Salute, sicurezza, distanziamento sono termini che guideranno la progettazione di una città rifunzionalizzata, dove il virtuale giocherà un ruolo fondamentale nel disegnare nuove regole relazionali, nel gestire ambienti condivisi su base temporale o le informazioni sulla salute collettiva. Le opinioni di Philipp Rode e Carlo Ratti su tecnologie e spazio pubblico

Il significato di spazio pubblico e la relazione tra gli individui sono stati travolti dall’emergenza epidemiologica. La vita nella fase due, tra esigenze di ripresa e di distanziamento sociale, apre una nuova stagione progettuale per rispondere non solo alle istanze di sicurezza contro la diffusione del Covid-19 ma, più in generale, ad agende politiche già esistenti e in gran parte correlate all’emergenza sanitaria: la salute pubblica, il cambiamento climatico, la trasformazione dei modelli economici globali. Il virus non ne ha cambiato le priorità quanto affrettato i tempi di intervento.

La peste del XVII secolo, che ha decretato la chiusura delle fogne a cielo aperto e indicato la necessità di spazi comuni più ampi e areati, così come la tubercolosi negli anni ’20, che ha accelerato la ‘via modernista’ alla progettazione di edifici più razionali e puliti, sono alcuni esempi di quanto le epidemie possano indurre cambiamenti indelebili nello spazio pubblico. A proposito della relazione tra epidemie e urbanistica, Sara Jensen Carr, ricercatrice presso la School of Architecture della Northeastern University di Boston, sta per pubblicare il volume The Topography of Wellness: How health and disease formed the American urban landscape, 1840-present. Che cosa indurrà il Covid-19 è ancora prematuro stabilirlo ma, sicuramente, l’emergenza sanitaria ha posto al centro il ruolo del digitale e i suoi meccanismi di relazione con la vita fisica e ha spostato la questione della smart city sul piano della sicurezza.

Priorità quali la salvaguardia delle persone nei luoghi di lavoro, tra ambienti a numeri contingentati e smart working, o la relazione tra flussi di cittadini e traffico automobilistico individuale indicano la strada di una città rifunzionalizzata, che eviti il concentramento in poche aree urbane di attività quali istruzione, commercio, servizi alla salute e welfare territoriale, favorendone invece la distribuzione nei diversi quartieri. È il cosiddetto modello di “città dei 15 minuti”, promossa da Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, a cui si ispirano altre realtà che stanno puntando sulla mobilità sostenibile e a corto raggio – Milano, Barcellona e Londra, per esempio.

“Se i servizi e le professioni di primaria importanza vengono ridistribuiti in modo più efficiente”, spiega Philipp Rode, professore associato e direttore esecutivo del programma Emergency Government for Cities alla London School of Economics (LSE), “si può ricalibrare il dualismo tra centro e periferia. Migliorando anche le condizioni generali dei quartieri più a rischio: durante il lockdown a Londra sono stati erogati servizi di assistenza per i senzatetto o i più poveri indicando la strada per una città più sicura e inclusiva. Serve però l’azione combinata delle politiche pubbliche, per dirne due, sui trasporti urbani e il lavoro.

Una maggiore decentralizzazione del lavoro e incentivi allo smart working – in questi mesi abbiamo operato un sorprendente esercizio di riorganizzazione del lavoro a distanza che possiamo capitalizzare – possono ridurre la pendolarità delle persone e suggerire orari più flessibili, evitando la concentrazione nelle ore di punta, così come indicare nuovi ambienti ‘smart’ quali spazi condivisi e accessibili su base temporale. Ciò avrebbe effetto sul trasporto pubblico, che deve essere incentivato ma a fronte di strumenti di sicurezza affidabili – dai dispositivi di protezione individuale alle app per evitare gli assembramenti, ai detector di temperatura, ai sistemi automatici di sanificazione. La ridistribuzione dei servizi a corto raggio e un sistema di vie pedonali, ciclovie e trasporti collettivi elettrici a guida assistita potranno offrire un’alternativa al ritorno massiccio e insostenibile all’automobile”.

