A cura di Maddalena Padovani con Laura Ragazzola

Ernesto Gismondi, presidente di Artemide Il Salone del Mobile come villaggio globale Senza ricerca, creatività e innovazione un’azienda del design non va da nessuna parte, qualunque sia la strategia commerciale adottata.

Detto questo, dove si trova oggi la creatività? Dall’epoca dei grandi Maestri le cose sono cambiate. Il design italiano è nato negli anni 60 per opera degli architetti impegnati a ricostruire Milano, che non rappresentavano la scuola del Bauhaus bensì la continuità con il razionalismo italiano. Questa scuola non si è esaurita, ma conta ancora su grandi protagonisti come Enzo Mari e Michele De Lucchi. Tuttavia, i designer che oggi lavorano per le aziende italiane e producono creatività non sono solo italiani, ma provengono da tutto il mondo. Le ragioni sono semplici: dato che l’obiettivo è portare i nostri prodotti nel mondo, è necessario coinvolgere progettisti stranieri capaci di interpretare le esigenze di paesi diversi dal nostro. Non si tratta di colonizzazione ma di scambi di cultura: per essere presente in America, devo imparare a conoscere gli Stati Uniti attraverso l’esperienza e la cultura dei designer americani. Questo non significa perdere la cultura del design italiano, ma adattarsi, con attenzione e capacità, a seguire la cultura del mondo. Se i designer stranieri sognano di venire in Italia, è perché qui trovano le condizioni culturali e la capacità di produrre oggetti in grado di rispondere alle varie esigenze del gusto. Quando parliamo di design non parliamo di prodotti di massa, ma di prodotti che si rivolgono alla sfera del gusto: se non piacciono non vengono acquistati. Per questo è necessario curiosare tra le tante culture, essere pronti a scambiare idee, stimoli e conoscenze, per convogliarli in oggetti che facciano sognare. In questo le aziende italiane vantano un primato unico, ragion per cui il Salone del Mobile non teme concorrenza: il successo di una manifestazione fieristica dipende dal mercato e dall’industria che ha alle spalle. E la settimana del design milanese è bella anche perché Milano ha una dimensione ‘umana’ da grande villaggio, dove è possibile incontrarsi e socializzare con facilità, dove in ogni strada e in ogni portone è possibile vedere qualcosa di interessante.

Daniele Lago, presidente di Lago

Design come contaminazione L’ultimo Salone è stato per Lago il più positivo di sempre. Oltre a otto nuovi prodotti, abbiamo presentato un concetto di design allargato che comprendeva varie collezioni di interior – dai pavimenti in legno ai rivestimenti in ceramica, passando da wallpaper e finiture murali – realizzate in partnership con brand eccellenti del made in Italy. Da anni abbiamo abbracciato una visione sistemica del progetto che va oltre il singolo prodotto, in base alla quale abbiamo dato vita a progetti come l’Appartamento Lago, che indaga nuove modalità per distribuire il design, come Lagostudio, un modo nuovo per sviluppare design, o come Lagofabbrica, un modo più umano per produrre il design. Un altro progetto importante è Re-designer, community di architetti che lavorerà attorno al tema dell’interior del futuro. Vorremmo trovare alleati per occuparci di vari ambiti, dalle abitazioni agli spazi dell’ospitalità per arrivare agli spazi pubblici; ci siamo accorti che grandi cuochi riescono a farti mangiar bene con ingredienti modesti, viceversa non succede. Credo nel design che costruisce significati, anche profondi. Durante il Salone, in Appartamento Lago abbiamo cercato di generare valore ogni giorno, realizzando vari workshop. Con makers e artigiani abbiamo indagato i temi del 3d printing in relazione a materiali diversi, realizzando oggetti che poi entreranno nella collezione Lago. Ci siamo poi confrontati con varie università e un committente ‘vero’ per progettare una nuova idea di albergo sul lago di Garda che prevedesse un maggior coinvolgimento degli utilizzatori. Sono sempre stato legato ad una frase di Carmelo Bene che diceva che dobbiamo smetterla di fare opere d’arte per diventare noi stessi opere d’arte. Il Salone di quest’anno mi ha dato la possibilità di far diventare il lavoro stesso un’interessante attività di contaminazione.

