sempre visto che nei film tutto accade dietro le colonne… dietro le colonne si nascondono rappresentazioni di dramma, bellezza, storia. Ogni colonna, messa in relazione con la sua cultura ed epoca, crea diverse interpretazioni, ambientazioni ed emozioni” ha raccontato Starck nel bel documentario-video 43 Colonne in scena a Bilbao prodotto da Schicchera Production, scritto e diretto da Eleonora Sarasin e Leonardo Baraldi (figlio di Lorenzo). Da questa riflessione, alla scelta di uno scenografo legato al mondo del cinema, il passo è stato breve.

Su suggerimento del capoprogetto Stefano Robotti, tre anni fa Starck ha chiamato proprio Lorenzo Baraldi, classe 1940, parmense, studi di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, un autentico talento nel disegno; e una carriera pluripremiata, segnata anche dal David di Donatello e da collaborazioni con registi come Dino Risi, Mario Monicelli, Massimo Troisi, Paolo Virzì, Paolo e Vittorio Taviani, Alberto Sordi. Lo scenografo di film quali il Marchese del Grillo (1981), Amici Miei (1975), Profumo di Donna (1974), entra in questa storia quasi per caso. Alla sua prima volta col design, è chiamato a realizzare un’installazione permanente proprio nel cuore dell’edificio: avvolgere i 43 pilastri preesistenti con colonne tutte differenti per forme, materiali e apparato decorativo, ispirate alle culture di tutte le epoche.

“In modo che, zigzagando tra queste colonne, si attraversi la geografia, la storia e il tempo. Uno spazio-tempo aperto in cui tutti si possono ritrovare” ha precisato Starck. Lorenzo Baraldi effettua una ricerca iconografica di modelli cui ispirarsi nel suo studio romano di Cinecittà, una sorta di museo del cinema popolato di plastici e foto di scena. “Una volta arrivati da Parigi i primi fax con gli schizzi e le indicazioni di Starck, ho elaborato circa 800 disegni” ricorda “iniziando, ispirandomi agli stili egiziani, assiro-babilonesi, greci e romani, classici”. È un tripudio materico, suggestivamente materico, di arabeschi scolpiti, cascate di fiori, frutta, grappoli d’uva, foglie di edera attorcigliata che entusiasma Starck che si concentra sul dettaglio e sulla perfezione realizzativa dei singoli pezzi. Una volta ottenuti i disegni definitivi, un laboratorio di scenografia realizza i 43 modellini. Una pratica consueta nel quotidiano di Baraldi.

“Il modellino nel cinema è molto importante, perché molti registi non riescono a leggere una pianta, un alzato, una prospettiva” ha spiegato. Il prosieguo del progetto non è da mission impossible. Baraldi conosce i migliori laboratori specializzati nel campo cinematografico e teatrale a cui si rivolgono scenografi e costumisti di tutto il mondo. Nella fattispecie, su precisa richiesta di Starck, non ammette alcuna concessione all’utilizzo di materiali “poveri” familiari ai set come il gesso o la vetroresina, bensì privilegia la scelta di materie nobili appartenenti alla storia dell’architettura e finiture d’eccellenza quali la laccatura a mano data a pennello.

Tra Carrara, Lecce, Roma, Firenze, Perugia e Milano, individua i territori d’elezione e i maestri della grande tradizione artigianale italiana, che realizzeranno le colonne in sette materiali diversi: legno, marmo, cemento, terracotta invetriata, mattoni, pietra leccese, acciaio. Soltanto il bronzo e l’alluminio sono di fattura spagnola. Lo scenografo italiano coordina tutte le fasi, dall’idea all’installazione, si confronta nei vari cantieri con le difficoltà della realizzazione. “È stato anche un modo” conclude “per monitorare sul campo la forza di sperimentazioni tra metodi di lavoro antichi e tecnologie all’avanguardia”. Perché, alla fine, come diceva un grande architetto torinese, Carlo Mollino, “il significato non sta nelle parole, ma nell’accento”. E più che una figura cristallizzata nelle solidità dei suoi muri centenari, Alhóndiga Bilbao resta un ‘ambiente’ vivo e dinamico che appartiene ai suoi fruitori e alla città. Insieme alle sue colonnescultura che, tradotte in una sequenza filmica narrativa, assurgono ancora di più a “simbolo auspicabile di una società contemporanea trasversale, multiculturale e multietnica, aperta al dialogo e all’interscambio”.

