Station F a Parigi nasce dal recupero e dalla trasformazione della Halle Freyssinet, un ex deposito ferroviario del 1929 nel 13° arrondissement, ripensato dallo studio Wilmotte come un grande incubatore urbano per imprenditori in erba. Poco distante, un intervento di cohousing completa l’innovativa offerta del più grande campus di startup al mondo

Il campus Station F, voluto dall’imprenditore Xavier Niel, fondatore di Iliad e presidente di Free Mobile, è stato ricavato all’interno della storica Halle Freyssinet trasformata da Jean-Michel Wilmotte in un grande spazio che accoglie mille giovani imprenditori artefici di startup in via di sviluppo.

Progettata dall’ingegnere Eugène Freyssinet tra il 1927 e il 1929, la Halle ferroviaria, che è parte dei ‘monumenti storici’ della Francia dal 2012, presenta un impianto a tre navate parallele sviluppate per 138 metri di lunghezza e 58 di larghezza, e si caratterizza per la sperimentazione condotta nell’uso del cemento precompresso che ha consentito di ottenere archi di calcestruzzo di incredibile leggerezza con spessori che in alcuni punti, lungo la linea del colmo delle coperture, non superano i 5 centimetri. Inizialmente concepita come un hub di interscambio tra ferro e gomma, la Halle Freyssinet era collegata alla rete ferroviaria della capitale con la stazione di Austerlitz.


Jean-Michel Wilmotte
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Architetto, urbanista e designer, Jean-Michel Wilmotte nasce a Soissons in Francia e fonda il suo studio di architettura a Parigi nel 1975. Willmotte predilige la progettazione di spazi culturali e museografici con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio esistente. Oggi la sua attività è strutturata attorno a due società: lo studio di architettura Wilmotte & Associés e lo studio di design Wilmotte & Industries SAS, che insieme gestiscono oltre 100 progetti all’anno, con un approccio innovativo e consapevole, con un’attenzione particolare per il verde, la luce e la materia.

Ubicata nell’area di rinnovamento urbano della Rive Gauche, nei pressi della Biblioteca Nazionale di Dominique Perrault, la Halle Freyssinet si offre alla città e all’Europa come grande incubatore urbano dedicato al dinamico mondo delle startup. La Station F, aperta al pubblico sette giorni su sette, ventiquattro ore non-stop, accoglie 3000 postazioni di lavoro per startupper, 60 sale riunioni e un auditorium di 370 posti, un ristorante e due bar.

La riforma del deposito ferroviario, legata alla modalità di riuso e trasformazione del manufatto urbano che appare una delle pratiche più diffuse del progetto di architettura del nuovo millennio, ha affrontato gli ampi spazi della navate enfatizzando quella centrale, illuminata da un grande lucernario zenitale continuo, e lavorando a più livelli sulle due laterali, di altezza leggermente inferiore. L’interno dell’edificio storico, restituito alla città, è specchio della filosofia trasversale del campus, che si propone di includere più settori possibili dei molti che sono oggi in evoluzione, per favorire lo sviluppo e l’implementazione di nuove tecnologie.

Il progetto di riformulazione degli interni ha suddiviso lo spazio disponibile in tre parti distinte e interagenti. La navata centrale è dedicata alla condivisione (Share Zone), luogo di incontro e di confronto sulle competenze, in cui si organizzano le presentazioni delle startup digitali rivolte a operatori e imprenditori. Qui un Fab Lab (con stampanti 3d accessibili gratuitamente) si affianca all’auditorium e a una serie di sale riunioni ad uso degli utenti. Un passaggio vetrato comune trasversale interrompe la navata centrale separando la prima area della Station F dalla seconda dedicata alla creatività (Create Zone), uno spazio di lavoro delle startup multifunzionale e comunitario, una sorta di grande open space interattivo con tavoli di lavoro da aggregare secondo le diverse esigenze. La Create Zone prosegue lungo le navate laterali organizzando 24 ‘villaggi’ che accolgono vari servizi: cucine, zone relax con calciobalilla, zone per incontri informali, sale riunioni più isolate, Skype box eccetera.

