La preoccupazione suscitata a livello mondiale dal cambiamento climatico richiede la definizione di una nuova alfabetizzazione del gusto, che aggiorni i codici del progetto in funzione della salvaguardia dell’ambiente vissuto e costruito

Lo scioglimento dei ghiacci ha reso chiaramente visibili le profonde modificazioni apportate al paesaggio dal riscaldamento globale. Questo fatto introduce un livello nuovo nella narrazione di un fenomeno fino a poco tempo fa relegato al solo ambito scientifico, portandola su un piano sociale e culturale. Quando i dati assumono un carattere scenografico diventa infatti possibile parlare di una ‘estetica’ del cambiamento climatico, che, unendo la dimensiona tragica a quella paesaggistica, può essere letta come versione contemporanea della filosofia estetica romantica (una sorta di Sturm und Drang del cambiamento climatico).

Immanuel Kant, esteta romantico oltre che filosofo illuminista, distingueva infatti due categorie del gusto: il bello, che nasce da un accordo – o proporzione – tra la percezione umana e l’oggetto percepito, e il sublime (etimologicamente sub limen, ‘oltre il limite’), che deriva dalla contemplazione di qualcosa di smisuratamente grande, sproporzionato rispetto alla dimensione umana, che solo i maestosi scenari cosmici e naturali possono creare. Mentre il bello genera un piacere che deriva dalla corrispondenza percettiva tra un fenomeno esteriore e il sentimento interiore, il sublime, alludendo all’infinito, suscita insieme timore e fascinazione.

Ora, il fatto che il riscaldamento globale sia diventato visibile è decisivo per il suo divenire fenomeno ‘estetico’ nel senso del sublime kantiano. Il movimento planetario dei ragazzi ispirati da Greta Thunberg o il plastic backlash (il rifiuto improvviso e massiccio nei confronti della plastica), derivano appunto dalla trasposizione ‘drammaturgica’ di un fenomeno sì drammatico, ma che senza un risvolto estetico non avrebbe toccato così profondamente le corde emotive della società.

E tuttavia, proprio quando il cambiamento climatico assume un connotato estetico, paradossalmente è il tema dell’estetica a essere il grande assente nel dibattito sulla sostenibilità. Venendo alle possibili soluzioni per ridurre l’impatto antropico sull’ambiente, come ad esempio l’economia circolare (paradigma di produzione in cui i flussi energetici e materiali si muovono circolarmente invece che unidirezionalmente, rigenerando il loro stesso processo), appare evidente il ruolo centrale del progetto estetico.

La ruota dell’economia circolare potrà infatti girare solo se le persone collaboreranno, ovvero solo se gli utenti percepiranno un valore nel prodotto ‘circolare’ e, da clienti, lo sceglieranno non perché devono (per motivi etici) ma perché lo vogliono (perché gli piace, lo apprezzano, lo desiderano). Nessuna ingegneria della sostenibilità potrà funzionare se non sarà accettata su larga scala, e perché questo avvenga occorre lavorare sul senso estetico della circolarità o, più in generale, della sostenibilità.

Educare l’utente a una nuova esperienza estetica nativa del mondo sostenibile sarà fondamentale per la transizione verso nuovi paradigmi economici, produttivi, sociali, culturali."

È allora tanto più importante portare l’attenzione su alcune recenti esperienze che sembrano già preparare l’elaborazione di una nuova alfabetizzazione estetica per l’epoca della sostenibilità, come la serie di immagini Eyes Make The Horizon realizzate dal fotografo americano Michael Zuhorski attraverso lunghe sedute di simbiosi ottica ed emotiva con il paesaggio naturale del Michigan.

O, ancora, come l’installazione intitolata Lines (57° 59’ N, 7° 16’W) realizzata da Pekka Niittyvirta e Timo Aho sulle isole Ebridi Esterne, al largo della costa occidentale della Scozia, che tramite appositi sensori interagisce con le variazioni di marea fornendo una sottile ma spettacolare visualizzazione del futuro innalzamento del livello dei mari.

Una chiave di lettura diversa, ma convergente sullo stesso orizzonte tematico, è quella dell’installazione Order of Importance ideata da Leandro Erlich per la spiaggia di Miami Beach, in cui l’artista ha unito il paradosso della modernità (automobili pensate per dare a tutti la libertà di muoversi, che finiscono intrappolate in un ingorgo stradale) a un paesaggio post-apocalittico che sembra uscito da una delle tante fiction di successo degli ultimi anni (scenari zombie e umanità decimata da misteriosi contagi virali), ma anche la leggerezza del gioco (le sculture di sabbia fatte dai bambini sulla spiaggia) alla transitorietà solare e funebre della vita umana sulla terra (“polvere sei e polvere ritornerai”).

La giustapposizione tra l’elemento naturale, rappresentato dall’irregolarità della pietra, e l’elemento culturale, rappresentato da un rigoroso segno geometrico vettoriale, è infine la chiave di lettura della scultura The Erratics, eseguita dall’artista Darren Harvey-Regan.

Non solo nell’arte, ma anche nel design cominciano ad apparire i primi segni di una nuova narrazione basata sul rispetto poetico dell’ambiente. È il caso del brand Cypraea, nato dall’idea di comunicare la preziosa fragilità dell’ecosistema naturale dell’isola Mauritius attraverso un concetto di ‘lusso tropicale’ per l’arredo, esemplificato da una collezione progettata dall’architetto Francesco Maria Messina con materiali altamente selezionati, come legno massiccio di wengè e noce, pietra lavica, corallo fossile, sabbia, interpretati in forme simultaneamente iconiche e iconoclastiche.

Mentre a metà strada tra arte e design si colloca l’installazione specchiante Waiting Windows, nella città svedese di Nacka, ideata da Note Design Studio come ‘meditazione architettonica’ sulla poesia dell’attesa. E sempre in Scandinavia, ma a Lindesnes, in Norvegia, si trova lo spettacolare ristorante Under progettato dallo studio Snøhetta, un monolite di 34 metri poggiato direttamente sul fondale marino e sommerso per cinque metri dall’acqua, opera elegante e sottilmente distopica che trasforma in bellezza la visione spaventevole dell’innalzamento dei mari.

Immanuel Kant, esteta romantico oltre che filosofo illuminista, distingueva due categorie del gusto: il bello, che nasce da un accordo tra la percezione umana e l’oggetto percepito, e il sublime che deriva dalla contemplazione di qualcosa di smisuratamente grande, sproporzionato rispetto alla dimensione umana."

Educare l’utente a una nuova esperienza estetica nativa del mondo sostenibile sarà fondamentale per la transizione verso nuovi paradigmi economici, produttivi, sociali, culturali. Il prodotto sostenibile non dovrà infatti essere solo la copia impoverita del prodotto non sostenibile, al contrario dovrà essere, rispetto a quest’ultimo, più bello, esteticamente più forte e convincente.

Se così non fosse, non resterebbe infatti che affidarsi a un’utopistica adozione di massa dei valori etici legati alla sostenibilità, ciò che, evidentemente, non può funzionare, perché nelle economie di libero mercato non è pensabile imporre l’adozione di pratiche dall’alto, occorre invece creare le condizioni perché tali pratiche vengano accettate (volute e desiderate) dal basso. E proprio questo sarà il ruolo del progetto estetico. Lavorare sulla bellezza della sostenibilità per tenere insieme necessità della soluzione e libertà della scelta. Perché, infine, sarà l’estetica a rendere sostenibile la sostenibilità.