Risvegliare il riconoscimento del valore delle cose, ma soprattutto connettere gli uomini tra di loro. Konstantin Grcic spiega come i mobili possono riconquistare il ruolo che la tecnologia rischia di togliergli: progettando bellezza e intelligenza

Prima o poi doveva accadere: sentire Konstantin Grcic citare nientemeno che René Magritte. È successo al Maxxi di Roma, dove il più industrial dei designer contemporanei si è trovato a parlare sulle sedute in Alcantara disegnate da lui stesso per L’immaginazione al potere, l’installazione firmata a febbraio, con la curatela di Domitilla Dardi, per raccontare l’azienda del materiale tecnologico ‘impossibile’. Un’opera realizzata con il matte painter yemenita Najeeb Alnajjar, autore di sfondi immaginari per il cinema. Una visione potente che ha messo insieme, come sul grande schermo, le architetture fantastiche di tre grandi progettisti italiani del secolo scorso, Sergio Musmeci, Giuseppe Perugini e Maurizio Sacripanti, con quella non meno ardita e più vicina nel tempo del libanese Bernard Khoury.

Davanti a un quadro surreale giocato tra immagini vere e fantastiche, natura e artificio, fuori scala e dettagli che, uno sguardo dopo l’altro, davano vita a un’esperienza percettiva ‘alla Magritte’, Grcic ha raccontato il senso dell’essere industrial designer oggi. Un senso molto difficile, se perfino lui, il designer ‘di processo’, saldo e rigoroso, che esalta i know how delle aziende spingendoli un passo fuori il perimetro dato, sembra essersi rifugiato nel fantastico. “E invece questo progetto non è ‘altro’ dal mio lavoro di tutti i giorni, semmai un modo per allargare il campo e tornarmene alla mia attività di sempre un po’ cambiato. Oggi noi designer operiamo  in contesti troppo veloci e commerciali: gli architetti ai quali ho reso omaggio, invece, sono stati come dei razzi lanciati sulla Luna, per di più senza avere a disposizione la tecnologia su cui possiamo contare noi adesso. Per questo devono essere d’ispirazione e farci recuperare una visionarietà che forse abbiamo perduto”.

Più volte, chiacchierando, Grcic parla di un senso di frustrazione che soltanto alla fine proverà a mitigare: “Oggi trovo visionarietà nel digitale, nell’elettronica e nell’industrial design che ruota intorno a questi ambiti. Il mio mondo, invece, quello che ha fatto la storia del mobile, sembra aver perduto la capacità di legarsi a ogni aspetto della vita umana, di segnare e accompagnare i cambiamenti delle persone e della società. È come se l’arredamento non riuscisse più a emergere con nuove proposte. Ed è frustrante constatare come anche chi lavora con il digitale vivrebbe volentieri circondato di mobili vintage. Eppure l’industria del mobile ha in sé la forza di cambiare e tornare a come quando, negli anni Sessanta, percepivi che dentro un oggetto c’erano un senso di libertà e una visione proiettata verso il futuro. Adesso è come se il product design avesse perso credibilità a favore della tecnologia e dei servizi. Siamo in una sorta di impasse: per questo progetti come quello per Alcantara servono a trovare nuovi stimoli, a portare nel mio studio nuovi spunti”.

Ma che cosa vuol dire avere una visione, oggi, per un designer attivo nell’industria del mobile, concentrata a progettare infinite varianti di prodotti già esistenti? “Nessuno rimprovera all’industria del fashion di continuare a ridisegnare camicie e pantaloni: la moda è riuscita meglio di altri settori a dare l’illusione di rinnovarsi continuamente. Noi designer di prodotto dobbiamo ogni volta partire da chi ci ha preceduto aggiungendo un tassello: è così che si va avanti. Con i miei mobili non cerco la nostalgia, ma la lezione delle cose del passato fatte bene”.

Un altro aspetto fondamentale, dice Grcic, è confidare nell’attitudine a infondere negli oggetti una sorta di intelligenza in grado di sviluppare relazioni tra l’uomo e le cose e tra gli esseri umani stessi. “L’intelligenza degli oggetti è fondamentale. Uno dei miei pezzi più celebri, la lampada May Day per Flos del 2000, è un oggetto che ‘connette’, nel senso che invita chi la usa a capirla e a utilizzarla sfruttandone appieno le sue possibilità. Negli anni questa dote si è trasferita in device tecnologici come, per esempio, gli smartphone, che sono diventati estensioni della persona. Ecco, May Day è una lampada, ma è anche in qualche modo un’estensione di chi la usa. Con la differenza che l’Iphone ha il problema dell’obsolescenza e va cambiato dopo qualche tempo, anche se non vorremmo mai separarcene. La sfida, per un designer, è allora realizzare progetti che siano rilevanti per le persone e le loro vite come lo sono diventati gli smartphone. Il buon design sono mobili e oggetti con una personalità e che stabiliscono un rapporto con noi. E a noi designer tocca dar loro vita”.

Una sfida non semplice, se è vero che in questi anni il sentimento di appartenenza si è trasferito via via dagli oggetti ai servizi e dalla proprietà allo sharing. Ma è davvero così? “Tanto per cominciare, non tutto può essere condiviso, anche se, certo, la sharing economy sta cambiando la realtà nel verso giusto. E poi trovo che non ci sia ancora abbastanza design in alcuni campi come, per esempio, il bike sharing, un settore dove vedo troppi mezzi lasciati in giro per le strade semplicemente perché chi li usa non riconosce loro valore e bellezza. Un designer deve generare questa bellezza, perché intorno a un oggetto bello ci sono consapevolezza del valore e rispetto. Non voglio sembrare un nostalgico, ma forse le generazioni precedenti erano più abituate ad apprezzare questo valore. Sono convinto che i più giovani capiranno presto che un servizio senza qualcosa di bello da toccare ha poco senso”.

Grcic si ferma un attimo, torna indietro con i pensieri: “Più volte ho detto di sentirmi frustrato, ma attenzione: le mie previsioni su dove andrà il design sono positive. Ci troviamo a un bivio, i nostri sono tempi incerti e perciò stimolanti. Trent’anni fa la parola design era associata a realtà puramente estetiche, oggi è entrata nel lessico dei politici. Il design può giocare un ruolo importante, nelle nostre vite. Godiamoci questo momento in cui forse sta diventando qualcosa di diverso”.