È il suo momento: Bjarke Ingels sta riscrivendo i modi dell’abitare. Dopo la ‘grande vela’, una piramide residenziale che svetta da qualche mese a New York, il quarantenne e talentuoso progettista danese firma l’Urban Rigger, un eco-quartiere galleggiante sulle acque del porto di Copenhagen, la città dove nel 2005 ha fondato lo studio BIG.

Vuole raccontarci quando e come è nata l’avventura di Urban Rigger?
Un giorno un mio vicino di casa mi disse che avrei dovuto conoscere una persona molto interessante. Scoprii che era un imprenditore visionario con un progetto ben chiaro in testa: aiutare le migliaia di studenti che ogni anno ‘invadono’ le grandi città a trovare casa, naturalmente low cost. L’idea in sé era piuttosto semplice: sfruttare, dove naturalmente era possibile, le aree portuali, trasformandole da zone industriali a zone residenziali. Perché sull’acqua, in linea di principio, non ci sono vincoli: le norme sono più semplici e veloci.
Nella pratica si trattava di progettare un sistema di piattaforme galleggianti in cemento sulle quali ‘impilare’ dei container trasformati in case galleggianti con le barche ‘parcheggiate’ fuori come le auto. Insomma una sorta di ‘floating village’ destinato alle future generazione di studenti: si inizia con la città di Copenhagen, ma l’obiettivo è esportare poi il modello su scala globale .

Qual è il motivo che l’ha spinta a partecipare a questo progetto? La voglia di mettersi in gioco, emergenze sociali da risolvere, la volontà di produrre una ‘buona architettura’ per tutti…
Non prendere sul serio le esigenze dei giovani significa non prendere sul serio il nostro futuro! Nel caso di Urban Rigger c’erano molte potenzialità che potevano essere esplorate. Per esempio, la maggior parte delle città post-industriali che si affacciano sul mare stanno vivendo in qualche misura una trasformazione (e in molti casi, si tratta di un declino irreversibile) delle loro attività portuali: c’è una sempre maggiore disponibilità di aree in disuso che possono diventare oggetto di nuove ed alternative forme di urbanizzazione. E a favorire questa opportunità c’è anche l’industria navale e dei container, che sta creando cantieri e centri di produzione sempre più competitivi, soprattutto in Asia.
Insomma, Urban Rigger può essere l’occasione per mantenere vivo un settore industriale a rischio, cambiandone semplicemente l’obiettivo. Entrando più nel merito del progetto architettonico, devo dire che abbiamo lavorato seguendo un iter processuale nuovo. Consideri che progettare un edificio significa generalmente produrre una sorta di prototipo, che ha una sua unicità, nel senso che è il primo e l’ultimo che viene realizzato.
Certo, si può sempre trasferire tutto quello che si impara da quell’esperienza al progetto successivo, ma si tratterà sempre di un’altra cosa, di una situazione nuova, che avrà un ‘suo’ specifico cliente e un ‘suo’ determinato obiettivo. In questo caso, invece, ci muoviamo nell’ambito della produzione in serie. Mi spiego meglio, facendo un esempio: Apple, dopo aver prodotto il primo iPhone, ha implementato e continuamente migliorato le successive generazioni di cellulari, facendo tesoro delle esperienze passate.
Ora, se questo risulta difficilmente fattibile nel campo dell’architettura tradizionale, si può invece realizzarlo con Urban Rigger. Il primo ‘modello’ che è arrivato nel porto di Copenhagen (lo scorso ottobre, ndr) è, per così dire, una ‘proof of concept’, cioè una verifica della validità dell’idea: basandoci su questa prima esperienza, realizzeremo un Urban Rigger 1.1, poi 1.2 e alla fine una versione 2.0.

Qual è secondo lei il punto di forza del progetto?
Per qualunque società, la formazione dei giovani è uno degli investimenti più importanti. Ma per renderlo produttivo, bisogna fare in modo che i giovani possano vivere nel migliore dei modi: Urban Rigger risponde in modo diretto a questa esigenza, fornendo alloggi a basso costo, collocandoli in aree funzionali e comode da raggiungere, e garantendo comfort e sicurezza.

Pensando alla città del futuro, ritiene che Urban Rigger possa essere una valida alternativa rispetto a più tradizionali progetti di pianificazione urbana?
Direi che potrebbe essere complementare. E il motivo più importante sta nella sfida che tutte le città che si affacciano sul mare sono chiamate ad affrontare: l’innalzamento del livello del mare. Bene, se mettiamo sul piatto questo possibile rischio, ecco che Urban Rigger può diventare la casa del futuro: non potrà mai essere allagata!
Consideri che accanto all’uso di soluzioni sostenibili già note e collaudate, possiamo anche introdurre elementi più sofisticati, valendoci degli elementi di efficienza dell’industria dei container, che è estremamente evoluta. Ma Urban Rigger può diventare anche vincente per affrontare situazioni di emergenza abitativa, creando spazi sicuri con standard di qualità di vita elevati. In passato, il modello di sviluppo urbano tradizionale considerava il fronte del porto un’area destinata alla logistica: ora invece può essere trasformata in uno spazio da fruire piacevolmente.

