A cura di Maddalena Padovani

Triennale di Milano, 11 settembre 2014. È arrivato il momento per Franco Clivio di smontare la mostra “No name design”che per tre mesi ha presentato la sua collezione di oggetti anonimi: circa mille pezzi, per lo più vecchi utensili di uso comune, che il progettista svizzero ricerca, colleziona e classifica da decenni. Mentre delicatamente li solleva per riporli nelle loro confezioni, li osserva, li tocca, li mette in azione, svelando meccanismi inaspettati e intelligenze nascoste che ne fanno oggetti meravigliosamente perfetti nella loro semplicità.

C’è la protocalcolatrice meccanica e lo strumento che gli orologiai svizzeri usavano per misurare i centesimi di millimetro prima dell’avvento dell’elettronica, ma anche viti, bulloni, molle, martelli, coltelli, giunti di finissaggio, libri tecnici, manifesti sulla storia della matematica o sull’arte della macchina. Quanto di più lontano ci può essere dalle classiche tipologie dei prodotti glamourous che oggi associamo all’idea di design.

Accanto a Franco Clivio, Giulio Iacchetti osserva e si lascia trasportare dalle storie che ogni oggetto riserva come tesori nascosti. Non è la prima volta che i due designer si incontrano. Da sempre interessato agli oggetti quotidiani che la cultura del design considera solitamente marginali, Giulio aveva trovato il modo, già qualche anno fa, di conoscere l’autore di alcuni prodotti che aveva sempre apprezzato nella loro semplice compiutezza progettuale, come gli utensili da giardinaggio Gardena e la penna Pico per Lamy. L’occasione si era presentata allo Iuav di Treviso, dove Clivio aveva un incarico di docenza.

Giulio Iacchetti: “È stato il comune amico Marco Zito a presentarci. Quando Franco ha visto che mi portavo appresso una bici pieghevole Brompton, è nata subito una discussione di design, perché lui sosteneva che la sua Moulton fosse migliore della mia. La discussione è proseguita la sera al di fuori dell’università, in un piccolo tour cicloenogastronomico per Treviso che non ha portato alla risoluzione della questione ma ha notevolmente alzato i nostri tassi alcolici”.

Franco Clivio: “Tu continui a sostenere che la tua bici si smonta e si piega più facilmente, ma la mia è risolta meglio per quanto riguarda i giunti, che non si vedono. I giunti rappresentano una questione essenziale del design, ovvero il modo in cui le componenti degli oggetti si raccordano tra loro. Se si osservano i prodotti da questo punto di vista ci accorgiamo che si possono individuare tanti approcci progettuali diversi. Generalmente, dove si trova un giunto intelligente c’è anche un prodotto intelligente”.

G.I. Ma tu come hai fatto a trovare una connessione intelligente tra la tua metà svizzera e l’altra metà italiana? Perché io penso che questa tua identità ‘di confine’ incida molto nell’esercizio della professione…

F.C. “Sono nato in Italia ma a soli nove anni mi sono trasferito in Svizzera. La mia formazione è stata dunque svizzera e ha fatto sì che io assumessi una forma mentis per cui tutto deve essere preciso e funzionante fino al minimo dettaglio. Io non mi considero un designer: ci sono professionisti, come i prestinai e i parrucchieri, che sono molto più designer di quanto lo sono io. Io non disegno mai oggetti di moda. A me interessa l’idea nel prodotto”.

G.I. Però sei riuscito a intercettare il gusto delle persone. Per esempio, hai disegnato per Lamy la penna Pico che ha dimensioni tascabili ma grazie a un esclusivo meccanismo a pulsante raggiunge la lunghezza di una tradizionale penna a sfera.

F.C. “Le sfide che ho affrontato con questo progetto sono diverse e non è stato facile raggiungere il risultato che mi ero posto. La mia idea era che la penna potesse essere estratta, allungata e utilizzata con una sola mano. Sulla sua superficie perfettamente cilindrica si trova una piccolo elemento sporgente che le consente di non rotolare quando è appoggiata su un piano. Un giorno un mio amico mi telefona e mi dice che preferisce eliminarlo. Gli rispondo che avrebbe avuto delle sorprese. Il giorno dopo mi richiama e mi comunica che la penna si è completamente aperta: non aveva capito che quell’inserto era la chiave di tenuta di tutti gli elementi interni dell’oggetto”.

G.I. Gli oggetti da te proposti nella mostra “No name design” sembrano mettere in evidenza una tua predilezione per la miniaturizzazione. Pensi che questa passione ti venga dalla formazione svizzera?

F.C. “Io, più che svizzero o italiano, mi considero soprattutto un uomo di Ulm! La mia fortuna è stata quella di avere studiato alla Hoschschule für Gestaltung di Ulm con Thomas Maldonado, con cui sono ancora in contatto. Per me non ci sono differenze tra il progetto di un oggetto piccolo e quello di un oggetto grande: l’approccio è sempre lo stesso, così come l’attenzione per i dettagli, i materiali, l’ergonomia, l’estetica”.