Andrea Lupi, amministratore delegato di Antoniolupi

La qualità e l’identità forte del design italiano La parola stategica è qualità. L’identità forte e l’intramontabilità del design italiano sono indiscutibili. A patto che si persegua la qualità, sinonimo di fatica e investimenti, e si consolidino una buona politica di protezione del made in Italy e una logica di sistema. Milano, finché esisteranno la moda e il Salone del Mobile, rimarrà un riferimento imprescindibile. Per Antonio Lupi il Salone è una piazza in cui da sempre lavoriamo molto bene: i brand esposti sono quelli che fanno la differenza nel settore e che spesso condividono la nostra storia di azienda familiare. Antoniolupi è partita da zero, disegnando internamente i suoi prodotti. Quando siamo entrati nel processo produttivo, abbiamo instaurato con i designer un rapporto di amicizia e crescita reciproca, invitandoli a condividere il processo, rendendoli partecipi della filiera produttiva. Il che è nel DNA del design italiano ed è difficilmente realizzabile con un progettista straniero. Condurre un’azienda che porta il tuo nome è un vantaggio, ma anche una responsabilità. Questo è molto apprezzato all’estero, dove la struttura imprenditoriale è diversa, e fa ancora differenza se l’interlocutore o il direttore commerciale è un esponente della famiglia proprietaria piuttosto che il rappresentante di un fondo. È una questione di apertura e di dialogo. I rapporti con l’estero sono essenziali per il futuro delle aziende italiane. Quelle che da tempo si sono proiettate sui mercati stranieri, sobbarcandosi costi enormi per fiere, showroom e personale marketing, hanno la misura della propria qualità di prodotto. Antoniolupi si può oggi permettere investimenti importanti, se crede in un progetto; ecco perché chiedo ai designer di lavorare insieme sull’aspetto estetico e costruttivo del prodotto. Non faccio ricerche di mercato e non amo parlare di tendenze: seguo le idee che mi piacciono, realizzo i progetti dei miei sogni. Ma anche i sogni hanno un costo e vanno studiati bene. Qui sta la vera capacità.

Davide Malberti, amministratore delegato di Rimadesio

Investire sul prodotto e la rete vendita Milano è, e resterà indiscutibilmente, la kermesse del settore più prestigiosa. Londra, Kortrijk e altre rassegne dedicate al design sono organizzate in modo efficiente e si svolgono in contesti urbani di prestigio, ma risultano, in molti casi, povere di contenuto; mancano il prodotto, i brand, la storia. Non penso che le aziende italiane abbiano rinunciato a investire in una politica di espansione commerciale internazionale: i migliori brand sono presenti nelle principali metropoli del mondo con showroom monomarca che vantano layout e modalità espositive di altissimo livello. Tutto questo nonostante i costi da affrontare: se avessimo meno pressione fiscale e più aiuti economici anche da parte delle istituzioni, soprattutto per quanto riguarda le esportazioni, probabilmente il fatturato delle imprese italiane godrebbe di maggiore salute. Ma il primato delle nostre aziende non è in pericolo. Anzi, rispetto alle altre nazioni siamo in vantaggio: non vedo altre realtà imprenditoriali interessanti all’orizzonte. Sicuramente, per garantire questa leadership, il design italiano deve abbinare a ricerca e innovazione anche investimenti importanti sul prodotto e sulla rete di vendita. Per Rimadesio, lo sviluppo internazionale è assicurato da un network composto da 25 showroom monomarca e da quasi 100 shop in shop, senza contare i 200 negozi plurimarca perfettamente aggiornati sulle ultime novità di prodotto e presenti in quasi 60 paesi di tutto il mondo. Il bilancio del Salone del Mobile 2013, che per noi resta la kermesse più prestigiosa, è stato molto positivo: abbiamo investito su Cover, rivoluzionario programma su misura che rinnova la nicchia o l’armadio a muro, trasformando le ante nell’unico elemento strutturale necessario cui agganciare l’attrezzatura interna. Da anni lavoriamo con questo metodo: puntare su uno, massimo due prodotti o sistemi, e investire in organizzazione e in risorse umane ed economiche. Questa è la chiave del nostro successo.

