Patricia Urquiola, signora del design, nata a Oviedo (nelle Asturie spagnole), ma di base a Milano da oltre vent’anni, dai tempi della laurea in Architettura al Politecnico di Milano, è una professionista che sa ascoltare i luoghi e le cose. Dimora in una casa-studio, uno sotto e l’altra sopra, in una palazzina inizio Novecento, all’interno di un cortile in zona corso Buenos Aires.

Location molto milanese: un’antica manifattura di tessuti, che è stata completamente ristrutturata e vive di atmosfere soft composte in geometrie rigorose. Rieccheggia ancora un genius-loci industriale, grezzo e informale negli open spaces, su tre livelli, dedicati alla laboriosità creativa. Pareti di cemento lisciato, pannelli in compensato marino, porte raso-muro finite come le pareti, pavimenti in resina, parapetti realizzati con griglie in lamiera stirata bianca.

Alla leggerezza e luminosità dell’involucro partecipa un generoso lucernario centrale, figura di riferimento architettonico insieme all’elemento a doppia altezza realizzato per l’allestimento Ideal House Imm 2006 che campeggia in un angolo dello studio, ospitando campioni di materiali. Le medesime cifre informano l’abitazione: un duplex molto spazioso, costruito intorno all’isola delle relazioni rappresentata, in un continuum fluido e ininterrotto, dal salotto-pranzo-cucina, e dalla terrazza, una giungla di graminacee e sempreverdi disegnata con l’aiuto del paesaggista Stefano Baccari.

Patricia si è trasferita qui da qualche anno. Un trasloco corrisponde sempre a un passaggio, diventa occasione per chiudere un capitolo e aprirne un altro.

Le abbiamo chiesto cosa si è portata dietro e cosa ha lasciato indietro e cosa le ha ‘detto’ questo luogo, quando l’ha incontrato e scelto. “Mi ha parlato della possibilità di realizzare una sorta di fast-track congeniale alla mia dimensione di temporalità, che è fatta di molte temporalità che si incrociano. Ciascuno dovrebbe trovare i propri fast track per velocizzare o dilatare o intensificare certi momenti. Per me era necessario unire pubblico e privato: progetti, viaggi, una famiglia personale e una professionale. Dentro un porto sicuro, una casa-bottega davvero tailor made. Lo studio è molto privato per me. Mi capita, ad esempio, nello stesso momento, di essere in una conference-call con l’altro capo del mondo, e di seguire mia figlia che sta facendo i compiti sul tavolo della sala in cui siamo ora.

Molti oggetti, poi, dai vasi alle sedie, migrano di continuo dall’abitazione agli spazi del lavoro, come materiali di test quotidiani. Viviamo in una realtà molto più liquida di un tempo, dobbiamo imparare a navigare, in modo fluido. Magistretti, che è stato un maestro per me, mi diceva: sai, Patricia, la mia vita è o dovrebbe essere quella di un buon professionista nel senso tradizionale: ogni giorno vado in studio poi a casa, giro in bicicletta o in metropolitana, anche quando mi reco da De Padova o da Kartell; poi, ogni tanto, come un medico, mi invitano a fare qualche lecture…Tu navigherai in altre acque, tutto sarà molto più mischiato e dovrai sapere anche come difenderti”.

Cosa ritrova della Milano di un tempo dentro questa nuova dimensione personale?

“La poesia dei cortili milanesi; non avevo mai abitato all’interno di una corte; in questa warehouse ho scoperto la complicità coi vicini di casa, i giardini confinanti, la cura del retro, delle piante e degli alberi che diventano sfondo condivisibile. Tutto molto ovattato, come i rumori di sottofondo della strada.

Poi ho riscoperto il sapore di un’architettura liberty ancora ben conservata in tutto l’edificio, tra vetrate policrome, cancelli e portoncini d’ingresso in ferro forgiato impreziosito da figure di civette, libellule e altri animali”.

