In un’epoca complessa, in cui la dislocazione di mente e corpo viene esasperata dall’estensione digitale dell’io, la calma solidità delle cose fornisce un punto d’appoggio per recuperare un rapporto ‘fondamentale’ con l’esistenza

Viviamo in tempi mossi, sommersi dalla produzione ininterrotta di un immaginario in così alta definizione da andare fuori fuoco. L’impatto del digitale, in particolare, se da un lato ha allargato la ‘presa’ dell’individuo sul suo intorno sociale e relazionale, dall’altro ha comportato una slogatura dello snodo che unisce la dimensione mentale a quella corporale. L’estensione digitale dell’io ha portato cioè a uno scollamento tra la coscienza, rilanciata attraverso la rete informatica, e l’immanenza fisica, sensoriale, umorale dell’umano. Un disallineamento tra locus mentale e locus fisico che, certamente, moltiplica le possibilità d’azione e interazione, ma allo stesso tempo innesca le perfette condizioni psicologiche per il formarsi continuo di stati d’ansia, che nascono dalla sensazione di perdita di un controllo diretto della situazione che si sta vivendo.

L’io, ‘aumentato’ così fino allo sradicamento, e diffranto in un caleidoscopio di interfacce e azioni in remoto, per tentare una salvaguardia di se stesso finisce per gonfiarsi a dismisura, nello sforzo improbo di ricostruire un nucleo di soggettività nel vortice di forze che lo strattonano da tutte le parti, portandolo alla nebulizzazione e alla dispersione (si noti come la recente moda di abiti oversized offra una rappresentazione parossistica di questo ego esagerato, affondato e isolato nel suo stesso sovradimensionamento). Quanto più queste dinamiche si fanno febbrili, e invisibili, tanto più cresce l’importanza di un contrappunto saldo, stabile, materiale, che ancori di nuovo l’io al suo luogo esistenziale offrendogli sollievo dalla tempesta perenne della navigazione in cloud. È questo il ruolo nuovo che stanno acquisendo gli oggetti. Il ruolo di sfondo fisso, resistente, immoto, non soggetto alla plasticità estrema dei prodotti customized.

 Gli oggetti, con la loro imperturbabile calma materiale, vengono cioè a costituire una dimensione di ‘fermezza esistenziale’ (l’ultima?) esterna alla cangiante meteorologia dei devices, sempre più impiccioni e logorroici, impegnati in estenuanti moine (leggi: notifiche) volte a carpire, catturare, e infine invischiare l’attenzione, orami a brandelli, dell’utente contemporaneo. Gli oggetti invece, stoici e imperturbabili, adamantini nella loro impenetrabile materialità, si pongono accanto allo srotolarsi sordo del quotidiano come presenze serafiche e imbelli, imperterriti e lieti.

‘Cose’ con le quali non si intrattiene alcun mercimonio, e che proprio per questo si fanno portatrici di quella pace gravitazionale raccolta da un progetto come Rope di Ronan & Erwan Bouroullec per Artek, seduta dalla struttura semplice e fine con un dettaglio, la corda, che rinuncia alla propria rigidità in favore dell’accettazione della propria immanenza. O come il vaso Bridge di Mario Alessiani per XLBoom, che pur nell’acrobazia formale comunica un senso di equilibrio risolto, definitivo. Mentre le lampade MO di Mads Odgård per Carl Hansen & Son elucidano la definizione della tipologia più semplice possibile.

Gli oggetti, stoici e imperturbabili, adamantini nella loro impenetrabile materialità, si pongono accanto allo srotolarsi sordo del quotidiano come presenze serafiche e imbelli, imperterriti e lieti."

Anche i vasi Revolver di Yiannis Ghikas si presentano come emanatori di pace diametralmente opposti all’isteria dei folletti tecnologici che abitano nelle nostre tasche, ossessivamente occupati ad aiutarci, guidarci, mostrarci tra quanto tempo saremo a destinazione. E invece l’essere passivo, inerte, modesto ma solenne, è una qualità positiva che gli oggetti – per l’arredo in particolare – dovrebbero comunque preservare. Passività non come riduzione ai minimi termini ma come individuazione della spina dorsale necessaria, non dispensabile, della cosa materiale. A istituire attraverso la loro resa estetica e strutturale una ‘fratellanza esistenziale’ tra sé e l’utente, partecipi entrambi della medesima pace inerziale.

Quella stessa pace che respira negli spazi per il retail Plastic Rain di Andrés Reisinger, o emanata dalla morbida vibrazione luminosa della lampada Moiré di David Derksen, che penetra tra i pori come un dolce tepore.  In un mondo di oggetti sempre più verbosi, e nervosi, che assediano utenti a loro volta sempre più tremebondi e affossati nelle loro camere dell’eco, l’inespugnabile silenzio degli oggetti, lasciato essere e accettato, introduce una dimensione di calma e rappacificamento con l’eterna transitorietà dell’essere. Il senso di un esistere aperto e diffuso che accoglie in sé la quiete profonda del ritrovarsi liberi da uno scopo.