Emiliana Martinelli, presidente di Martinelli Luce

Esplorare nuove tecnologie, materiali e processi produttivi Il design italiano ha sempre suscitato molto interesse (e continuerà a farlo) per la sua capacità di sposare creatività, innovazione e ricerca tecnologica: è sempre stato il migliore grazie a una scuola di professionisti noti e bravissimi. Non mancano le giovani leve, ma forse oggi ci sono poche idee veramente nuove e rivoluzionarie rispetto al passato. Si vive molto di rendita, sul successo del design storico. Insomma, ci sono meno idee ma la quantità di prodotti è impressionante: spesso è riprendere, reinterpretare quello che già c’era, avendo sempre pronta l’espressione: ‘è design’. Ma se ne abusa. La strada maestra sta nell’esplorazione di nuove tecnologie produttive, materiali e fonti luminose: solo questa sperimentazione può aiutare a far rinascere una nuova tensione creativa. Nella mia esperienza alla guida di Martinelli Luce ho avuto l’impressione che oggi nelle scuole di design italiane si faccia molta teoria, lasciando poco spazio allo studio delle tecnologie, dei materiali e dei processi produttivi. La ricerca è spesso formale, priva di aggancio al mondo reale della produzione. Gli studenti, invece, devono poter vedere come un oggetto è fatto, come viene realizzato: da questo punto di vista sarebbe davvero importante che i giovani progettisti facessero degli stage nelle aziende. Certamente, il periodo difficile non aiuta né le imprese, né i giovani designer. Ci vuole una certa flessibilità e da questo punto di vista la mia azienda, familiare e media per dimensioni, consente una gestione più semplice. Ma non stiamo mai fermi: la crescita ci deve essere, anche se ben controllata e gestita. Così cerchiamo di farci conoscere, organizzando eventi, partecipando alle più importanti fiere del settore, facendo pubblicità per promuovere il nostro brand, incrementando gli agenti e tutto il settore delle vendite. Sempre con la massima disponibilità nel venire incontro alle diverse esigenze di progettazione. Magari cambiando e progettando di nuovo il prodotto.

Valerio Mazzei, presidente di Edra

Qualità significa sapere innovare Il punto di partenza per un’impresa di successo? La qualità, che significa sapere innovare. Per questo io credo molto in un modello di azienda ottocentesco, dove ‘la fama’ si acquisiva proprio per le qualità prodotte. Certo, poi occorrono investimenti in persone, tempo e denaro, ma è necessario partire sempre dall’innovazione, quella vera. A volte si pensa, erroneamente, che innovare significhi soltanto ‘essere diversi a tutti i costi’ o ‘somigliare il più possibile ad altri’. Spero in un nuovo Rinascimento: l’Italia possiede un patrimonio inestimabile e immenso, che di per sé sarebbe già una scuola di riferimento importantissima. Al Salone del Mobile 2013, Edra non ha badato a mode o tendenze, come del resto ha fatto sempre. Abbiamo puntato sull’altissima qualità proponendo prodotti di un comfort semplice e immediato, universale e senza tempo. Mai banale. L’aspetto straordinario è che questa qualità l’abbiamo ottenuta con un solo, grande, flessibile cuscino, un trionfo di morbidezza, che in realtà cela un’articolata, quanto impercettibile, ingegneria strutturale. Ecco in sintesi il divano Standard, ultimo nato in casa Edra, dove l’imbottitura diventa schienale, bracciolo, seduta per esplorare forme geometriche sempre diverse, a seconda delle esigenze e degli spazi. Un oggetto innovativo, che si aggiunge al nostro ricco catalogo, contrassegnato da caratteristiche di avanguardia tipologica, formale e materica.

