Di Alessandro Villa

Cosa succede alla mente quando ci troviamo di fronte a qualcosa che stimola la nostra sensibilità estetica? Quali meccanismi cerebrali si mettono in moto? A queste domande il neurobiologo Semir Zeki cerca una risposta con il supporto delle tecniche di imaging cerebrale che oggi permettono di localizzare con precisione le singole aree del cervello attive nell’esperienza del bello.

Negli ultimi anni le conoscenze hanno fatto grandi passi, benché i processi mentali siano ancora un mistero che anima un acceso dibattito scientifico e filosofico. La neuroestetica– come è stata definita da Zeki – è un nuovo ambito di studi che combina scienza ed estetica.

L’obiettivo è di dimostrare che ogni configurazione artistica interagisce con un sostrato sensibile che deriva dal possesso di un comune patrimonio genetico. In altre parole, la percezione della bellezza è possibile grazie alla ricettività del sistema nervosoche sarebbe predisposto a questo tipo di esperienza e che è sostanzialmente identico per ogni essere umano. Determinate qualità estetiche attivano sensazioni piacevoli comuni a molti di noi perché il nostro cervello – a un preciso livello che la scienza si prefigge di scoprire – è organizzato secondo strutture molto simili.

A oggi le tecniche di scansione cerebrale non sono state impiegate per uno studio sistematico sui rapporti tra biologia e progettazione sebbene l’argomento sia di grande interesse soprattutto per il design. I recenti progetti di Oki Sato, alias Nendo, giocano sulla complessità della percezione e sulla molteplicità dei significati, talvolta su quello che il cervello ‘crede’ di vedere, altre su configurazioni da interpretare e completare mentalmente .

Le opere di Nendo propongono figure illusorie, trasparenze apparenti, schermi invisibili, tricks che sprigionano nell’osservatore il piacere di scoprirli. L’aspetto più interessante è che questi progetti attivano meccanismi mentali universali, a prescindere dalla cultura, dalla provenienza, dalle caratteristiche dell’osservatore, perché si basano su fenomeni percettivi comuni all’esperienza di ognuno. In queste pagine mostriamo alcuni progetti che non nascono da complicati ragionamenti intellettuali, bensì suggeriscono una percezione meno scontata della realtà.

Non si tratta solo di trucchi intelligenti e illusioni ottiche ma di un’acuta introspezione psicologica dei fenomeni della percezione.
Sebbene oggi molte idee della Gestalt siano state smentite per via sperimentale e la ricerca abbia preso nuove strade, le potenzialità di uno studio sul rapporto tra i sensi e la mente sono evidenti per ogni campo della progettazione.

A Lione è stata da poco aperta Confluence, una scuola di architettura che include la neurologia tra le materie di studio fondamentali. Ne è promotrice l’architetto francese Odile Decq che sostiene la necessità di un metodo di insegnamento transdisciplinare aperto alla biologia, alla medicina, alla matematica. Non si vuole mettere in contrapposizione il sapere umanistico e scientifico ma si cerca di integrarli.

In architettura e nel design la fruizione dello spazio o dell’oggettonon è mai passiva ma è passibile di molte interpretazioni sollecitate dal contenuto estetico e sensoriale dell’opera, benché il progetto – a differenza della pura espressione artistica – produca di solito letture molto meno ambigue.

In genere siamo portati a pensare che le convinzioni culturali siano sempre prevalenti rispetto ai precetti, per esempio, quando associamo i materiali ad un preciso aspetto, colore e texture. Ma oggi le tecniche di riproduzione di ogni tipo di superficie hanno creato una frattura tra il piano percettivo e quello culturale. Tant’è che i materiali imitativi hanno un enorme successo e un numero sempre maggiore di persone, anche progettisti, li scelgono in sostituzione di quelli da cui prendono l’aspetto.

Tra tutti, la riproduzione del legno sui laminati e nella ceramica, ormai del tutto indistinguibile dal vero sia nel colore che nella texture, che spesso è sufficiente per soddisfare il bisogno di circondarsi di un materiale naturale ad un livello puramente percettivo. Le neuroscienzeci potrebbero aiutare a comprendere se l’obiettivo a cui tendiamo sia la ‘verità’ delle superfici o la semplice soddisfazione di aspettative formali che ancora non riusciamo a comprendere a fondo.

Oggi i ricercatori lavorano sull’idea di un cervello biologicamente predisposto ad una determinata esperienza, piuttosto che – come sostengono i critici della neuroestetica – assegnare al cervello un ruolo di puro supporto dell’esperienza.

Se, come sostiene Zeki, tutti i dati sensoriali sono sottoposti a processi di adeguamento ad un  concetto sintetico ideale, i materiali imitativi allora potrebbero soddisfare un principio primitivo del cervello, un risultato dell’adattamento plurimillenario all’ambiente, o solo un modo per riconoscere ciò di cui abbiamo bisogno.

Forse il legno, la pietra e tutti i materiali naturali sono già dentro di noi e oggi la loro imitazione, così esatta da non distinguere il vero neppure al tatto, li rende ugualmente autentici per il cervello. Se così fosse potremmo pensare che anche progettare sia un processo di adattamento a concetti definiti dalla biologia, mentre l’architettura e il design sarebbero un modo evoluto di dare corpo e forma a questi ‘modelli’.

Anche Oki Sato sostiene che le esperienze immagazzinate dal cervello vanno a costruire una libreria di archetipi. Un progetto di design deve essere riconosciuto sul piano intellettuale, ma deve soprattutto attivare uno sguardo inedito della realtà, deve emozionare, anche creando scompiglio nella libreria delle idee acquisite. Solo se supera questo filtro, allora può raggiungere il cuore.

Progettare è un attività che mette a confronto il cervello del designer e del fruitoreperché sono possibili molte soluzioni tutte diverse e tutte allo stesso modo efficaci sul piano funzionale. Esiste una moltitudine di manufatti, edifici, sedie, tavoli e utensili, tutti egualmente ben progettati, ma non tutti emozionanti. La qualità che li differenzia è allora da individuare nell’efficacia degli stimoli sensoriali e intellettivi. Questa qualità è l’essenza della poetica di Nendo.

 

Alessandro Villa

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Alcuni schizzi di Nendo che spiegano la sua idea di design: vedere con gli occhi, selezionare con il cervello, comprendere con il cuore. Ma il processo può funzionare anche all’inverso: dalle emozioni può essere attinta l’energia per risolvere il progetto.
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I ‘profili di Rubin’ sono una serie di figure ambigue che consentono due soluzioni non percepibili simultaneamente. A queste si è ispirato Nendo per il disegno della lampada Eigroub che ribalta la silhouette della lampada Bourgie di Kartell per celebrarne i dieci anni.
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Un elastico realizzato da Nendo a forma di cubo: è facile da afferrare ma inganna la vista e rivela la consistenza solo quando lo si usa.
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Un allestimento realizzato dal designer giapponese per Cos in occasione del FuoriSalone 2014 di Milano: una serie di display creano l’illusione di solidi intersecati e interposti tra schermi colorati.
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Un righello trasparente pensato da Nendo per essere usato in contrasto cromatico su ogni tipo di sfondo.
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Uno schizzo del designer che esprime l’idea del progetto per un righello trasparente.
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La famosa figura di Kanisza che mostra due triangoli sovrapposti anche se non sono effettivamente disegnati. La mente tende a percepire le figure in relazione allo sfondo.