Lettera aperta sulla scrittura nel design dopo gli anni Zero
di Chiara Alessi

 

COSA  ⇒ Non mi occupo di arredo, non do consigli su come ristrutturare il vostro casolare in campagna, non mi interessano le case in cui vivono gli architetti con i figli degli architetti e le mogli degli architetti. Però posso dire che mi occupo di design.

Vorrei dire che mi occupo di design, sia per tutta quella parte di mondo che pensa che il design sia una cosa frivola, sia per chi lo ritiene una cosa altamente sofisticata, sia per chi non ci pensa proprio. Tutti, più o meno consciamente, più o meno confessabilmente, hanno del design un’impressione, che abita le loro teste, che a loro volta abitano spazi, culture, informazioni, servizi, paesaggi che col design hanno per forza a che fare.

Il design, d’altra pa rte, di questi tempi se la fa un po’ con tutti ed è proprio per questo che mai come oggi ‘occuparsene’ coincide con pre-occuparsene, impegnarsi, prendersene cura e tenere sempre alto il livello, anzi i livelli, al plurale. Questa attenzione al plurale, però, spesso ha portato al malinteso di avere a che fare con una massa molle, tonda e indistinta e una conseguente spersonalizzazione preoccupante di contenuti, temi, storie, posizioni. Invece siamo immersi in un paesaggio puntiforme di presenze e bisogni diversi, da comprendere, da discutere e da valorizzare anche nella loro distanza. Questi sono ‘i cosa’ (non solo ‘le cose’) di cui forse ora il design dovrebbe tornare a occuparsi.

 

CHI ⇒ Tra ‘quanti’ e ‘quali’ visitatori bisognerebbe provare a trovare una terza via che individua con ‘quante qualità’ abbiamo a che fare. Anche quel 99% che: non legge le riviste del settore (non le conosce, non sospetta neanche abbiano la tradizione, la storia, la forza motrice, il pluralismo e la specificità che noi veneriamo e che per alcuni decenni hanno polarizzato anche la cultura dell’abitare, del produrre, del progettare di intere generazioni); non frequenta i luoghi istituzionali (figuriamoci quelli off) se non in maniera turistica; salta in blocco le pagine dei quotidiani dedicate all’‘abitare’ perché non le distingue da quelle di pubblicità in una specie di déjà vu senza fine; ma fa anche fatica se nessuno glielo spiega a trovarsi da sé quei siti, mappe, articoli, incursioni che, sì, potrebbero incrociare aree miste di interesse e detonare nuove riflessioni, ma per lo più rimangono triangolate in una comunicazione interna a quell’1% da cui è stata generata.

DOVE  ⇒ Di questi tempi, il ‘dove’ non può ammettere snobismi: i canali su cui lavorare sono tantissimi, come le persone a cui legarsi, anche solo temporaneamente, ma con radicalità. Una provocazione? Nel momento in cui: le riviste chiudono (d’altronde chiudono le aziende che per anni le hanno tenute in vita…), il sistema culturale del progetto è in mano a un’oligarchia blindata, i libri non si leggono, e i quotidiani nicchiano, scrivere design potrebbe voler dire anche abbandonare la scrittura, almeno quella tradizionale. Ammettiamolo, spesso è un pensiero eterodosso, di economista, sociologo, artista, etnografo, vignettista (?) che, magari involontariamente, in questo periodo di vuoto ha finito per rispondere con maggior incisività e tempismo a temi che sarebbero dovuti essere raccontati in altre sedi, ‘di settore’, e, cosa non trascurabile, raggiungere un pubblico molto più esteso.

COME ⇒ La questione probabilmente più interessante in questo momento, quindi, sia per chi fa design che per chi lo commenta, è come raggiungere un dialogo esteso con queste tante qualità, individuare quali sono i criteri per selezionare le notizie, come argomentarne la scelta, dove ottenere uno scambio proficuo di informazioni, e da lì provare a smontare le impalcature sghembe costruite negli anni su alcuni luoghi comuni, riportare l’attenzione anche sul dito che indica e non solo sull’orizzonte da esplorare, usare la narrazione del design per raccontare altro ma anche, magari!, per provare a disegnare altro.

Andrebbero ripensate le basi, i ‘fundamentals’, indipendentemente dal successo dei giganti su cui ci ergiamo. Qual è il mestiere? Dove agisce il progetto e come può migliorare o peggiorare i nostri modi di vivere e di pensare? A cosa possiamo rinunciare? Ma senza smarrire l’importanza di un’opinione, una posizione, una selezione in quell’inventario del ‘tutto è design’ e ‘tutti sono designer’ che ha creato così tante possibilità e insieme fraintendimenti, specie nell’ultimo decennio.

Qualcosa è più design di altro e qualcuno è più designer di qualcun altro. Di questo dovremmo occuparci. Se il design è entrato nel vocabolario dell’economia, della politica italiana, dei supermercati, della televisione, della scuola, allora tanto più urgente sarà da parte nostra facilitare la traduzione del termine nei vari contesti, moltiplicare i livelli di interessamento dal progettista all’alunno, dal lettore al consumatore, dalla superficie (che val la pena di riconsiderare…) al centro del problema (a lungo sopravvalutato e oggi inevitabilmente da superare in favore delle periferie, anche mentali).

 

10 buoni propositi per un’altra stagione critica:

  1. essere reader friendly;
  2. non sopravvalutare l’attualità;
  3. non snobbare l’attualità;
  4. portare un’opinione;
  5. essere diffusi senza essere deboli;
  6. sì alle nicchie (quando si aprono);
  7. no al mainstream (quando esclude);
  8. sì alla rete;
  9. no all’annullamento delle distanze;
  10. scrivere di design anche fuori, dopo, senza, oltre il design e i designer
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Folla all’incrocio di Shibuya, Tokyo (foto Sean Pavone/Shutterstock).
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What Design Can Do è un forum che annualmente si tiene ad Amsterdam e attira ospiti internazionali di primo piano nel dibattito ad ampio raggio sul design.
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Emittente televisiva del Qatar, Al Jazeera è riconosciuta universalmente come una delle ispirazioni per un’informazione più libera e indipendente.
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Firmato da Enrico Moretti, “La nuova geografia del lavoro” è un caposaldo per chi vuole comprendere le evoluzioni del sistema della produzione contemporanea.
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Nata nel 1977 per volontà di Franco Quadri, critico di teatro e società, la casa editrice Ubulibri pubblica le più importanti drammaturgie e testi critici introvabili.