Angelo Meroni, presidente di Lema

Il design italiano è un vero e proprio brand Il vero problema per il design italiano oggi è difendere e mantenere la posizione indiscussa di centralità esercitata sino a questo momento. Al centro del mondo del design c’è sempre stata l’Italia perché a Milano risiede la cultura progettuale e in Brianza quella produttiva, due realtà che, fin dagli anni 50 e 60, si sono incontrate e integrate dando vita a una storia industriale che non si trova in nessun’altra parte del mondo. Il difficile quadro congiunturale porta considerazioni strategiche: quanto abbiamo conquistato non può durare per sempre ed è necessario attivarsi per andare oltre il risultato raggiunto. Le aziende devono strutturarsi e aprirsi in modo diverso al mondo che cambia sempre più velocemente. Questo non vuol dire che la loro dimensione familiare costituisca necessariamente un vincolo; lo diventa nel momento in cui impedisce l’evoluzione storica dell’azienda e il necessario processo di apertura al mondo. Nel design sono la testa e la passione a contare, non la finanza. E il fatto che la proprietà di un’azienda, come accade in Lema, si occupi anche della sua ricerca e sviluppo costituisce un valore assoluto, perché è garanzia di grande passione. La passione è un ingrediente caratteristico della ricetta italiana che non deve venire a mancare; se ciò accadesse, porterebbe alla perdita inevitabile del primato italiano. È necessario il coinvolgimento emotivo, il contatto, il trasporto, il piacere; in poche parole, l’identificazione con quello che si fa. Dobbiamo imparare ad amare maggiormente e valorizzare il nostro territorio, che rappresenta la nostra vera ricchezza. Dalla fine degli anni 80 abbiamo esportato in tutto il mondo l’Italian Style; il sentimento generale è che dal nostro paese arrivino le cose più belle e i migliori mobili. Ma questo non basta più: bisogna fare del design italiano un brand vero e proprio.

Francesca Meroni, responsabile comunicazione di Meritalia

Qualità, gusto e tendenza del made in Italy Da sempre Meritalia è un’azienda concentrata per più dell’80 % sull’esportazione, grazie alla lungimiranza e alla capacità imprenditoriale di mio padre, che sin dall’inizio ha configurato l’azienda come una realtà internazionale, con una holding di aziende facenti parte del gruppo Meritalia specializzate nel contract. Non abbiamo mai puntato alle grandi forniture di prodotti di serie. Tutt’altro. Per Meritalia, l’artigianalità del prodotto è un valore aggiunto: da noi si eseguono lavori ‘sartoriali’, con un controllo totale, passo dopo passo, della filiera produttiva. Ovviamente l’industrializzazione consente margini diversi, sia per numero di prodotti, sia per costi, ma, soprattutto nel settore dell’imbottito, la fattura artigianale può diventare una grande opportunità. Perché il futuro del design italiano non sarà in pericolo se le imprese si impegneranno a offrire prodotti sinonimo di qualità, gusto e tendenza, fattori che ci rendono da sempre riconosciuti e riconoscibili nel mondo. Il Salone del Mobile resta la vetrina più importante, ma noi imprenditori dobbiamo cercare di mantenerlo sempre a un alto standard qualitativo. Quest’anno Meritalia ha deciso di puntare su prodotti di carattere piuttosto che sulla quantità. A cominciare dall’inedito dei fratelli Castiglioni, la poltrona Cubo, che ha raccolto da subito il favore della critica e il consenso del pubblico. Altro progetto vincente è stata la collezione Newcastle di Giulio Iacchetti, prodotto giovane ma particolare, caratterizzato da un materiale mai concepito come rivestimento.

