The Middle House, il primo hotel progettato da Piero Lissoni a Shanghai, attraversa stratificazioni nel tempo di materiali, colori, luci-ombre della cultura architettonica locale per restituirne uno specchio contemporaneo di alta qualità italiana

The Middle House è il primo hotel disegnato da Piero Lissoni a Shanghai e il primo affidato a un italiano dal gruppo Swire Hotels per la sua The House Collection, che già comprende altre tre realizzazioni in Asia (a Pechino, Hong Kong e Chengdu).

Parliamo di due torri che ospitano 111 camere e 102 residenze, spazi comuni, ristoranti, piscine e spa, più altre amenità, nel distretto di Jing’an, precisamente, nelle immediate vicinanze di Nanjing Road, la strada dello shopping fashion di alta gamma in città.

E parliamo di un progetto italiano che dimostra che niente è impossibile, perché i risultati possono essere molto interessanti nonostante i limiti del lavorare con interlocutori lontani per fusi orari, cultura e consuetudini. Tutto è stato infatti realizzato in loco su disegno, dopo un’attenta ricerca di produttori di matrice artigianale depositari di antiche e perdute tecniche.

“Devo riconoscere che architetti-ingegneri e soprattutto muratori-falegnami-ceramisti cinesi sono stati appassionati e generosi”, riflette Piero Lissoni. “Abbiamo prodotto a Shanghai, per esempio, le grandi piastrelle in ceramica smaltata con impressi i motivi figurativi delle canne di bambù, o quelle decorate con rimandi alle antiche griglie popolari, o ancora i pattern lignei traforati – che sono gli elementi di riferimento elettivo del progetto – nella declinazione di una speciale gamma cromatica di grigi saturi quasi neri, verdi melanzana, blu. La mia fotografia delle atmosfere della città. Senza abdicazioni a favore del classico rosso che, impiegato in modo didascalico, avrebbe potuto risultare fuori tempo”.

“La mia sceltà è stata quella”, continua, “di immaginare una connessione tra Europa e Cina, tenendo presente che Shanghai è stata storicamente la porta dell’Occidente verso l’Oriente. Già nell’Ottocento annoverava più di una ventina di quartieri abitati da comunità europee straniere, il maggior numero di sinagoghe e una grandisssima stratificazione di usi, costumi e culture. Il mio viaggio, circa sei anni fa, è iniziato da qui.

Non ho cercato di portare a tutti i costi lo stile italiano a Shanghai. Mi interessava di più restituire la sensazione di essere rigorosamente lì, un italiano in Cina, come avevano fatto i nostri predecessori nel secolo scorso. E la mia sensibilità progettuale si è ricondotta soprattutto all’interpretazione di materiali e superfici, una sensibilità che per i cinesi è innata. Nonché allo studio dell’elemento umbratile, quella luce mai diretta, che valorizza ogni spazio da loro abitato”.

La mia sceltà è stata quella di immaginare una connessione tra Europa e Cina, tenendo presente che Shanghai è stata storicamente la porta dell’Occidente verso l’Oriente"

Il manufatto draconiano concepito da Lissoni non poteva certo risultare distonico nei piani percettivi. Quindi il primo intervento è stato quello di riadattare e controllare sul piano compositivo le forme ameboidali delle due torri – predefinite volumetricamente, rispetto al landscape del mall in cui si collocano, dagli architetti locali Wong e Ouyang – in modo coerente e integrato allo sviluppo del progetto degli interni che prevedeva lo svuotamento di spazi a doppia altezza e la creazione di grandi vetrate e pensiline.

Il curtain wall approvato dal cliente è stato valorizzato da un diverso approccio ai rivestimenti esterni delle facciate, che infondesse tridimensionalità alle superfici, garantisse privacy alle finestre e conferisse un aspetto caratterizzante alle torri, subito riconoscibile rispetto al costruito circostante.

“Shanghai è diventata molto yankee e poco rispettosa di genius loci specifici”, spiega Lissoni. “Mi sarebbe piaciuto rivestire gli edifici con una partitura di bambù di ceramica; poi ragioni economiche e di manutenzione ci hanno fatto ripiegare su un pattern di louvre in alluminio high tech”.

E l’idea di applicare su tutte le superfici esterne un rivestimento uniforme formato da cilindri estrusi in alluminio di colore marrone-grigio scuro, una serie di stecche accostate l’una all’altra, come fossero delle canne di bambù, passanti anche davanti alle vetrate, di fatto si è dimostrata funzionale a definire degli screen che modulano costantemente la luce, consentendo a chi sta dentro uno spazio di sentire cosa succede al di fuori.

Questa precisa metrica linguistica è stata poi utilizzata all’interno degli edifici per vestire, con ponderate punteggiature e texture meno astratte, le pareti degli spazi collettivi, distributivi e privati, a dinamizzare percezioni e prospettive.

“Certo, ovunque tutto rimanda sempre all’idea di enfatizzare un elemento verticale, zigrinato, cannettato che su una dimensione così grande è apprezzabile perché regola i riflessi del sole durante il giorno e restituisce trasparenza luminosa di notte, quando lascia filtrare la luce artificiale all’esterno”.

Su questa estetica dell’ombra ispirata alla cultura abitativa cinese si è poi innestato quel lavoro di organizzazione degli spazi di matrice squisitamente lissoniano per rigore e raffinatezza dell’impianto, disegno aperto e fluido, estrema cura del dettaglio e perfezione esecutiva.

Così tutte le camere, grandi o piccole, hanno un perimetro subito percepibile come unitario all’interno delle loro scansioni funzionali e un affaccio su un bagno dedicato disimpegnato da superfici semi-trasparenti per non interrompere il flusso della luce. Il plus è rappresentato dagli elementi speciali disegnati ad hoc.

Come la testiera del letto in ceramica dipinta, o le sedie e le poltrone che distillano altre contaminazioni di gusto e riferimenti, soprattutto quando accostati ad antichità cinesi o opere commissionate da Swire a giovani artisti locali.

La scultorea scala di collegamento tra i piani risulta, nella regia complessiva, un’intrigante folie architettonica di grande impatto scenografico con la sua finitura grigia scura levigata che contrasta con i mattoni dell’involucro spaziale, impaginati secondo una  tecnica tradizionale locale, che sembrano restituire la patina del tempo nella forte matericità naturale.

E nella ricerca sottotraccia di un dialogo con gli elementi della natura non poteva mancare l’acqua, che possiede un significato di accoglienza ben preciso per i cinesi. Si è declinata nel disegno delle vasche d’acqua, infinity pool e percorsi di benessere che definiscono i 3000 metri quadrati della spa situata al livello seminterrato: il punto di incontro tra le due torri della The Middle House e fra i viaggiatori di tutto il mondo.