La cultura del progetto contemporanea appare segnata da due grandi fattori: l’impatto delle tecnologie digitali da un lato, e l’affermarsi della sostenibilità come istanza non più specialistica ma generalizzata dall’altro. Lungi dal porsi come mere direttive di percorso, tali fattori sono assunti dal design – per sua natura votato non a ciò che è ma a ciò che potrebbe essere – in maniera propositiva, immaginando l’aspetto che potrebbero avere in un prossimo futuro. Così, mentre l’affermarsi della sostenibilità come questione umana in senso lato porta la tutela ambientale a convergere verso una nuova tutela ‘umanistica’, il digitale appare sempre più impegnato in una decisa convergenza con il reale, ciò che fa della cultura del progetto contemporanea una cultura delle due convergenze.

Per quanto riguarda la nuova sostenibilità, oggi l’accento si sta spostando da progetti ‘in difesa’ a progetti ‘in attacco’, da iniziative cioè centrate sulla salvaguardia dell’ambiente a iniziative che propongono servizi e modelli di produzione non meno, ma più evoluti di quelli rivelatisi insostenibili. È qui che entrano in gioco le smart city, la mobilità intelligente, l’energy harvesting, ecc.

In questo senso, l’inizio del XXI secolo segna il passaggio da una vecchia concezione di ambientalismo, inteso come ‘rinuncia’ (all’auto, ai viaggi in aereo, alla grande distribuzione, ecc.), a un nuovo concetto di sostenibilità intesa come nutrimento del pianeta e delle sue culture, oggi in connessione globale, in un quadro di sostenibilità ‘umanistica’ che arricchisca l’ambiente attraverso il rilascio di nutrienti antropici ‘sani’. Proprio qui entra in gioco il progetto.

Se infatti compito del design è disegnare il volto umano della tecnica, tale compito si configura oggi come definizione sensibile di una nuova tecnica pensata non più come generatore di asimmetria tra umano e naturale (in un rapporto dove uno prende tutto e l’altro dà tutto) ma come filtro stabilizzatore tra i due (dove il nutrimento è reciproco, simbiotico).

Per quanto concerne la convergenza tra reale e digitale, va rilevato come le tecnologie digitali stiano ridefinendo non solo la scala di articolazione del quotidiano ma anche il cablaggio della struttura cognitiva delle persone. Certo, l’uomo ha sempre cercato di demandare agli oggetti le attività fisiche più gravose. Ma ciò che oggi è del tutto nuovo (in un senso davvero epocale) è la delega massiccia di operazioni cognitive fino a ieri svolte ‘a mente’ al sempre più pervasivo ecosistema digitale.

Non occorre più saper far di conto, scrivere correttamente, imparare una lingua – ci pensano le app. E come succede a quegli automobilisti che si sentono perduti se la loro auto va in panne, così, una volta appaltata al digitale una certa massa critica di competenze cognitive, se questo dovesse andare in crash (eventualità, va detto, estremamente remota) un numero pericolosamente grande di persone si troverebbe cognitivamente ‘a piedi’.

Già si registrano tra i più giovani e non solo preoccupanti indebolimenti di capacità cognitive fino a ieri considerate normali (ricordare, scrivere, riassumere, analizzare, ecc.). Il passaggio dal World Wide Web al Real World Web (dal web semiotico al web antropologico) sta ampliando in maniera inedita la capacità di intervento delle persone sul reale, perché le abilità cognitive ‘aumentate’ sono più performanti di quelle supportate da carta e penna.

D’altro canto, l’integrazione spinta di reale e digitale implica che il secondo sia sempre più un livello costitutivo del primo, al punto che, come ha detto l’ex Ceo e attuale presidente di Google Eric Schmidt, “internet sparirà”: ci saranno così tanti indirizzi IP, dispositivi, sensori e tecnologie indossabili (queste ultime oggi in grandissima crescita) che non avrà più senso pensare alla rete digitale come a qualcosa di ‘separato’ dalla realtà. Reale e digitale saranno tutt’uno, e un reale privato della sua nervatura digitale verrà percepito come qualcosa di ottuso, ‘spento’, inutilizzabile. In questa prospettiva, il digitale sta facendo la sua parte nel processo di avvicinamento al reale.

Spetta ora al design attivarsi per portare in dote all’incontro con il digitale le sue istanze specifiche legate al corpo, alla materia e alla tangibilità, rilanciandole in forme nutrienti per la nuova antropologia umanistico-naturale e reale-digitale.

 

di Stefano Caggiano 

gallery gallery
La maschera Vidiam, per il brand dal ‘futuro profondo’ Carapace Project di MHOX, è pensata come fossile di un’evoluzione dell’area visiva causata dal bisogno di occultamento dell’identità in un ambiente sovraesposto. Ispirato alla microstruttura degli esoscheletri di crostacei e insetti, il pattern Carapace lavora tramite simulazione biodigitale.