Carlo Molteni, presidente e ad di Molteni&C e Dada

Rispondere alle esigenze di personalizzazione Le ragioni del primato del design italiano sono evidenti: architetti e designer italiani o stranieri con un buon progetto vengono in Italia per realizzarlo. Nell’arredo non esistono altre realtà industriali che abbiano la competenza delle aziende italiane, la stessa voglia di rischiare, sperimentare e innovare. Per quanto riguarda la dimensione familiare che contraddistingue i marchi del made in Italy, penso che non ci siano alternative: è l’unica che permette di raggiungere risultati d’eccellenza con margini risicati, che non si confanno alle logiche della grande finanza. Il difficile quadro congiunturale ha portato ad affinare e valorizzare la componente artigianale che contraddistingue il prodotto di design italiano. La casa Molteni&C deve potersi declinare secondo le diverse situazioni, essere cioè in grado di rispondere alle più disparate esigenze di personalizzazione. E questo non è possibile se si opera su scala industriale. All’ultimo Salone del Mobile ci siamo impegnati a dimostrare la flessibilità delle nostre proposte, mettendo in mostra l’idea di una casa aperta e trasversale dove gli arredi di Rodolfo Dordoni o di Patricia Urquiola e quelli di Ron Gilad convivono con le riedizioni dei mobili di Gio Ponti, dando vita a mille interpretazioni diverse. Siamo presenti nel mondo da oltre 30 anni, in Francia, Inghilterra, Australia, Hong Kong e Singapore, grazie a società commerciali che fino a 15 anni fa si occupavano solo di promuovere i mobili per ufficio di Unifor e ora si occupano anche di Molteni&C e Dada. Nonostante la presenza di società cinesi che copiano e sono arrivate ad aggredire anche il mercato europeo, i marchi del design italiano non corrono pericolo se sono in grado di affermare il proprio brand. Il nostro è un mestiere difficile: bisogna avere un forte background e tanta esperienza per capire in quale direzione andare.

Pasquale Natuzzi, presidente e ad del Gruppo Natuzzi

Manifattura italiana, creatività e spirito glocal Da oltre 50 anni guido l’azienda che porta il mio nome, nella quale lavorano anche alcuni miei figli. Nondimeno il Gruppo Natuzzi è una società con un elevato grado di managerialità, una scelta che per molte realtà italiane, e non solo nel settore dell’arredamento, è ancora lontana. Il giusto mix tra queste due componenti permette di creare aziende efficienti. L’industria italiana dell’arredamento, fatte le dovute eccezioni – e il Gruppo Natuzzi è tra queste – è formata da aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare, che negli anni d’oro non hanno messo a punto alcuna strategia di crescita. Ora che la crisi del mercato italiano e di quello europeo si acuisce ogni giorno di più, appare evidente che il comparto non ha mai adottato politiche di sistema e molte aziende ne stanno pagando le conseguenze. Il Gruppo Natuzzi ha adottato strategie di internazionalizzazione già dall’inizio degli anni 90, un processo grazie al quale la società è oggi presente in tutto il mondo. La nostra forza e il nostro successo risiedono in un mix che integra manifattura italiana, creatività e spirito glocal. Il radicamento al territorio è e continuerà a essere una caratteristica distintiva dell’azienda, così come la sua vocazione internazionale, due componenti che considero un riferimento vincente e non in contraddizione tra loro. Anzi, essere presenti su mercati differenti consente un bilanciamento tra quelli in contrazione e quelli in crescita. Abbiamo investito molto sull’edizione 2013 del Salone del Mobile, cui abbiamo partecipato con due stand dedicati a Natuzzi Italia e Leather Editions. Per Natuzzi Italia abbiamo presentato in anteprima la nuova collezione 2014 con i divani Tempo, Forma e Duse che rappresentano il design d’avanguardia e la superiorità artigianale italiana. Per Leather Editions ci siamo focalizzati sull’ampliamento dell’offerta presentando nuovi prodotti dalle linee compatte e una linea di divani con funzione letto per soddisfare le esigenze dei nostri clienti.