Milano è comunque molto cambiata dagli inizi degli anni Novanta, quando lei, ancora studentessa, è arrivata. Nell’ anno di Expo, come la racconterebbe a chi non la conosce?

“Gli direi che in questa città introversa, nata all’ombra dei suoi edifici, dove stagna sempre un po’ l’aria, alberga una forte energia positiva e volontà di crescere. Con Expo, al di là dell’esposizione in sé, si è esposta, analizzata, ha cercato di finire molte cose per tempo, fossero un ristorante, un hotel, il Refettorio Ambrosiano, la Fondazione Prada. E gli esami fanno sempre bene”.

Feeding the planet, energy for life… A proposito di nutrimento, qual è il suo piatto preferito in rapporto alle tradizioni culinarie del suo Paese d’origine, la Spagna? Si considera una buona cuoca e come vive lo spazio-cucina?

“Non rinuncio alla tortilla di patate e al gazpacho. Mi piace cucinare, l’ho fatto per anni, un po’ meno ora che viaggio molto, ma mi rilassa sempre, il Wok è un buon alleato in certe occasioni. Ho una cucina Boffi ben collegata al pranzo e al living con cui comunica direttamente; mi diverte, perché dotata di ante push-pull senza maniglie, che si aprono al contatto e mi ricordano le gestualità di Jacques Tati in Mon Oncle. Di carattere io sarei più meccanica. Poi ci sono le due cucine dello studio; alla fine vivo intorno a tre cucine”.

Con quali criteri sceglie di far entrare un oggetto nella sua quotidianità?

“Mi piace testare le cose progettate per gli altri e poi mixare prototipi, objets trouvés anonimi, pezzi vintage alla seconda-terza vita, tipologie in disuso. In questo senso ho avuto grandi maestri, da Achille Castiglioni a Maddalena De Padova. Non ho lo spirito del collezionista, speciale attaccamento alle cose, non musealizzo. Mi sono però molto care delle vecchie tazze Rosenthal che mi aveva dato mia madre, una radio Phonola verde dei fratelli Castiglioni, un regalo di laurea, che mi fa ancora oggi allegria; poi una lampada Flos anni Sessanta disegnata da Mario Bellini, che ho vicino al letto, come un disegno di Gio Ponti. Sono piccole cose che mi accompagnano”.

Cosa sognava di fare da piccola?

“Da piccola non ricordo, ma sapevo già, prima della fine della scuola superiore, che avrei fatto un lavoro creativo e che avrei proseguito gli studi a Madrid, perché a Oviedo non c’era la Facoltà di Architettura. A Milano, dove ho finito l’Università, mi hanno regalato una seconda professione, quella del designer: un cross-over stimolante”.

Il suo segno è molto riconoscibile anche se non ha un marchio di fabbrica evidente. Da cosa dipende?

“È questione di metodo: c’è sempre un driver, un elemento fondamentale in ogni progetto che lo guida e orienta, dal quale non puoi spostarti. Poi cerco di trovare sempre un punto di contatto tra rigore di fondo (di matrice architettonica) e funzione emozionale; è ciò che fa conquistare magia a un oggetto, quando entra in rapporto emotivo con il fruitore. Questa magia è la cosa più difficile da ottenere, ma può abitare anche nell’oggetto più essenziale, minimale, che, in modo sintetico, veloce ed efficace corrisponde ai propri tempi. Altre coordinate aggiungono desiderabilità: ricerca di sensorialità materica, cura del dettaglio, estro latino (che fa parte del mio essere spagnola), bagaglio di memorie. Comunque se c’è un fil rouge tra tanti oggetti da me disegnati, lo riconosco nella passione di mescolare industriale e artigianale, serie e fatto a mano. È sempre un dialogo costruttivo per arrivare a qualcosa di nuovo con qualcuno: sia che si tratti di interloquire con comunità di donne indiane o sarde, sia con l’industria e i suoi processi”.

Cos’è la parola ecologia nella sua progettualità?