La progettazione deve ripartire dall’analisi delle funzioni e dei servizi complementari, focalizzandosi su un’offerta di esperienze differenziata, che comprenda anche la definizione di ‘aree di decompressione’ tra gli spazi fisici e le funzioni, dove le persone possano svagarsi senza rischiare assembramenti in un unico luogo."

La tecnologia sembra giocare un ruolo chiave nella sicurezza e nella fruizione dello spazio condiviso. “Il suo apporto”, continua Rode, “nella gestione dei luoghi pubblici potrebbe essere risolutivo. Per esempio, in una situazione di distanziamento sociale, si potrebbero prenotare degli ‘slot’ temporali, ripensando lo spazio sulla base del tempo di fruizione. Sono necessarie nuove ipotesi a cui potranno corrispondere soluzioni progettuali che combinino, per esempio nei locali pubblici, presenze fisiche e virtuali. Verso una nuova idea di compresenza in sicurezza”.

Lo studio di architettura Progetto CMR ha fatto parte della task force progettuale raggruppata da DesignTech Hub, i cui esiti sono riassunti nel recente white paper DesignTech for Future. A proposito dello spazio pubblico, Progetto CMR, curatore del relativo tavolo di lavoro, aggiunge che la progettazione deve ripartire dall’analisi delle funzioni e dei servizi complementari, focalizzandosi su un’offerta di esperienze differenziata, che comprenda anche la definizione di ‘aree di decompressione’ tra gli spazi fisici e le funzioni, dove le persone possano svagarsi senza rischiare assembramenti in un unico luogo.

“Credo che nel breve termine”, interviene Carlo Ratti, fondatore di Carlo Ratti Associati e direttore del MIT Senseable City Lab a Boston, “dovremo ancora accettare il compromesso di un ridotto uso dello spazio pubblico, almeno fino alla scoperta di un vaccino. Tuttavia, come scrisse Dante, ‘l’uomo naturalmente è compagnevole animale’. È una caratteristica che ci porta a vivere insieme nella città, un istinto che è sopravvissuto a calamità e pandemie ben più devastanti del Covid-19. A metà del Trecento, la peste falcidiò il 60% della popolazione di Venezia. La Serenissima non rispose cambiando il proprio ‘hardware’ bensì il ‘software’: aprì ai migranti offrendo cittadinanza veneziana a tutti coloro che si fossero trasferiti in Laguna. I cambiamenti delle nostre città dopo questa emergenza sanitaria riguarderanno la sfera del digitale, più che quella fisica”.

Priorità quali la salvaguardia delle persone nei luoghi di lavoro, tra ambienti a numeri contingentati e smart working, o la relazione tra flussi di cittadini e traffico automobilistico individuale indicano la strada di una città rifunzionalizzata, che eviti il concentramento in poche aree urbane di attività."

Poiché il MIT Senseable City Lab è stato tra i primi, nel 2004, a pubblicare uno studio sull’uso dei dati dei cellulari per descrivere dinamiche urbane, a Ratti chiediamo un’opinione sulle tecnologie per il tracciamento dei dati personali a fini sanitari. “In generale non sono favorevole all’uso. Tuttavia, il nostro laboratorio ha mostrato come si possa, nel rispetto delle regole del Gdpr europeo, estrarre dati personali da Google per ottenere una vasta quantità di informazioni di localizzazione. Rispetto al ruolo di Google e Apple, dobbiamo ricordare che queste grandi aziende, nel bene e nel male, raccoglierebbero comunque enormi quantità di informazioni ogni giorno. Se non altro, in questo momento di emergenza sanitaria, abbiamo la possibilità di usare questo database in modo utile, mettendolo a servizio di un interesse pubblico.

Abbiamo però bisogno di assicurarci che la fase di emergenza abbia una precisa data di conclusione. Nella fase attuale possiamo immaginare di mettere a punto sistemi di raccolta dati che ci aiutino ad avere una visione più chiara delle condizioni sanitarie, non solo delle persone ma anche delle nostre città. Per esempio, con il nostro laboratorio al MIT abbiamo lavorato al progetto Underworlds per misurare il microbioma di un quartiere, a partire dal monitoraggio delle acque fognarie. Abbiamo poi trasferito quest’esperienza nella start-up Biobot, che monitora le reti fognarie di diverse città negli Stati Uniti per ricavare dati sulla diffusione del Covid-19”.