Foto di Loana Marinescu
Testo di Laura Ragazzola

Ha più di mezzo secolo ma non lo dimostra. L’edificio, infatti, sembra  costruito ieri per la modernità del segno, la forza espressiva dei volumi e il coraggio delle scelte costruttive: una cassa di cemento e vetro, trapassata dalla luce e sospesa nel bel mezzo di una foresta tropicale. Lina Bo Bardi la progettò e costruì nel 1951 quando insieme al marito, lo storico e critico d’arte Pietro Maria Bardi, decise che il Brasile sarebbe diventato il Paese dove vivere e lavorare.

Aveva trentadue anni e lasciava alle sue spalle l’Italia, lo studio di Gio Ponti, la rivista Domus (condivise la vicedirezione con Carlo Pagani) e tutta un’intensa attività professionale ed editoriale, che l’aveva portata nel dopoguerra a stretto contatto con i protagonisti della rinascita culturale italiana, da Bruno Zevi a Elio Vittorini. Ma è in Brasile che Lina troverà la sua vena creativa e la sua felicità: logico che sentì ben presto la necessità di costruirsi una propria casa. Immersa nella vegetazione rigogliosa del Jardin Morumbi, una grande riserva di selva brasiliana “avvolta da un grande silenzio e piena di animali selvaggi, anche bellissimi serpenti …”, come ebbe modo di scrivere la stessa Lina, progetta ed edifica la “Casa de Vidro”, dove vivrà per sempre insieme al marito.

Oggi un restyling, documentato da un video realizzato dal regista e architetto Tapio Snellman e da un’installazione fotografica dell’artista londinese Ioana Marinescu (le cui foto Interni pubblica in esclusiva), non solo riapre le stanze al pubblico ma accoglie lo straordinario archivio dei lavori di Lina, diventando la sede dell’Istituto Lina Bo e Pietro Maria Bardi. Abbiamo incontrato il suo direttore, il professore Renato Anelli, da anni custode di questo immenso patrimonio di disegni (circa 7.500) e di fotografie (ben 17.000) che  documentano il prezioso lavoro di Lina in Brasile.

L’occasione: la presentazione lo scorso gennaio, a Londra, di un’inedita collaborazione fra l’Istituto e l’azienda Arper, che nei valori della progettista ha trovato un legame prezioso e uno stimolo per un progetto filantropico. L’azienda trevigiana ha, infatti, industrializzato 500 esemplari in edizione numerata della Bardi’s Bowl Chair, la poltrona disegnata nel 1951 come arredo della ‘Casa de Vidro’ (e mai messa in produzione) per promuovere la mostra Lina Bo Bardi: Together. Partita da Londra l’anno scorso, l’esposizione che ha già toccato le principali capitali europee, arriverà a Milano il prossimo settembre.

Professore, un’occasione importante per far conoscere l’opera di Lina Bo Bardi…
“Certamente. Ma non solo: una parte dei ricavi proveniente dalla vendita della poltrona, sarà anche reinvestita nei programmi socio-culturali che l’Istituto promuove, soprattutto fra i giovani. Proprio come avevano deciso Lina e suo marito”.

Furono i coniugi Bardi a volere la nascita di una fondazione?
“Sì, a cavallo fra il 1989 nel 1990 entrambi sentirono forte il desiderio di realizzare una fondazione che promuovesse la cultura brasiliana, soprattutto nel campo dell’architettura e in quello delle arti. Certo, servivano fondi e loro decisero di vendere dei dipinti di Goya, che facevano parte della loro collezione privata. L’Istituto quando nacque si chiamava Quadrante, in omaggio alla rivista che Pietro Maria Bardi aveva diretto negli Anni Trenta in Italia. Poi, scomparsa Lina nel 1992, cambiò nel nome attuale”.