“Per me corrisponde all’essere informata e consapevole del mondo in cui viviamo. In ogni progetto puoi creare un varco per migliorarne delle componenti, ottimizzando anche le energie umane messe in gioco”.

Quali sono i lavori ai quali si sta dedicando ora?

“Proseguo i miei percorsi di ricerca con le aziende di design con le quali collaboro da anni e, in architettura, mi sto applicando a sperimentare diversi concept e formule di ricezione-ospitalità: dall’ Heart a Ibiza, voluto dai fratelli Adrià e dal creatore del Cirque du soleil, Guy Lalibertè, ristorante inclusive (tra finger food, musica e performance artistiche ) racchiuso nella figura di un cesto rovesciato a trame bianche e nere, i colori degli abiti della fiesta delle donne dell’isola, al nuovo hotel per la catena Room Mate a Milano, vicino a piazza Duomo; da un mega albergo a Mumbai concepito come un polmone verde con una doppia pelle green da vivere in-outdoor, all’hotel Le Sereno sul lago di Como, dove ho cercato di integrare tutto, dal disegno del cucchiaio all’architettura fino al giardino”.

testo di Antonella Boisi
foto di Alessandro Paderni/Eye Studio

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Patricia Urquiola, ritratta, seduta su Tropicalia di Moroso, nel terrazzo-giungla di sempreverdi che corona l’abitazione, sopra lo studio. In primo piano, tavolo Kettal e sedia Impossible Wood di Moroso, runner Gan.
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Dettaglio della porta a vetri policromi di epoca liberty che introduce al mondo professionale privato della designer a Milano.
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Lo studiolo privato di Patricia Urquiola aperto verso un piccolo giardino interno e popolato da un universo eterogeneo di pezzi, tra arredi-prototipi, objets trovés anonimi, oggetti d’affezione e di stimolo creativo. Sul tavolo Diamond di Molteni&C, Spirogira di Alessi, prototipo Chosen (Flos), prototipo del sistema Openest (Haworth) cavallo in legno Milano Design Award. Lampada da terra Tatou, Flos. Rift chair, Moroso, e Husk armachair, B&B Italia, tappeto Logenze, Ruckstuhl. Il quadro è opera di Jakob Schlaepfer.
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Prototipo Scenografico per lo spettacolo teatrale “Incoronazione di Poppea”.
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Giocatore di calcio balilla del torneo Urquiola a Tokyo e braccialetto ispiratore della lampada Caboche. di Foscarini
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Pupazzetto con ali create con la stampante 3D dello Studio.
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Un altro scorcio della scrivania nello studiolo.
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Il piccolo dehor all’interno dell’ufficio di Patricia. In primo piano, sulla scrivania, vaso Rosenthal, campione di marmo Bas-reflief e Tierras (Mutina). All’esterno, sedia multicolor di Dirk Vander Kooij, tavolino Coedition, sullo sfondo sedie Tropicalia di Moroso e tavolino Kettal. Si nota il pavimento in legno di recupero da traversine delle ferrovie.
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L’open space distribuito su tre livelli destinato alla laboriosità quotidiana e ricavato in una porzione della warehouse ristrutturata.
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Pareti di cemento bianco lisciato, pannelli scorrevoli in compensato marino, griglie in lamiera stirata bianca disegnano un involucro leggero e luminoso al quale partecipa l’ampio lucernario centrale e l’elemento a doppia altezza realizzato per l’allestimento Ideal House Imm 2006 che, in un angolo dello studio, ospita campioni di materiali.
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Le griglie in lamiera stirata bianca.
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La terrazza, rigogliosa di piante sempreverdi e graminacee, progettata con il contributo del paesaggista Stefano Baccari.
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In primo piano, sedia Re-trouvé di Emu, sul fondo divanetto Canasta ’13 di B&B Italia e tappeto Kettal.
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Scorci della terrazza-giardino, palcoscenico d’elezione per le sedute di Moroso.