A Doha, le forme sfaccettate dei cristalli che nascono terra riarsa del Medio Oriente hanno ispirato il National Museum of Qatar (NMoQ), firmato da Jean Nouvel, che ricerca un nuovo dialogo tra storia e contemporaneità di un luogo, di un paesaggio e di una comunità

“Un caravanserraglio moderno” in acciaio e cemento. Così il suo progettista, l'architetto francese Jean Nouvel, ha definito il National Museum of Qatar (NMoQ), inaugurato lo scorso 28 marzo a Doha, lungo la scenografica Al Corniche. Il museo si sta trasformando in una calamita culturale in grado di attrarre nella capitale del Qatar visitatori da ogni parte del mondo (in città si trovano anche la Qatar National Library di OMA e il Qatar National Convention Center progettato dal Pritzker Prize giapponese Arata Isozaki).

Stregato da una terra antica e ospitale, ricca di tradizioni millenarie che rimandano ai suoi elementi di riferimento imprescindibili - il deserto e il mare - ma modernizzata nelle infrastrutture, l'archistar, alla sua seconda opera in loco (la prima è stata la Burj Doha Tower nel 2013), si è nuovamente misurato con due paradigmi fondamentali dell'architettura araba: la luce e la geometria, da lui magistralmente interpretati e declinati anche al Louvre di Abu Dhabi nel 2017.


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Jean Nouvel è nato a Fumel, in Francia nel 1945. Dopo essersi iscritto all'Ecole des Beaux-Arts di Bordeaux, si è classificato primo nel concorso di ammissione all'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi nel 1966 e si è laureato nel 1972. Assistente dell'architetto Claude Parent e ispirato dall'urbanista e saggista Paul Virilio, ha iniziato la sua attività di architetto nel 1970. Poco dopo, è diventato membro fondatore del movimento Mars 1976 il cui scopo era quello di opporsi al corporativismo in architettura. Ha anche cofondato il sindacato degli architetti francesi in netta opposizione al Consiglio nazionale degli architetti. Le sue posizioni forti e le sue opinioni piuttosto provocatorie sull'architettura contemporanea nel contesto urbano, insieme alla sua capacità di iniettare un senso di originalità in tutti i progetti che intraprende, hanno formato la sua reputazione internazionale. Il lavoro di Jean Nouvel non deriva da considerazioni di stile o ideologia, ma dalla ricerca di creare un concetto unico per una singolare combinazione di persone, luogo e tempo.

Ovvero ha concepito il landmark qatarino, commissionato dall’emiro Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani, come un paesaggio rigoroso dove il sole diventa il regista che aggiunge o toglie profondità alla perenne ricerca dell'ombra. L'architettura genera l'ombra, necessaria e mutevole nel corso della giornata così come la luce, con la grandeur di una simbolica rosa del deserto di 33.618 mila metri quadrati: la spettacolare veduta da cartolina della struttura museale è ispirata proprio dalla complessa sedimentazione dei cristalli minerali simili a fiori che crescono nelle aride regioni costiere.

“Mi piaceva questa idea come punto di partenza del progetto”, ha spiegato Nouvel, “perché dalla notte dei tempi la rosa del deserto rappresenta la prima struttura architettonica creata dalla natura, attraverso l'operosità incessante del vento, dell'acqua salata e della sabbia. Un'immagine poetica, anche se utopica. Per costruire un edificio lungo 350 metri, che sale e scende dolcemente, evocando le ondulazioni del paesaggio, abbiamo infatti dovuto affrontare enormi sfide tecniche e tecnologiche”.

Nell'ingegnosa trasposizione architettonica, gli scultorei 'petali' della rosa sono diventati 539 dischi in cemento color sabbia di differenti diametri e curvature, alcuni verticali e altri orizzontali, che si intersecano tra loro a disegnare piani anche inclinati e angoli a sbalzo molto aggettanti; perfettamente in grado di modulare e mitigare gli effetti dell'incidenza dei raggi solari.

Un tutt'uno, architettonico, spaziale e sensoriale: la pelle dell'edificio, interrotta solo da poche finestre e aperture arretrate, è stata infatti realizzata in cemento rinforzato con fibra di vetro ad alte prestazioni, sia dentro che fuori. In un continuum anche di nuance: finiture neutre e monocromatiche, pavimenti in cemento lucidato, pareti in stuc-Pierre, un intonaco tradizionale che imita la pietra, soffitti in intonaco microporoso spruzzato su lana minerale, vetrate con telai a incasso a tamponamento degli interstizi vuoti tra i dischi, dove si crea una massa termica che riduce i carichi di raffreddamento.

Se l'ascolto di un luogo ha dato vita all'interpretazione in scala architettonica e sostenibile di un elemento del paesaggio locale, che produce sorpresa, tensione e dinamismo, il racconto espositivo del Museo ne ha degnamente raccolto la dimensione temporale.

Grande protagonista è infatti la storia del Qatar, un tempo patria di pescatori e cercatori di perle che all'indomani della seconda guerra mondiale ha scoperto enormi giacimenti di petrolio e successivamente di gas naturali: tre capitoli tematici che attraversano undici gallerie, esperienze sensoriali, interattive e immersive, ed esposizioni canoniche di opere d’arte, documenti, artwork su commissione e manufatti rari.

Non solo. Le environmental galleries collegate tra loro a formare un percorso sinuoso di un chilometro e mezzo – dove trovano posto anche aree di accoglienza e lobby, auditorium,  laboratori, uffici, zone catering, ristorante con cucina – incastonano e circondano infatti come una collana il gioiello del complesso: lo storico palazzo del XX secolo appartenuto allo sceicco Abdullah bin Jassim Al Thani (1880-1957), figlio del fondatore del moderno Qatar.

Mi piaceva questa idea come punto di partenza del progetto, perché dalla notte dei tempi la rosa del deserto rappresenta la prima struttura architettonica creata dalla natura, attraverso l'operosità incessante del vento, dell'acqua salata e della sabbia."

Un edificio totalmente restaurato che fu dimora della famiglia reale, sede del governo e infine nucleo dell'originale Museo Nazionale. La sua iconica Howsh, la corte centrale interna, funge da spazio di raccordo e integrazione tra le parti, ospitando anche eventi all'aperto.

Ad essa fa poi da contraltare il paesaggio avvolgente dei giardini che formano un parco pubblico attrezzato di 112.000 metri quadrati: una cornice dove dune di cemento e parcheggi per le auto si alternano ad aree coltivate intorno alla laguna artificiale e alla vegetazione autoctona.

Progetto Jean Nouvel /Ateliers Jean Nouvel - Project Manager Hafid Rakem - Project Leader Philippe Charpiot - Lead Interior Designer Sabrina Letourneur - Landscape Architect Michel Desvigne Paysagiste - Foto Iwan Baan