Il concetto di ‘antropocene’, epoca geologica segnata dall’impatto dell’azione umana sulla terra, porta il design a riflettere sul senso del progetto e sul bisogno di una nuova educazione estetica

Uno dei miti più antichi della nostra tradizione racconta del matrimonio fra cielo e terra, durante il quale Cielo fa dono a Terra di un velo che le dà un volto, definendone il profilo laddove prima non vi era che Ctòn, l’abisso senza volto. Da tempo immemore è questa, nel mondo occidentale, la metafora guida dell’azione progettuale, concepita come attribuzione battesimale di una forma a una materia che resterebbe altrimenti oscura e indecifrabile. Oggi, però, le cose stanno cambiando.

L’intervento umano sul pianeta si è spinto a un punto tale che la vecchia mitologia non tiene più, facendo saltare le eterne dicotomie – terra e cielo, natura e cultura, abisso e progetto – che per millenni hanno definito il ruolo umano sulla terra. Oggi tutto è fuso, e si sta rimescolando.

È questo il senso della vivace attenzione che si registra per il tema dell’antropocene, l’epoca geologica in cui, secondo un numero crescente di studiosi, saremmo entrati in conseguenza dell’azione umana sul pianeta. Ora, la geologia si occupa di rocce, oggetti che si formano attraverso processi lunghi centinaia di milioni di anni.

Su scala geologica, l’intera esistenza della specie umana, dal primo homo habilis al sapiens di oggi, non è che un battito di ciglia. Può un fenomeno così effimero come l’essere umano lasciare un’impronta così incisiva sul corpo del pianeta?

Sembrerebbe di sì, osservando gli inquietanti ‘plastiglomerati’ che l’artista canadese Kelly Jazvac ha raccolto alle isole Hawaii, pietre contenenti miscele di detriti naturali e plastica fusa indurita considerati da alcuni un marker dell’inizio dell’antropocene. Nel plastiglomerato la componente plastica e quella rocciosa sono mescolate così intimamente che è impossibile separarle. Oltre all’aspetto fisico, ciò chiama in causa una questione filosofica. Nel plastiglomerato, infatti, non sono più in gioco due sostanze distinte, una artificiale e una naturale, ma un’unica nuova sostanza che ci immette direttamente in una nuova cosmogonia, un nuovo ‘sfondo’ di riferimento per l’umano.

La fusione tra naturale e artificiale è, in effetti, molto più sinistra di quanto in genere non si creda (e credere che la pratica del riciclo possa da sola ristabilire l’ordine perduto appare quanto mai ingenuo). Si considerino ad esempio come le microplastiche, corpuscoli con dimensioni dell’ordine di un millesimo di millimetro, entrino nello stesso ciclo alimentare degli esseri viventi, compreso il nostro. Il velo che Cielo aveva donato a Terra non è più solo il disegno di un volto. Il ‘disegno’ sta penetrando nel corpo della terra fondendosi con le sue profondità abissali, e modificandone così il DNA.

Oggi tutto è fuso, e si sta rimescolando. È questo il senso della vivace attenzione che si registra per il tema dell’antropocene, l’epoca geologica in cui, secondo un numero crescente di studiosi, saremmo entrati in conseguenza dell’azione umana sul pianeta. "

Da un certo punto di vista è paradossale che un materiale come la plastica, impiegata quasi sempre per un utilizzo di pochi minuti (ciotola e posate per l’insalata consumata a pranzo), entri a modificare la struttura antica, e il futuro sulla lunga distanza, del pianeta. Eppure è proprio così. L’eternità effimera della plastica, che presenta tempi di degradazione dell’ordine di migliaia di anni, si impasta con il tempo profondo del pianeta mandando in cortocircuito la temporalità geologica che modella il mondo. È così che la natura si ‘rompe’.

Che ne è del design in questo scenario? Non più semplice attribuzione di una forma a una materia, il progetto sarà sempre più ‘design dell’impasto’, sarà cioè lavorio morfologico su un nuovo magma allo stesso tempo plastico e roccioso, malleabile e insidioso, utile e pericoloso. Un impasto di terra e cielo che non definirà più un saldo passato su cui poggiare la cultura umana ma un duttile presente senza stabili puntelli. Sono vari i progetti che stanno iniziando a esplorare il comportamento – filosofico prima che tecnologico – di questo nuovo magma.

È il caso degli oggetti di Alexander Schul, realizzati in plastica riciclata ma con un design di ispirazione razionale (non pop) che siamo abituati a considerare nobile e ‘senza tempo’, a contrastare la percezione falsamente effimera che abbiamo della persistenza plastica. In maniera simile Moreno Schweikle, nel dispensatore d’acqua Oesis, combina l’estetica del granulato plastico con quella delle fontane neoclassiche.

Design è, infatti, non solo ricerca di soluzioni pratiche ma anche educazione estetica a una nuova cultura della bellezza, per rendere accettabile e, infine, desiderato un orizzonte visivo compatibile con il tempo in cui si vive. Ecco allora che gli oggetti di sabbia di Fernando Mastrangelo e il tavolo Liquify di Patricia Urquiola per Glass Italia inglobano il sapore fluido del paesaggio lavico nella statica ornamentale dell’elemento d’arredo.

In questo senso, e fuor di metafora, è altresì interessante notare come due marchi, il lettone Laviture e il danese Unknown Furniture, facciano uso di autentico materiale lavico nelle loro proposte per l’outdoor, segno di uno spostamento del gusto verso corpi oggettuali in continuità morfologica con i processi che plasmano il pianeta.

Mentre più articolato è il pensiero che sta dietro al progetto Mourn dello Studio Nienke Hoogvliet, un’urna per la cremazione in bioplastica predisposta per degradare lentamente nell’ambiente, in modo da rilasciare con gradualità le ceneri del defunto, piene di sostanze tossiche e nutritive.

 

Su scala geologica, l’intera esistenza della specie umana, dal primo homo habilis al sapiens di oggi, non è che un battito di ciglia. Può un fenomeno così effimero come l’essere umano lasciare un’impronta così incisiva sul corpo del pianeta? "

Più controversa l’interpretazione del nuovo magma data da CtrlZak, che nello specchio Naia per JCP risveglia simbolismi arcaici sepolti sotto strati di sedimenti e civiltà, riattivati per tornare a circolare nella nuova tettonica a placche dell’antropocene. Ché, è giusto ricordare, Ctòn ha l’aspetto terrificante dell’assenza di volto, è imperscrutabile come il senso della vita del pianeta, a cui, alla fine, non interessa che l’uomo trovi o meno un modo per sopravvivere, lui esiste e continuerà ad esistere comunque. Ad essere ‘rotta’, allora, più che la natura, è la cultura. Sono le tecnologie e i simbolismi umani a non essere più sostenibili.

In tal senso, appare poetico, bellissimo e definitivo lo specchio Guilty Pleasure di Siri Bahlenberg, un oggetto perfetto che unisce la roccia terrestre allo specchio celeste in una proposta d’arredo perfetta tanto per un soggiorno contemporaneo quanto per una radura nella foresta vergine. O un deserto marziano. A ricordare, a quella creatura che si è separata dal regno animale specchiandosi nella propria autocoscienza, che basta un battito di ciglia per farla sparire. Mentre gli oggetti che ha fuso con la natura continueranno ad arredare un mondo disabitato e silenzioso, in attesa del prossimo animale che, imbattendosi nello specchio, imparerà a riconoscersi.