Monica Pedrali, direttore commerciale e marketing di Pedrali

Produrre in Italia prodotti italiani Innovazione e creatività rappresentano le leve fondamentali per offrire prodotti competitivi in termini di qualità e prezzo: è quello che il mercato globale chiede ed è quello che anche noi vogliamo. Per raggiungere questi obiettivi Pedrali ha scelto di produrre in Italia, nonostante le condizioni non sempre favorevoli (tassazione, burocrazia e costo dell’energia). Crediamo nel valore indissolubile del made in Italy, mix di creatività, innovazione ed eccellenza produttiva che non ha eguali nel mondo. La nostra collezione è realizzata interamente sul territorio italiano, con un processo qualitativamente elevato e sostenibile dal punto di vista dei costi. Il controllo di tutti gli step produttivi (scelta delle materie prime di qualità, impiego di macchinari tecnologicamente all’avanguardia) permette di ottenere prodotti durevoli nel tempo a prezzi competitivi. Chi non ha puntato su uno sviluppo commerciale world wide oggi fatica a raggiungere alti livelli di competitività, anche se ha in catalogo prodotti interessanti. Pedrali ha da sempre una vocazione internazionale: il nostro fatturato estero non è mai sceso sotto il 75% del totale e oggi abbiamo raggiunto la quota dell’80% con una distribuzione che copre 99 paesi: risultato reso possibile da una rete di rivenditori selezionati che lavorano con noi da molto tempo. È importante operare fianco a fianco con i nostri partner, realizzando corner e ‘shop in shop’ che ci consentono di trasmettere in modo immediato i valori del nostro brand e la sua storia lunga ben 50 anni. Un compleanno importante, che abbiamo festeggiato quest’anno, in occasione del Salone del Mobile, cui partecipiamo da 25 anni! Mio padre Mario, che iniziò la sua avventura imprenditoriale negli anni 60 come artigiano, ha saputo passare il testimone a me e a mio fratello Giuseppe, trasmettendoci l’energia e l’entusiasmo del ‘fare impresa italiana’. Oggi siamo un’azienda che impiega più di 180 dipendenti: pur preservando la cultura e la tradizione di un’impresa familiare, Pedrali ha saputo cavalcare con successo tutte le sfide della competizione internazionale.

Fabiana Scavolini, direttore commerciale e marketing di Scavolini

Produrre in Italia prodotti italiani Il design da solo non è sufficiente: per affrontare i mercati esteri le imprese italiane devono poter disporre di un’efficiente rete produttiva e organizzativa. Il prodotto deve essere pensato e progettato per rivolgersi ad un target trasversale, perché il consumatore non è più solo quello locale, italiano, ma appartiene a un più vasto ambito territoriale, che abbraccia tutti i paesi del mondo. Le aziende vincenti sono sicuramente quelle che hanno saputo conquistare i mercati world wide con strategie a lungo termine, basate sullo sviluppo del brand mediante investimenti in innovazione e tecnologia. Nel 2010 ScavoliniUSA ha inaugurato il più grande negozio di cucine a Manhattan: un traguardo estremamente importante ma anche una conferma della forza che il made in Italy continua ad avere, quale punta di diamante del design internazionale. La nostra forza è da sempre quella di proporre un prodotto 100% italiano, che negli ultimi anni, nell’ottica di una sempre maggiore internazionalizzazione, abbiamo scelto di affidare a nomi prestigiosi del design, e non solo nazionale: Ora-ïto, Michael Young, King&Miranda Design, Giugiaro Design, solo per citarne alcuni. Ma ci siamo anche aperti all’universo-moda grazie alla collaborazione siglata con Diesel. L’obiettivo? Dare vita a inediti e originali progetti, che uniscano una forte valenza estetica alla funzionalità e alla ricerca tecnologica. Proprio con Diesel Social Kitchen, in occasione del FuoriSalone milanese 2013, abbiamo allestito il Diesel Social Café Club nella zona Lambrate-Ventura. Un grande successo, come del resto ha avuto molti apprezzamenti anche la nostra nuova cucina, che abbiamo presentato lo scorso anno ad Eurocucina, frutto di ricerca, innovazione e di un felice lavoro di squadra.