G.I. Da ex studente della Scuola di Ulm, cosa pensi delle scuole di design di oggi? Ovvero, come pensi che debba avvenire la formazione di un designer?

F.C. “Se avessi trent’anni di meno aprirei una scuola. Il problema sarebbe, in realtà, che non verrebbe nessuno. La mia formazione ideale è composta da tre o quattro anni di corsi in cui non si sviluppano progetti ma si acquisiscono i fondamenti della professione. Per esempio, per sei mesi farei lavorare sui giunti, per altri sei sui materiali, poi sulle proporzioni e così via. Oggi i giovani designer sembrano studenti di medicina che, dopo solo tre mesi di scuola, pretendono di eseguire operazioni a cuore aperto”.

G.I. Raccontaci della collezione di oggetti che hai presentato in Triennale.

F.C. “È nata quasi per caso. A Zurigo, accanto all’università dove insegnavo, si trovava uno di quei luoghi dove gli svizzeri sono soliti lasciare gli oggetti di cui vogliono disfarsi, devolvendone la vendita in beneficenza. Lo visitavo nei momenti di pausa perché si potevano trovare cose strane ma anche oggetti d’eccezione, come un tavolo di George Nelson che ho comperato per soli 50 franchi. Tuttavia, gli oggetti che ho iniziato a collezionare non sono quelli che la gente acquista normalmente ai mercatini di brocantage”.

G.I. Secondo me, un progettista che visita la tua mostra prova quasi una frustrazione a vedere oggetti che, sebbene realizzati molti anni fa, presentano un’intelligenza difficilmente replicabile. Al di là del gusto della scoperta e della sorpresa, cosa hai voluto comunicare al visitatore della tua mostra?

F.C. “Il mio è stato un invito a ‘vedere’. Io penso che gli occhi siano lo strumento più importante che un designer possiede. Quando ero sedicenne avevo un insegnante che sosteneva che per vedere un quadro occorrevano almeno venti minuti. Così, un giorno mi sono messo davanti a un quadro di Paul Klee e, minuto dopo minuto, ho iniziato a vedere cose che prima non vedevo. Si tratta di educare l’occhio, in modo da imparare anche a giudicare”.

G.I. Visitando la mostra si aveva la percezione che rimane ben poco da disegnare ex-novo…

F.C. “Tutto, in realtà, è già stato fatto. In modo particolare, in Italia ogni settimana nasce una sedia o una lampada nuova”.

G.I. E tu non hai intenzione di disegnare una sedia o una lampada?

F.C. “Assolutamente no. Anche quando ho progettato per Erco, il mio interesse non era per la lampada ma per la luce”.

G.I. La passione per gli oggetti anonimi, intelligenti, apparteneva anche ad Achille Castiglioni. C’è mai stato un contatto tra voi?

F.C. “Certo che sì. Agli inizi degli anni ’80 Castiglioni venne a Zurigo per tenere una conferenza. Quel giorno avevo in macchina due seghetti pieghevoli che avevo comperato in Germania per fare alcuni lavori. Quando vidi che Castiglioni parlava mostrando la sua celebre collezione di oggetti, corsi all’auto, presi uno dei due attrezzi e glielo portai in regalo subito dopo la conferenza. Da allora siamo diventati amici”.

G.I. Un’altra cosa divertente della tua mostra è stato che gli oggetti erano volutamente presentati senza didascalie. In certi casi è frustrante, perché alcune cose risultano davvero misteriose e imperscrutabili… Io credo che da questa esposizione si possa trarre una lezione, cioè che è importante rieducare i nostri occhi a vedere le cose. Noi designer ci sentiamo sempre dire che un oggetto deve essere immediatamente comprensibile; ma questo atteggiamento induce cecità. I tuoi oggetti non solo ci osservano, ma ci interrogano: interpellano la nostra capacità di comprensione della loro complessità e sono memori dell’intelligenza di chi li ha creati con il solo fine di risolvere, in modo geniale, questioni di ordine tecnico, pratico e scientifico. Direi che il tuo desiderio di fondare una scuola si è già in parte avverato, in quanto una visita alla tua mostra valeva quanto un corso d’esame di progettazione!

 

Maddalena Padovani

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Franco Clivio (a sinistra) e Giulio Iacchetti ritratti alla Triennale di Milano dove, dal 19 giugno all’11 settembre scorsi, si è tenuta la mostra No name design, a cura di Franco Clivio e Hans Hansen. (foto Sergio Anelli)
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Alcuni degli oggetti protagonisti della mostra. Da decenni Franco Clivio raccoglie oggetti di uso comune solitamente considerati anonimi, che racchiudono però grandi qualità tecniche ed estetiche.
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Altre immagini di Franco Clivio con i suoi oggetti anonimi. Il progettista ha studiato alla Hochschule für Gestaltung di Ulm e ha insegnato presso la Zürcher Hochschule der Künste di Zurigo. (foto di Sergio Anelli)