Nell’Appennino piacentino, il posto delle favole di Foggini

L a visione che ha ispirato la casa di Jacopo Foggini in alta Valtrebbia, sull’Appennino piacentino, nasce nel tempo, dalla ricerca, durata alcuni anni, di un luogo deputato alla libertà di espressione e immaginazione. Un’abitazione-rifugio nata per lasciare spazio alla creatività e alla sfera privata, progettata insieme agli architetti Alice Nardi, la sua fidanzata, e a Roberto Bergonzi, collaboratore di mille avventure.

Connecticut, la casa-roccia d’acciaio

La ricerca di Daniel Libeskind copre senza flessioni di riuscita espressiva e con la stessa passione progettuale ogni scala d’intervento; torri e grattacieli, musei e grandi strutture pubbliche, sono affrontati dall’architetto vincitore del concorso per la ricostruzione di Ground Zero a New York con la stessa intensitàriservata a progetti di scala minore come nelle opere di design, o come in questa sorprendente costruzione domestica calata nel paesaggio del Connecticut. Non si tratta per Libeskind di ripercorrere in senso ideologico lo slogan modernista “dal cucchiaio alla città”, ma di estendere una ricerca progettuale all’intero ambiente che ci circonda da quello privato a quello pubblico, dallo spazio museale a quello urbano.

Connecticut, la casa-roccia d’acciaio

La ricerca di Daniel Libeskind copre senza flessioni di riuscita espressiva e con la stessa passione progettuale ogni scala d’intervento; torri e grattacieli, musei e grandi strutture pubbliche, sono affrontati dall’architetto vincitore del concorso per la ricostruzione di Ground Zero a New York con la stessa intensitàriservata a progetti di scala minore come nelle opere di design, o come in questa sorprendente costruzione domestica calata nel paesaggio del Connecticut. Non si tratta per Libeskind di ripercorrere in senso ideologico lo slogan modernista “dal cucchiaio alla città”, ma di estendere una ricerca progettuale all’intero ambiente che ci circonda da quello privato a quello pubblico, dallo spazio museale a quello urbano.

Milano, l’arca di Noé di Italo Rota e Margherita Palli

“Raramente il loro appartamento sarebbe in ordine, ma proprio quel disordine ne costituirebbe il maggior fascino. Non se ne occuperebbero quasi: si limiterebbero a viverci. La sua comodità sembrerebbe loro un fatto acquisito, un dato di partenza, uno stato della loro natura. La loro vigilanza sarebbe volta altrove: al libro da aprire, al testo da scrivere, al disco da ascoltare, al dialogo quotidianamente ripreso. Lavorerebbero a lungo, senza febbrile impazienza senza acrimonia. Poi pranzerebbero in casa o fuori; ritroverebbero gli amici; passeggerebbero con loro. Talora avrebbero l’impressione che tutta una vita potrebbe armoniosamente trascorrere fra quelle pareti ricoperte da libri, fra quegli oggetti così perfettamente familiari che fi nirebbero per ritenerli creati da sempre per il loro esclusivo consumo, fra quelle cose belle e semplici, dolci, luminose. Ma non se ne sentirebbero vincolati: certi giorni, se ne andrebbero alla ventura. Nessun progetto sarebbe loro impossibile. Non conoscerebbero il rancore, l’amarezza, l’invidia, dato che i loro mezzi e i loro desideri si accorderebbero su ogni punto, in ogni tempo. Quest’equilibrio lo chiamerebbero felicità. E saprebbero, in virtù della libertà, della saggezza, della cultura, preservarla, scoprirla in ogni momento della loro vita comune”.