Ambienti a misura d’uomo. Semplici da abitare ed ecologici. È il mantra dell’architetto Mario Cucinella, che nella sua casa bolognese
ha applicato la sua personale ricetta di vita e lavoro. Fatta di empatia

 

Progetto di Mario Cucinella Architects
Foto di David Zanardi – Testo di Laura  Ragazzola

 

Lo incontriamo nella sua abitazione bolognese, un loft dove ama ricevere amici, studenti, committenti, senza distinzione. Perchè l’architetto Mario Cucinella è una persona aperta e informale, capace di mettere a proprio agio le persone. In una parola: è empatico, come del resto la sua architettura. Il suo mantra è: rendere umani i luoghi dove abitare.

Architetto Cucinella come ha scoperto questo spazio?
Da un annuncio sul giornale. Mi ha subito incuriosito sia il luogo – il quartiere della Bolognina, sia la tipologia – un loft. Prima di trasferirmi qui ho sempre abitato appartamenti di tipo tradizionale, ma ogni volta cercavo soluzioni che aprissero quegli spazi. Alla fine ho pensato che forse la mia aspirazione era vivere in un open space, come questo.

Qual era la sua destinazione originaria?
C’era l’officina meccanica di Bugamelli, qui si lavorava il metallo e si fabbricavano pezzi di motori. Ma lo spazio non è cambiato: ci sono ancora i mattoni a vista, le alte volte che disegnano il soffitto, le finestre a nastro lungo le pareti…
Insomma, tutto tradisce il passato industriale del luogo, la sua memoria. Gli interventi di riqualificazione si sono limitati all’impiantistica: riscaldamento-raffrescamento a pavimento e 200 metri quadrati di fotovoltaico che consentono alla casa di andare sempre in credito di energia.

E lo studio?
L’ho aggiunto qualche anno dopo quando già abitavo qui. Si era liberato un maxi deposito di condizionatori che confinava proprio con la mia abitazione. Ho subito pensato che fosse una buona idea trasferirci il mio studio. Io viaggio molto e adesso ho il grande vantaggio che quando lavoro in studio sono già a casa e non devo impegnarmi in ulteriori spostamenti. Senza contare che ho finalmente realizzato il mio sogno.

Quale sogno?
Abitare finalmente in una casa senza muri… tutto è aperto, trasparente. Dalla camera da letto, che ha un vetro al posto della parete, alla cucina, che si affaccia sul soggiorno con una sorta di bancone-bar. Insomma non c’è quella formalità che rende una casa troppo strutturata, rigida, così lontana dal mio modo di pensare…

Lei parla spesso di empatia in relazione alla sua idea di architettura. In che modo la sua casa riflette questo approccio?
Empatia significa comprendere, e quindi, per esempio, mettersi nei panni dell’altro, insomma avere una relazione vera, diretta con le persone. Ecco, la casa deve stabilire questo tipo di relazione con chi la abita. Ho sempre pensato che la casa racconti la storia dei suoi abitanti, un po’ come succede qui. Il fatto che non ci sia uno stile preciso, che oggetti e arredi siano eterogenei, tutto questo esprime assai bene il mio modo di sentire, di vedere…

E nel suo studio, come si lavora? Anche qui è di casa un metodo ‘empatico’?
Diciamo subito che l’empatia è necessaria perchè nel mio studio, come del resto nella casa, non ci sono spazi chiusi. Per nessuno, neanche per me. L’ufficio è un luogo open e tutti lavorano in team, senza filtri, senza porte che si possono serrare.

Con quali vantaggi?
Le idee fluiscono liberamente, entrano in relazione, maturano, cambiano anche. In un ambito professionale, come uno studio di architettura dove si lavora sulla creatività, il fatto che i percorsi siano liberi, fluidi e in comune a più persone, è davvero strategico: ciascuno conosce il lavoro dell’altro e lo condivide. Empatia significa soprattutto condivisione.

Come nasce un progetto?
Si lavora su scale differenti. La prima è rappresentata dal collettivo dello studio che opera tutto insieme. Poi ci sono i ‘team locali’, costituiti da circa 5-10 persone e coordinati da un capo-progetto; infine, c’è la singolarità della persona. Lei capisce che con un’organizzazione di questo tipo, dove la comunicazione e il confronto devono essere costanti, stare in uno spazio aperto è un fattore prioritario, irrinunciabile. Certo, non è l’unico modo di lavorare, e probabilmente neanche il migliore, ma qui da noi funziona bene.