Alberto Vignatelli, presidente di Club House Italia

Dimensione familiare per una competitività internazionale Per essere apprezzati sul mercato è necessario ‘fare bene’. La strategia d’impresa di Club House Italia ha come obiettivo principale di dar vita a prodotti d’eccellenza, non solo per lo stile, sofisticato e di design, ma anche e soprattutto per l’unicità e l’artigianalità delle lavorazioni. Alla qualità dei materiali sposiamo quella delle tecniche di produzione. Non solo. Sin dall’inizio abbiamo guardato con interesse al mercato estero, decretando così il successo delle nostre collezioni, confermato in occasione del recente Salone del Mobile. Da oltre dieci anni siamo richiesti nell’Europa dell’Est, particolarmente in Russia, ma anche gli Stati Uniti rappresentano un’importante area di riferimento: già nel 2004 avevamo uno store a Miami, poi ne abbiamo aperto un altro a Los Angeles e a settembre, infine, inaugureremo quello di New York. La nostra forza è puntare su atmosfere calde. Anche negli anni in cui il trend minimal regnava incontrastato, abbiamo mantenuto il gusto per l’home decor, per uno stile a 360 gradi, capace di dare il senso di una casa davvero unica e speciale: il nostro cliente non compra quasi mai un singolo divano, ma piuttosto sceglie una ‘filosofia d’arredo’, uno stile di vita. Questo è stato possibile grazie anche alla dimensione familiare dell’azienda che ha rappresentato per noi un volano alla competitività internazionale. Seguire la produzione passo passo, conoscere bene (e da tempo) ogni fornitore, singolo artigiano, rivenditore ha consentito di sviluppare al meglio non solo il prodotto finale, ma anche il processo di distribuzione e i servizi correlati. Una dimensione industriale avrebbe potuto snaturare l’anima dei nostri prodotti che sono e resteranno un prodotto artigianale italiano d’eccellenza.

Roberto Ziliani, amministratore delegato di Slamp

Non solo sfruttare, ma investire sul Salone La città di Milano ha sempre potuto contare sul Salone del Mobile ma, se vuole mantenerne ancora il primato, deve smettere di sfruttarlo solamente e iniziare a investire. La kermesse del design milanese (Salone e FuoriSalone) non passa inosservata nel mondo, serve però una chiara strategia d’azione da parte delle istituzioni pubbliche per rendere l’esperienza e il conseguente business veramente internazionale. Dall’altro lato, le aziende italiane devono diventare internazionali, fare team e innovare, se vogliono continuare ad avere quantomeno un vantaggio competitivo sul prodotto. Parlando poi di design (e designer), anche qui mancano obiettivi strategici: mi riferisco alla formazione, agli interventi strutturali… Tutti sono pronti a cavalcare solo ciò che è di moda. Ma per fare frutti buoni, bisogna lavorare, investire, avere un progetto. E questo vale tanto per le istituzioni quanto per le imprese. Noi di Slamp siamo piccoli, ma ci sforziamo di diventare autorevoli con regole basilari: vision, investimenti, team, innovazione e quella ambizione di confrontarsi con il mondo che è tutta italiana, e che in molti devono ritrovare. Siamo per vocazione orientati all’export. Produciamo in Italia con una direzione creativa che mescola le competenze accademiche di Nigel Coates (che è inglese, ma più italiano di molti di noi) e un articolato, giovane, gruppo di designer italiani. E quest’anno anche una ‘regina’ del design, Zaha Hadid, ci ha regalato un suo segno e ne siamo fieri, anche per lo splendido rapporto di scambio e professionalità che ne è nato.