La scelta tipologica del complesso Flatmates, rifiuta in modo diretto la tradizionale disposizione alberghiera delle camere allineate in modo sequenziale lungo un corridoio centrale, offrendo invece un’immagine aperta e luminosa, più simile a quella di una sequenza di grandi appartamenti flessibili che a quella di una residenza temporanea."

Dal primo livello si affacciano sulla navata centrale una serie di box metallici bianchi, con vetrate sui lati minori, stanze sospese che intercalandosi in un ambiente a pianta libera concorrono a dare un efficace ritmo volumetrico allo spazio complessivo. L’ultima zona della Station F, collocata nella parte posteriore all’ingresso principale e separata dalla Create Zone tramite un secondo passaggio pubblico vetrato, accoglie un ristorante aperto verso il quartiere sette giorni su sette e corredato da una serie di alberature interne che lo trasformano in una sorta di ‘giardino d’inverno’ direttamente connesso al verde della città.

Per l’illuminazione di quello che Jean-Michel Wilmotte ha definito un ’vivaio digitale’ è stato appositamente progettato con iGuzzini Illuminazione il proiettore Platea Pro, ad alta potenza e di disegno essenziale, perfettamente integrato alla leggerezza delle catene in calcestruzzo delle volte.

Alla creazione del campus Station F si è aggiunto, a Ivry-sur-Seine poco lontano, quale fattore strategico di completamento, l’intervento di sperimentazione sull’abitare condiviso. Tre torri scure, rivestite con materiali di Casalgrande Padana, pensate come luogo d’incontro e per vivere il cohousing in modo anche temporaneo e innovativo, costituiscono oggi il più grande spazio di abitare condiviso in Europa. Il complesso Flatmates si offre ai giovani imprenditori che lavorano al campus, come una sommatoria di tre torri, alte da dodici a diciotto piani (con una skyroom circolare panoramica sospesa) per una superficie complessiva di 12.000 metri quadrati.

Le torri sono raccolte all’intorno di una corte verde comune e si dispongono, a livello planimetrico, a seguire gli allineamenti stradali, creando con i fronti esterni due nuove cortine architettoniche che, emergenti e ben riconoscibili, costruiscono un nuovo angolo urbano. Rispetto alle tradizionali e innovative formule di cohousing, quella definita in Flatmates si caratterizza non solo per la varietà dei tagli degli alloggi disponibili, ma anche per la flessibilità d’uso: temporaneo, ad affitti settimanali, mensili, annuali.

Nel progetto Station F, la riformulazione degli interni ha suddiviso lo spazio disponibile in tre parti distinte e interagenti. La navata centrale è dedicata alla condivisione, un Fab Lab, la zona dedicata alla creatività."

I seicento inquilini si distribuiscono in cento appartamenti, suddivisibili secondo le specifiche necessità con un ampio spazio in comune che accorpa in un unico ambiente soggiorno e zona pranzo con cucina. Il ‘cuore’ della casa attraversa l’intero immobile con doppia apertura sui fronti opposti oppure è collocato in posizione angolare, sempre con affaccio su un balcone. Attorno allo spazio comune, luogo nevralgico di ogni unità, sono disposte le stanze, singole o accorpabili, con bagni in comune o privati.

Tra i vari servizi offerti alla collettività degli utenti e compresi negli affitti, sono previsti una SPA, una palestra, una sala per eventi come lezioni di yoga o corsi di cucina, un piano interrato per i parcheggi cui si aggiungono lo skyroom sul tetto, un ristorante-caffetteria e una lavanderia. Nel più grande complesso di cohousing europeo la scelta tipologica rifiuta in modo diretto la tradizionale disposizione alberghiera delle camere allineate in modo sequenziale lungo un corridoio centrale, offrendo invece un’immagine aperta e luminosa, più simile a quella di una sequenza di grandi appartamenti flessibili che a quella di una residenza temporanea.

La scelta ‘ibrida’ e destinata prevalentemente a giovani imprenditori per un soggiorno di alcuni mesi si pone, per flessibilità di metratura da suddividere o accorpare e per offerta di servizi comuni, come un intervento precursore delle nuove modalità abitative che si stanno affermando nella città contemporanea.

Progetto Wilmotte & Associés Architectes - Foto Patrick Tourneboeuf, Didier Boy de la Tour, Jérôme Galland /courtesy Wilmotte & Associés Studio