I pezzi ‘inattuali’ di Federico Pazienza interpretano il gusto digitale attraverso un’estetica antica, per sfuggire alla frenesia dell’‘attualità’ e proporre una direzione al processo di secolarizzazione degli oggetti

Gli oggetti non sono mai stati semplici presenze inerti. Fin dal mondo antico, le ‘cose’ hanno sempre vissuto accanto agli uomini come compagni benigni o maligni, custodi della memoria o silenti portatori della speranza. Da ciò veniva la forma, sempre ricca, densa, figurale. Fu solo con l’avvento della modernità industriale che la ‘vibrazione esistenziale’ dell’oggetto, recisa dal suo corpo funzionale, venne derubricata a mero ‘ornamento’, possibilmente da eliminare. È stato fino agli anni del postmoderno, quando la cultura del progetto tornò a infondere nel prodotto un nuovo contenuto animistico.

Oggi stiamo entrando nella fase successiva, che vede gli oggetti animarsi non più solo ‘simbolicamente’ ma anche letteralmente, funzionalmente, attraverso tecnologie digitali che li mettono in grado di parlare con noi, sapere dove siamo, darci indicazioni e suggerimenti. Più in generale, il digitale ha avviato un processo di secolarizzazione dell’oggetto per il quale ciò che nel mondo antico era qualità simbolica diventa oggi performance effettuale; ciò che nel campo dell’arte era metafora è oggi capacità reale dell’oggetto di agire e ‘sentire’ autonomamente.

A partire dalla constatazione della ‘secolarizzazione digitale’ dell’oggetto, il giovane designer Federico Pazienza – già collaboratore dei Gijs Bakker, fondatore di Droog Design – si è presentato al Salone Satellite con la collezione Material Spirits, fatta di pochi, spiazzanti vasi ceramici dall’aspetto volutamente ‘antico’.

Il digitale ha avviato un processo di secolarizzazione dell’oggetto per il quale ciò che nel mondo antico era qualità simbolica diventa oggi performance effettuale."

Non copie di vasi classici, ma oggetti contemporanei il cui decoro, tracciato con sensibilità attica, presenta allo stesso tempo un disegno dal sapore vettoriale. Pazienza ha cioè tentato un’operazione difficilissima: trasfondere il sangue vivo di una proposta estetica contemporanea all’interno del corpo fermo dell’oggetto antico.

Il senso di un’operazione come questa, estremamente sofisticata, può essere riassunto in due concetti fondamentali. Il primo consiste nella necessità di preparare l’avvento di una nuova fase del progetto in cui le proprietà digitali non saranno più ectoplasmi di sintesi ma qualità sensoriali dell’oggetto ‘aumentato’.

Il secondo nel proporre una temporalità alternativa a quella imperante nell’epoca dell’instagrammata. Gli ‘spiriti materiali’ di Pazienza, rompendo col flusso evanescente delle novità spinte, si radicano invece nel tempo profondo della techné greca, reagendo al gusto digitale dello spettatore contemporaneo con la stessa freschezza con cui avrebbero reagito all’occhio cavernoso dello spettatore antico.

Foto Francesco Minotti