Confucio diceva che la convivenza armonica nella natura è un’illusione: non è l’uomo a metterla in pericolo, ma le violenze e i disastri insiti nell’universo stesso. Secondo questo pensiero, ai progettisti spetta il compito di salvare la bellezza del creato e dei rapporti umani

Sovente si dimentica che l’uomo fa parte della natura e che il suo comportamento è parte integrante dei cosiddetti fenomeni naturali: l’inquinamento, la deforestazione e la devastazione degli equilibri ambientali non sono che la manifestazione naturale della sua presenza, invadente e inquinante, nell’ambiente complessivo del pianeta.

In altre parole, si ritiene che esista una convivenza spontanea e armonica delle diverse componenti del grande scenario della natura, continuamente messa in pericolo dalla presenza umana.

In realtà se guardiamo con maggiore attenzione questo grande scenario naturale vediamo che esso è il teatro di violenze, disastri, sopraffazioni, un caos ingovernabile che rischia di devastare non solo il pianeta, ma l’intero universo.

Confucio, saggio cinese vissuto nel V secolo a.C., vedeva il cosmo come teatro del violento scontro tra il bene e il male, la luce e le tenebre, lo yin e lo yang, in eterna lotta tra di loro fino al punto di mettere in pericolo l’esistenza stessa del mondo. Diceva ancora Confucio che l’Olimpo è deserto, non esistono divinità cui rivolgersi, la salvezza arriva soltanto dall’uomo, irrazionale, crudele, violento, ma in grado di “produrre bellezza”.

Dunque, solo la presenza dell’uomo e della sua azione equilibratrice permette al mondo di sopravvivere a questa tempesta cosmica; è perciò la nostra presenza operativa a salvare l’universo dalla disintegrazione globale.

Gli scenari naturali, cui noi attribuiamo un grande “valore estetico”, non sono che una sindrome antropologica, perché – come diceva qualcuno – in realtà “il mare non vuole dire niente”. Noi proiettiamo sulla natura, sui monti e sugli animali un valore estetico e sacro e neghiamo all’uomo, che della natura fa parte, lo stesso valore; in altre parole, come membri di una società atea, attribuiamo un valore religioso a tutto ciò che della natura fa parte.

L’umanesimo paradossalmente sembra confliggere con l’ambientalismo e con la salvaguardia di un ambiente che non è più, come un tempo, il creato, cioè l’opera di un Dio che crea dal nulla l’universo, ma è soltanto una pre-esistenza a cui noi attribuiamo un valore spirituale.

Queste riflessioni sono sempre pericolose perché possono essere interpretate come disinteresse verso i gravi problemi ambientali che ci circondano e anche che rischiamo di trasformare il nostro habitat in una discarica mettendo in pericolo la nostra sopravvivenza e quella del regno animale. Gli ecologisti più radicali calcolano che per salvare l’ambiente occorrerebbe ridurre al 10% il consumo d’energia; non ridurre del 10% ma al 10%! Per ottenere questo risultato dovremmo eliminare il 90% della popolazione umana?

Un mondo così salvato è anche un mondo più bello?

Il problema non è chiaro; per quanto ci riguarda, come progettisti, possiamo riflettere sul pensiero di Confucio che ammoniva che compito morale dell’uomo è quello di operare bene salvando insieme la bellezza dei sassi e delle relazioni umane.