Quante persone lavorano nel suo studio?
Oggi siamo in 70, più 15 neo laureati che frequentano la SOS – School of Sustainability. Si tratta di una scuola post-graduate per formare i futuri professionisti in vista anche delle nuove sfide ambientali ed ecologiche .

Quindi, c’è anche una scuola all’interno del suo studio? Come pensa si dovrebbe ridisegnare la figura professionale dell’architetto?
Il mestiere dell’architetto cambierà per forza: c’è una crescente complessità nel mondo di oggi e l’architetto deve essere in grado di interpretare il suo tempo e i cambiamenti in corso. La scuola nasce con un obiettivo molto semplice: rispondere alla domanda dei giovani sui temi ambientali sempre più carichi di urgenze.
Perchè per dare un senso compiuto alla sostenibilità, è necessario non solo ricercare soluzioni tecniche e performanti, ma fare in modo che il progettista acquisisca una nuova consapevolezza e responsabilità sociale. E una scuola che nasce all’interno di uno studio può aiutare in questa direzione, innescando un rapporto con la formazione, che è diverso da quello accademico.
Qui, infatti, i giovani architetti lavorano sul campo impegnandosi su progetti reali a diretto contatto con la comittenza. In altri termini, si tratta di affrontare le sfide ambientali non solo dal punto di vista tecnico…

Insomma, che cosa serve?
Creatività, empatia e coraggio. Ma che dice, ora, andiamo a pranzo?

 

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L’ampio e luminoso open space è organizzato in isole funzionali: in primo piano l’area pranzo arredata con il tavolo di Florence Knoll, un pezzo unico, fuori-misura, degli anni 60, come le sedie. Ai due capotavola, invece, sedute-scultura opera dell’artista italiano Franco Girondi. Sulla parete di fondo, ritratti ‘Penelope’ di Pierpaolo Miccolis. A sinistra, si intravvede il bancone che scherma la cucina.
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Un mobile di recupero da ferramenta scherma il bancone della cucina, realizzato su disegno in acciaio inox. Al centro, svettano piante tropicali in maxi vasi di terracotta; al centro un Airone 250, modello iconico di Moto Guzzi degli anni ‘50 e una curiosa collezione di ‘schiaccianoci ussari’ in legno ispirati alla celebre favola di Hoffmann.
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Al centro una sorta di giardino d’inverno, arredato con poltrona e divani di modernariato. Sullo sfondo si intravede l’area notte, posta a una quota più bassa: la camera da letto è schermata da una semplice parete vetrata. Sul lato opposto la camera dei figli.
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L’angolo conversazione è illuminato da tre maxi lampade di provenienza indiana, realizzate in carton-cuoio riciclando i fusti del lino. Come divani, due modelli-gemelli di modernariato dalle dimensioni extralarge. Alle spalle, la libreria, che è stata risolta con semplici scaffalature industriali in acciaio zincato. Sullo sfondo, la parete di mattoni.
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Souvenir di viaggi e ricordi di famiglia punteggiano la casa.
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Souvenir di viaggi e ricordi di famiglia punteggiano la casa.
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Souvenir di viaggi e ricordi di famiglia punteggiano la casa.
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Souvenir di viaggi e ricordi di famiglia punteggiano la casa.
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Souvenir di viaggi e ricordi di famiglia punteggiano la casa.
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L’angolo lettura con una poltrona senegalese ricavata da uno chassis d’automobile e scaffalature in acciaio zincato.
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Il giardino che filtra il passaggio dalla casa allo studio (sullo sfondo si intravvede l’ingresso dal fronte strada).
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Lo studio occupa un ex magazzino adiacente alla casa. I tavoli di lavoro si susseguono senza soluzione di continuità per disegnare aree più raccolte destinate a riunioni di team o a spazi-laboratorio. Come nella casa, anche qui piante di palme creano inedite oasi verdi all’interno degli spazi.
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Un'area destinata a riunioni di team.
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Uno spazio-laboratorio.