Le piace progettare e impegnarsi per la sua città, Copenhagen: nei suoi lavori quanto c’è del Dna di architetto nato e cresciuto in Danimarca ?
Copenhagen è un luogo interessante dove lavorare. Gli ultimi decenni hanno visto le attività produttive e l’industria leggera spostarsi dalla capitale danese in altre località, creando nel tessuto urbano molte aree periferiche vuote e in disuso: è il momento di lanciare un piano per ridensificare e riconnettere Copenhagen! Il ruolo dell’architetto va ben oltre quello di disegnare facciate e semplici ‘oggetti tridimensionali’. Dobbiamo diventare progettisti di ecosistemi, cioè sistemi che integrano ecologia ed economia.
Non solo: accanto alla regolazione dei flussi di persone all’interno della maglia urbana, bisogna anche ‘canalizzare’ i flussi di risorse: calore, energia, rifiuti, acqua. La vera sfida è smettere di pensare che la presenza umana sulla terra sia qualcosa che inevitabilmente vada a scapito dell’ambiente naturale. Perché l’obiettivo è riuscire a incorporare i sottoprodotti delle nostre attività nel contesto paesaggistico. Per esempio,  noi definiamo i rifiuti come sottoprodotti privi di utilità; tuttavia è chiaro che il problema non sta nei rifiuti, ma nel sistema che li genera, un sistema progettato in modo del tutto errato.
Bene, vuole un esempio concreto di soluzione performante? L’Amager Resource Center, un impianto che trasforma i rifiuti in energia e che sarà attivo a Copenhagen entro il 2017. Insieme al mio team, ho convinto gli  abitanti di Copenhagen che quello che tutti vedevano come un ‘inceneritore di rifiuti’ avrebbe potuto trasformarsi in una pista da sci d’inverno e in una parete da arrampicata d’estate. E all’unisono la città ha creduto in questa idea. Beh, questo mi rende orgoglioso di essere danese!

Nonostante la sua giovane età, lei ha già realizzato progetti importanti e ottenuti numerosi riconoscimenti. Quali sono le ragioni di questo suo successo?
In genere si tende a legare il successo di noi architetti a un clima di trasformazioni più rapide che l’architettura conosce rispetto ad altri settori. Ma io non sono così sicuro che per la mia generazione le cose stiano davvero muovendosi più velocemente che nel passato. Se pensiamo ai grandi ‘maestri’, sia Mies van der Rohe che Le Courbusier furono molto prolifici già nei primi anni della loro carriera, e così Eero Saarinen o Frank Lloyd Wright. Credo che ci siano molti, possibili percorsi per un architetto e noi abbiamo scelto il nostro.
Non posso neanche sostenere che questo sia avvenuto in base a un piano premeditato, penso semplicemente che al crescere della nostra pratica ha corrisposto una mia crescita personale e la crescita della  leadership del mio studio a livello internazionale. Forse, il vero segreto è che dedichiamo molta energia per imparare dalle esperienze degli architetti che ammiriamo, per capire come si sono organizzati, come hanno gestito la loro crescita e le sfide che si presentano quando si assumono responsabilità sempre maggiori.

Per seguire i lavori internazionali, lei ha aperto uno studio anche a New York, dove trascorre molta parte dell’anno. Copenhagen o New York, quale città preferisce?
Beh, New York e Copenhagen sono molto diverse sia per quanto riguarda il contesto architettonico che quello lavorativo. È chiaro che, se si guarda agli aspetti più ingegneristici del progetto, gli Stati Uniti hanno professionalità di altissima qualità e competenza in grado di realizzare infrastrutture importanti e complesse. In Danimarca, dove in genere si costruisce con elementi di cemento prefabbricati, tutto è molto più easy.
Ma se parliamo di performance ambientali – fra tutte citerei quelle legate all’efficienza energetica – sicuramente la Danimarca ha raggiunto livelli più alti rispetto agli Stati Uniti. Ritengo che la ragione stia nel fatto che l’America ha avuto per molto tempo grande disponibilità di energia a costi relativamente bassi. Ma c’è spazio per integrare i punti di forza sia della Danimarca sia degli Stati Uniti  ed è questo che pensiamo di poter fare dal nostro studio collocato in un hub globale come la città di New York.

Foto courtesy Big / Bjarke Ingels Group – Testo di Laura Ragazzola

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Il primo modulo ancorato al porto di Copenhagen. Sullo sfondo si intravede l'imponente volume del termovalorizzatore di Amager Bakke che, sempre su progetto dello studio Big, produrrà energia elettrica e acqua calda e contemporaneamente ospiterà sul tetto piste da sci e percorsi trerkking.
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Ogni modulo è caratterizzato da 9 container che, implilati l'uno sull'altro, disegnano una corte interna (a destra una vista dall'alto), per un totale di 15 mini appartamenti (la superficie varia dai 23 ai 27 metri quadrati).
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Il 'quartiere galleggianate' condivide, oltre al 'cortile' centrale, un roof garden, una BBQ area, una lavanderia, una bathing platform e un mini-porto per il 'parcheggio' di kayak e barche.
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Un dettaglio dei container che ospitano i mini appartmenti del Floating Student Residence realizzato dalla società danese Udvikling Danmark A/S. Come una barca, i moduli possono essere ancorati al porto e facilmente trasportati, trainati da un semplice rimorchiatore.
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Il parcheggio delle biciclette ricavato davanti al molo dove è ancorato il primo Urban Rigger.
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Scorcio dei mini appartamenti che occupano complessivamente 300 metri quadri: tutti godono di bellissime viste sul mare grazie ad ampie superfici finestrate.
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Scorcio dei mini appartamenti che occupano complessivamente 300 metri quadri: tutti godono di bellissime viste sul mare grazie ad ampie superfici finestrate.