A Mentone, primo avamposto della Costa Azzurra arrivando dall'Italia, è stato inaugurato lo scorso novembre il Museo Jean Cocteau formatosi grazie all'eccezionale donazione di Séverin Wunderman delle opere del poeta e artista francese. Rudy Ricciotti ha creato un edificio enigmatico e affascinante, anticelebrativo e sorta di complesso incrocio tra architettura e mondo naturale, in grado di portare la città verso il mare.

Ègià stato definito come una conchiglia abbandonata dal mare e trasformata in grotta architettonica per la cultura; per altri appare come un frammento di scogliera lasciato sulla spiaggia e scolpito dalla brezza del vento; alcuni vi leggono un carapace radicato sul bordo della città o un ragno di mare indeciso tra la sabbia e l’acqua.

Il critico d’arte Paul Ardenne va oltre e vi identifica un tempio misterioso e senza tempo dedicato a divinità sconosciute di una civilizzazione ancora da scoprire, ma che forse Cocteau, a cui questo museo è dedicato, portava all’interno del suo cuore e della sua poesia. Certo l’ultimo lavoro di Rudy Ricciotti, risultato vincitore di un concorso di progettazione internazionale bandito dalla città di Mentone nel 2007, è opera che senza dubbio stupisce, ma non per autoreferenzialità iconica. Più che ‘esibizione muscolare’ in chiave di composizione architettonica, il Musée Jean Cocteau ci affascina per forza poetica. Un edificio dedicato ad un grande poeta e artista francese che in fondo traduce nella sua immagine e nella sua calibrata soluzione microurbanistica, il carattere, la tensione, la qualità dell’opera che contiene. L’edificio, di forma trapezoidale, non supera i cinque metri di altezza ponendosi rispetto all’immagine della città storica sul mare, alla preesistenza del Mercato del XIX secolo, come una sorta di nuovo possente ‘basamento’ di cemento bianco scolpito da sinuosi tagli verticali che si prolungano sulla copertura come dita, tutte diverse tra loro, di una grande mano che affonda nella sabbia. Tagli che incorniciano brani di paesaggio osservabili dagli spazi interni, scorci plastici in grado di creare un nuovo rapporto visivo con la città e il mare di cui il Museo si offre come dialettica cerniera di raccordo. Nuovo spazio pubblico in grado di riattivare la Promenade du Soleil, organizzando alle sue spalle un giardino con padiglioni leggeri, sentieri e aiuole verdi, un parcheggio en plein air. Il monolite scolpito si inserisce nel tessuto urbano come un contrappunto gentile e deciso che, senza rinunciare al suo carattere fortemente contemporaneo, definisce un giusto rapporto di scala sul bordo del mare; dove uno stretto, quanto possente porticato funge da filtro alla vetrata a tutt’altezza aperta verso gli spazi interni declinati in un articolato programma museale. Lo spazio espositivo di dimensioni maggiori affacciato sul mare è dedicato ai disegni di Cocteau e alle proiezioni dei film cui l’artista aveva collaborato. Al suo fianco e separato da un blocco servizi, si trova l’ambiente riservato alle esposizioni temporanee, che fronteggia l’ingresso e la cafeteria rivolti verso il giardino. Nell’interrato sono ubicati l’atelier pedagogico, il cabinet d’arte grafica, uno spazio per la raccolta di documenti legati alla vita di Cocteau, uffici e depositi. Negli interni si conserva l’idea di unitarietà che l’edificio denuncia nella sua figura urbana. Le esposizioni sono organizzate con setti che non raggiungono la copertura, in modo da valorizzare i tagli dei bordi perimetrali che incorniciano l’azzurro del cielo. Jean Cocteau non si fidava dei musei, spaventato di vedere la sua opera e il suo pensiero, costretti in modo claustrofobico, in sale e gallerie aperte al pubblico. Come ci ricorda Celia Bernasconi conservatrice del Museo, Cocteau scriveva: “spesso succede che invece di sospendere le tele, le si appenda, le si appenda in alto con una corta corda e che esse muoiano”. Rudy Ricciotti ha liberato dalle corde l’opera dell’artista, creando uno spazio in grado di proiettarla verso il mare, la città, il cielo. Un’architettura che rifiuta la dittatura di una modernità tirannica e considera il valore della narrazione, l’atteggiamento onirico, e il disegno, come una possibile fuga architettonica in grado di configurare risposte progettuali che superino il tempo e gli ‘stili’ del momento.