Quale insegnamento ci ha lasciato Lina attraverso il suo Istituto?
“Un eccezionale modello di creatività ed energia femminile che recentemente è stato anche ricordato dall’ArcVision Prize – Women and Architecture, istituito da Italcementi con un Premio Speciale per il centenario della sua nascita. Ma soprattutto una grandissima e autentica volontà di abbattere tutti i confini fra arte e vita, fra artista e pubblico. Lina per tutta la sua vita professionale ci ha sempre stupito per la sua versatilità – è stata architetto, ma anche scenografa, e poi stilista, curatrice di mostre, e, ancora, una fine saggista. Bene, lei ha voluto e saputo mixare tante diverse professioni perché desiderava offrire a tutti, e ribadisco a tutti, un’occasione vera per avvicinarsi alla cultura, all’arte, alla felicità. In Lina non c’è traccia di una diversità fra cultura popolare e cultura erudita: tutti i progetti che ha fatto – emblematico il centro ricreativo SESC – Fabrica da Pompéia – volevano portare l’arte nella vita e la vita nell’arte, indipendentemente dal ceto sociale e dall’età”.

Insomma, lei ci sta dicendo che Lina ha dedicato il suo lavoro a tutti…
Sì, ai giovani, ai bambini, agli anziani: “tutti insieme”, come ha scritto lei stessa e come del resto recita il titolo della mostra a lei dedicata: Together.

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Un’immagine dell’ampio living completamente vetrato e affacciato sulla foresta: i coniugi Bardi non amavano i divani, che decisero di sostituire con sedute diverse, per forme e materiali, punteggiando lo spazio con più ‘salottini’. Molti, poi, gli oggetti, soprattutto d’artigianato locale, che amavano collezionare a conferma che Lina e il marito s’innamorarono immediatamente del surrealismo del popolo brasiliano e delle sue invenzioni.
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Ieri e oggi a confronto: la ‘Casa de Vidro’ in una foto d’epoca del 1951, anno a cui risale la costruzione della villa. Oggi l’edificio è completamente immerso nella vegetazione brasiliana, che nel frattempo è cresciuta rigogliosa. Il rapporto dinamico che Lina stabilisce con la natura – dagli alberi alla terra, dal cielo agli animali che abitano la foresta – regala all’edificio una grande leggerezza e una sorprendente ariosità sia nella definizione dei volumi sia nell’organizzazione interna degli spazi interni. (Istituto Lina Bo e P. M. Bardi, San Paolo, Brasile)
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Uno scorcio della casa: si riconosce il ‘foro’, che accoglie un grande albero centrale, attorno al quale si sviluppa il corpo sopraelevato dell’edificio: è già in nuce quella carica espressiva che Lina Bo Bardi saprà imprimere ai suoi progetti. Pochi e semplici materiali – vetro, cemento e ferro – ne disegnano la struttura: Lina credeva, infatti, in “un’architettura povera, ma ricca di fantasia, capace di esprimere la maggior comunicazione e dignità attraverso i mezzi più umili e limitati”.
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Il desiderio di Lina di collocare le persone al centro di ogni progetto: ecco ciò che ha convinto Claudio Feltrin, amministratore delegato di Arper, a ‘sposare’ la missione (sociale) e i valori (democratici) della grande progettista. A cominciare dalla messa in produzione della Bardi’s Bowl Chair, un progetto che Arper ha condiviso passo dopo passo con l’Istituto Lina Bo e P.M.Bardi, raggiungendo il felice risultato di legare il progetto originale con il valore aggiunto delle competenze tecniche di un’azienda moderna.
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La Bowl Chair, che ancora oggi mostra tutto il suo rivoluzionario concetto di comfort (la seduta-guscio è multi tasking e può essere diversamente orientata) è proposta in più colori), proprio come Lina aveva pensato (al centro un suo disegno).
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La poltrona, nata nel 1951 per la Casa de Vidro dei coniugi Bardi (a fianco, in una foto d’epoca con la ‘sua’ progettista; Francisco Albuquerque), è stata rieditata in 500 copie numerate: il ricavato verrà devoluto all’Istituto stesso e alla promozione di una mostra itinerante dedicata a Lina, che arriverà a settembre alla Triennale di Milano.