Progetto di Teresa Sapey Studio
Produzione di Martina Hunglinger
Foto di Mads Mogensen Studio
Testo di Antonella Boisi

“Ho sempre creduto che le case abbiano un’anima e che gli spazi siano vivi come le persone.

Ho bisogno di respirare uno spazio prima di pensare un progetto, perché ogni spazio ha la sua identità”. L’incipit di Teresa Sapey, progettista italiana di base a Madrid, distilla al meglio il senso del suo intervento a Bourdeaux: la riconversione di ben 900 mq complessivi di vecchie officine di ricambi meccanici in disuso in un loft solare e mediterraneo dedicato all’abitare glamour di una giovane coppia di francesi con una figlia.   “Quando le visitai per la prima volta”, ricorda, “si sentiva ancora fortemente l’odore dell’olio del lubrificante dei motori e il sudore degli operai. I miei passi echeggiavano in una sorta di cattedrale del lavoro novecentesco e si vedevano ancora i calendari Pirelli attaccati dietro il bagno. Uno spazio maschile di sacrificio duro e di potere”. Carta bianca e lei, con una certa dose di ironia e divertissment, è riuscita a realizzare la magia: ha conservato l’impianto complessivo originario, ma grazie all’altezza significativa dei volumi, ha giocato con piani percettivi spiazzanti, grafici per incisività del segno ma altresì fluidi, rigorosi e leggeri, inventandosi una planimetria “rovesciata” foriera di sorprese continue. Per analogia, ha smontato e rimontato “la macchina da abitare” come fosse un collage compositivo di elementi meccanici. Con molti pezzi appositamente disegnati su misura.   Si entra da un piccolo ingresso, uno spazio con soffitto basso, quasi lillipuziano, che si protende su una cantina di vini centenari accolti nei buchi di una parete bianca come bolle di sapone. Poi si giunge a un’enorme cucina concepita come un “laboratorio del sapore” che risulta però, di fatto, soltanto il preludio – insieme al prolungamento lineare della zona pranzo – di un’invitante promenade verso quello che era il volume più hard e industriale ora conquistato dalla piscina: un belvedere coperto, una nuova pelle edonista che idrata i vari spazi distribuiti e raccordati a quote differenti.   La palestra, il bagno, il guardaroba, la camera padronale da un lato – quello dedicato alla vita privata. Dall’altro, lo studio-biblioteca, e al centro, come in una “enclave”, allineata con la base della piscina, la “vasca” continua e ininterrotta del living con le sue isole di accoglienza degli ospiti: la zona conviviale e pubblica, che si prolunga nel soppalco dove si trova lo spazio con il tavolo da biliardo rosa-ciliegio fluttuante sul salone sottostante. La struttura originaria dell’involucro, segnata dall’intelaiatura metallica di travi e pilastri a vista, è stata volutamente enfatizzata con un nuovo colore grigio ferro taylorista, che trova un contrappunto dinamico nella palette dei bianchi madreperlacei srotolati sulle pareti per riflettere in modo dinamico la luce.   “Mi sono liberata dalla paura di osare il colore” continua Teresa “ma ho imparato a pesarlo, dosarlo, nel rapporto con i materiali e con la luce che è stata un materiale malleabile e duttile, alla stregua del legno e del cemento impiegati per i pavimenti. Sentivo il bisogno di tonalità calde e accese, di accenti forti. Campiture di giallo, arancio, zafferano in grado di sostenere gli effetti di vedo-non vedo prodotti dalla ricerca continua di trasparenze visive delle superfici. La mancanza di finestre e di un rapporto dentro/fuori canonico in questi spazi era infatti evidente. Il principale serbatoio di luce naturale era e resta zenitale, e considerato questo fatto, il taglio di un patio quadrato en plen air, diventato apertura privilegiata per il living e due camere da letto, si è rivelato significativo. Mi piace che un luogo possa offrire più temporalità, variazioni di note e l’opportunità di scrivere giornate differenti, anche con la luce”.   Quella artificiale l’ha affidata alla regia scenografica degli spot sulle travi, delle gole fluorescenti e dei faretti a sottolineatura dei volumi. In un certo senso, come già fece Gae Aulenti nella Gare d’Orsay parigina, immaginandosi una vita dentro la stazione, Teresa Sapey ha pensato un’architettura nell’architettura e ha innestato un piccolo giardino segreto dentro l’officina, che è diventato veicolo di respiro spaziale e di nuova energia.   Nel diario di bordo che è stato, alla fine, per Teresa Sapey il progetto della casa “un falso moderno, un classico contemporaneo, una teatralità drammatica, un mix di tattilità-comfort-funzioni, una bella donna invecchiata con dignità seguendo l’evoluzione del suo percorso” alla fine, proprio a lei, è stata riservata la sorpresa. “I committenti mi confessarono che loro non mangiano mai in casa. Non sanno neanche preparare un uovo… Che delusione, dopo aver disegnato centimetro per centimetro un ‘laboratorio del sapore’! Fu così che gli chiesi con voce non proprio ferma… se avessi potuto scrivere a carattere cubitali sui mobili della cucina, in uno squillante arancione: “je n’aime pas faire la cuisine”.