La lezione dei maestri del postmoderno torna oggi alla ribalta, indicando la via per il design nel terzo decennio del nuovo secolo, come sintesi tra concretezza antica della materia e astrattezza digitale della forma

Il design postmoderno è nato in Italia in risposta a una crisi di fiducia nei confronti della modernità. Alla fine della seconda guerra mondiale, il progresso industriale aveva assunto il ruolo di volano per lo sviluppo del paese garantendo la diffusione su larga scala di prodotti altamente innovativi. La prima crisi energetica dal dopoguerra, che investì i paesi occidentali all’inizio degli anni Settanta, segnò una battuta d’arresto per l’entusiasmo con cui si erano adottati gli stili di vita della modernità, ponendo in discussione il fatto stesso che fosse l’industria, con il suo impatto ambientale e sociale, a costituire il mezzo ideale per il progresso verso una società più libera e felice.

È su questo retroterra che emerge, negli anni Ottanta, la cultura postmoderna, caratterizzata da una presa di distanza nei confronti dei codici modernisti e dei valori ciecamente ‘razionali’ su cui essi si fondavano. I linguaggi postmoderni, segnati dal recupero del colore e della decorazione, rappresentarono in tal senso una deliberata inversione delle regole del progetto dell’epoca industriale: laddove questo aveva predicato austerità strutturale e cromatica, il postmoderno evitava con meticolosa spontaneità la razionalizzazione del prodotto, preferendogli invece composizioni sbilanciate e dissonanze cromatiche.

È in questa prospettiva che va letta la lezione dei maestri del postmoderno, ‘filosofi pratici’ come Ettore Sottsass, Andrea Branzi, Alessandro Mendini o Alessandro Guerriero, la cui esuberanza iconoclasta non è stata l’espressione di un rigetto del design tout court ma, piuttosto, di una palingenesi del progetto che, in un’epoca in cui i valori della funzionalità industriale apparivano sempre più incerti e traballanti, tornava alle radici della creazione oggettuale per riscoprirne il senso originario.

L’essere ‘post’, cioè ‘dopo’ l’epoca moderna, voleva dire allora porsi programmaticamente al di fuori della modernità per esplorare risorse creative escluse dal perimetro ristretto della civiltà industriale. Si spiega così l’apparente contrasto, tipico del postmoderno, tra oggetti a composizione geometrica come quelli di Sottsass e l’uso di codici neoprimitivi attuato da Andrea Branzi. Questi due approcci derivano infatti dallo stesso sforzo di uscire dall’orbita del moderno per attingere a sorgenti più antiche e più nuove, più profonde e più leggere, tramite il reinserimento nel design tanto di elementi ludici e colorati quanto di riferimenti apertamente neoprimitivi.

Oggi, all’inizio del terzo decennio del XXI secolo, la cultura del progetto si trova in una situazione per molti aspetti simile a quella degli anni Ottanta, e non a caso l’evoluzione linguistica del design mostra un legame diretto con le estetiche di allora."

Oggi, all’inizio del terzo decennio del XXI secolo, la cultura del progetto si trova in una situazione per molti aspetti simile a quella degli anni Ottanta, e non a caso l’evoluzione linguistica del design mostra un legame diretto con le estetiche di allora. Anche oggi infatti sono sempre più palesi gli effetti negativi che il perseguimento del benessere di massa ha sull’ambiente. Riscaldamento globale, fenomeni meteorologici estremi, scarsità di risorse idriche e alimentari, per non parlare del rischio di pandemie, sono temi entrati ormai in pianta stabile nell’agenda politica dei paesi industriali.

Anche oggi, quindi, il progetto si trova a rispondere a una crisi di fiducia nei confronti del progresso. Elementi d’arredo ampi e geometrici, scomposti con logiche di un’eleganza surreale, costituiscono un trend ampiamente diffuso, evidente erede della lezione postmoderna. C’è però anche dell’altro. L’estetica ‘instafriendly’ di questi prodotti, definita da un geometrismo primordiale a tratti metafisico, è infatti particolarmente adatta alla resa sui social, intercettando così il gusto visivo contemporaneo.

I linguaggi postmoderni degli anni 80, segnati dal recupero del colore e della decorazione, rappresentarono una deliberata inversione delle regole del progetto dell’epoca industriale."

Così, la forma ad arco moderatamente giocosa della seduta Mono di Objects & Ideas attualizza la composizione ludico-architettonica introdotta da Memphis, mentre l’assemblaggio a vista dei solidi geometrici del mobile Tunnel di Os & Oos o della lampada Blend di Ward Wijnant ne rievocano la composizione tipicamente non funzionalista. La seduta Cleveland di Daniel Arsham fa un passo ulteriore in questa direzione, mentre la mensola a parete Duo di Ilaria Bianchi e lo sgabello Partera di Ewe Studio si spingono fino al recupero dell’elemento ancestrale neoprimitivo. Una proposta di innesto di questi due sottotesti, geometrismo metafisico e brutalismo materico, è infine quella che si trova nei vasi nati dalla collaborazione di Bloc Studios e Tableau.

La ‘nuova oggettività’ che caratterizza questi prodotti, portatori di un’estetica di cui non è più possibile (né, in fondo, rilevante) dire se si tratta della rappresentazione virtuale di un oggetto reale o della traduzione digitale di un pezzo reale, mostra il livello di maturazione raggiunto dalla fusione tra reale e virtuale, iniziata ormai diversi anni fa, che fonde oggi in un’armonia sorprendentemente perfetta il senso grumoso della materia e il sapore etereo-digitale della forma.