Dal Messico una delle voci contemporanee più attuali, quella di Frida Escobedo. In un’intervista esclusiva ci parla della sua architettura. Uno strumento che le serve per comprendere il mondo

Frida Escobedo ha trovato la formula della stabilità. Un equilibrio in cui si coniugano gli opposti della sua educazione messicana: si deve essere allo stesso tempo ruvidi ma anche flessibili, avere presenza ed essere fluidi. È il solo modo per arrivare alla stabilità, afferma. Classe 1979, Escobedo è l’architetto del momento. Dal 2006, anno in cui ha aperto il suo studio a Città del Messico, ha già al suo attivo alcuni progetti importanti – il Museo La Tallera a Cuernavaca (2012), la Biblioteca Octavio Paz a Città del Messico (2014), i numerosi negozi per il marchio Aesop e le installazioni museali – nei quali si mescolano riferimenti colti e idee forti trasformate in architettura.

Dopo la visibilità internazionale che le ha regalato quest’anno il progetto per il padiglione estivo delle Serpentine Galleries a Londra, che l’ha vista seconda donna in assoluto con un’opera in solitaria dopo l’apripista Zaha Hadid (2000), è aumentata la consapevolezza ma si è alzata anche l’asticella delle aspettative personali.

Il piglio deciso, l’aspetto soave e gli altri contrasti, come quello di essere una persona all’apparenza astratta ma così concreta nell’uso dei materiali, definiscono la donna e l’architetto. Le sue risposte offrono scorci non scontati sul suo pensiero e percorso. Un po’ come quei frammenti che si intravvedono nei suoi progetti, attraverso quelle pareti traforate che ama tanto.

Ci siamo incontrati qualche mese fa a Londra alla presentazione del padiglione Serpentine. Come è cambiata la tua vita da allora?
Non è che sia cambiata realmente molto. L’attenzione dei media è sicuramente diversa e abbiamo ricevuto offerte interessanti per dei nuovi progetti, anche se niente si è ancora concretizzato.

Ci sono dei temi costanti che ritornano nei tuoi lavori, vorrei li raccontassi. Cominciamo dal tema della riflessione. Come l’hai interpretato nell’installazione al V&A o nel padiglione Serpentine stesso…
È uno strumento che abbiamo usato per esprimere alcune idee. Ancor prima di quelli che hai citato, se ricordi, c’è stata l’installazione Split Subject (2012) per la quale sono intervenuta sulla facciata di un edificio modernista a Città del Messico inserendo degli specchi che replicavano ciò che stava attorno; oppure al V&A, dove le piattaforme riflettenti richiamavano l’idea degli specchi d’acqua che avevano sorpreso il conquistatore Cortés (1485-1547) quando è arrivato in Messico per la prima volta, una riproduzione dell’ambiente che trovò. Nel padiglione Serpentine l’acqua crea un effetto positivo-negativo con il soffitto specchiante, che enfatizza l’allineamento con il Primo Meridiano (istituito nel 1851 a Greenwich, divenne il marcatore standard globale di tempo e distanza geografica, ndr). Il soffitto riflettente aumenta l’altezza, creando uno spazio intimo e aperto allo stesso tempo, nel mezzo del parco.

Ho trovato affascinante come il concetto più forte nel padiglione, l’allineamento col Primo Meridiano, sia di fatto una parete invisibile, un’idea…
Ho cercato di rendere in qualche modo visibile una cosa che non lo è. Una maniera per parlare di temporalità, come peraltro è temporaneo quel progetto, ma anche dei concetti astratti di spazio e tempo: un’eco della posizione a cui fa riferimento, uno spettro del luogo originale. Geometria, territorio, scambi di merci, società, passaggio del tempo: ci sono diversi sotto-temi che abbiamo trattato con questo intervento.

C’è poi il tema ricorrente delle superfici traforate viste sia a Londra che nel progetto per il museo a Cuernavaca. Queste pareti a reticolo, la “celosia” (in italiano gelosia, ndr), mi pare ti piacciano molto, ti appartengano…
(Ride divertita) Nel progetto di Londra è stato un modo per creare uno spazio intimo senza dover lasciare indietro il giardino. Il parco entra nel padiglione ma ci si sente come in uno spazio contenuto, protetto. Una specie di bambola matrioska: fuori dalla città, perché dentro il parco, ma allo stesso tempo all’interno di un padiglione ma con la percezione della natura. Il colore scuro del materiale serviva a evidenziare il contesto in un modo più sorprendente.

Che rapporto hai con il colore?
Uso di solito materiali grezzi, senza finiture. Amo il colore proprio del materiale, non lo considero una risorsa per giochi ad effetto in architettura, anche se so che ci sono modi affascinanti di farlo.

Un’idea, uno spazio, un materiale: da dove si comincia un progetto?
Si inizia da una conversazione col mio team in ufficio. Siamo in dieci, ci confrontiamo sulle condizioni del progetto, cosa si impara da esso; dai grandi quesiti al come mostrare qualcosa che non sia così immediato e ovvio alla vista. Si fa un collage di riferimenti, non necessariamente solo architettonici, ma anche attinti dall’arte. La forma arriva dopo la ricerca. Il quesito viene per primo.

I libri sono per te degli strumenti, hai affermato, ma quale consideri il tuo “manuale”?
Non potrei sceglierne uno solo. Tra i miei favoriti, The Condition of Postmodernity di David Harvey, The Writing of Stones di Roger Caillois. Poi Cartographies of Time: A History of the Timeline, con le mappe, i calendari. Mi piace per la sua bellezza e perché riesce a rappresentare qualcosa che è astratto.

È difficile fare architettura oggi?
Diventa difficile se non cerchi le opportunità, se non guardi dove non è così ovvio. A un certo punto devi cercare di creare il tuo progetto, farlo proprio. Allora diventa facile, o almeno più facile.

Che cosa è l’architettura per te?
È il mio linguaggio, il modo in cui comprendo il mondo ed esprimo me stessa.

C’è qualcosa che ti disturba, che ti infastidisce in architettura?
(Ride divertita) Ce ne sono così tante al momento! Quando si diventa voraci, avidi. Quando si vuole solo costruire per guadagnare denaro in modo veloce, senza considerazione per la gente che vive nell’ambiente, e le cose divengono così già datate. L’architettura usa e getta.

Invece, cosa ti piace di questo periodo?
Trovo che, almeno nella mia generazione, si stia allargando un po’ la comprensione. Non si tratta più solo di costruire grattacieli, case, uffici, ma c’è maggiore dibattito, normativa, insegnamento. Temi che stanno diventando parte del “mestiere”, e considero questo molto sano.