A Lisbona, i colori e i paesaggi di Emmanuel Babled, dalle botteghe alle accademie, nel suo nuovo spazio di lavoro e di ricerca progettuale, incontrano nuove prospettive per la craft-industry

È un fiume di parole Emmanuel Babled, designer di origine francese, classe 1967, internazionale e poliglotta, quando parla del suo lavoro e delle nuove sfide che l'attendono. Dopo 25 anni di successo in ogni luogo, dove ha sempre coltivato l'opportunità di collaborare sia con l'artigianato che con l'industria, da circa un anno si è trasferito a Lisbona, dove ha dato vita a Babled Design. Molto più di uno studio di progettazione in senso tradizionale. Come ci racconta in questa esclusiva intervista.

Quali sono le motivazioni che, dopo Parigi, Milano, Amsterdam, l'hanno stimolata a scegliere Lisbona come base?
La considero una città stimolante che rappresenta un giusto balance per me: capitale europea ma piccola, aperta, progressista, non violenta. Con una consolidata tradizione artigianale, una storia e una cultura forti, una natura eccezionale e un clima mite. Come una finestra sul cortile, ha assorbito durante i secoli l'integrazione di popoli, usi e costumi differenti ed è stata capace di rinnovarsi. Caratterialmente poi i portoghesi sono più british dei mediterranei e lavorano con ritmi meno milanesi. Nel nostro mondo iperconnesso, dialoghi e scambi a misura d'uomo qui sono ancora possibili.

Così ha trovato questo edificio ad angolo, nel centro storico della città di Sostiene Pereira?
Si, circa sette anni fa, quando Lisbona non stava ancora vivendo il rinnovamento di oggi. L'ho visto e mi è sembrato una cartolina: la sua architettura nella parte di Baixa e delle avenidad, di atmosfera haussmaniana, la discesa dei tram che gli passano davanti, il flusso continuo dei turisti. Al primo piano, aveva uno spazio di 220 metri quadrati, il piano intero, un grande open space segnato da 10 finestre che regalano una luminosità infinita, con una planimetria a L. Era libero anche il terzo livello delle stesse dimensioni ma suddiviso in più spazi. Ne ho percepito subito le potenzialità.

E cosa ne ha fatto?
Ho iniziato dalla ristrutturazione del primo piano, da cima a fondo, conservandone l'identità originaria, la successione degli spazi aperti, segnati da putrelle di metallo, i preziosi pavimenti lignei, riqualificandolo, soprattutto sul piano dell'impiantistica complessiva e nelle zone dei servizi. Era l'ideale per dar vita al mio studio creativo dove, circondato dai miei oggetti, ritrovo energie e concentrazione.
Qualche mese dopo abbiamo cominciato a lavorare sull'altro piano, il terzo, articolato in stanze tutte decorate con le tipiche azulejos azzurre: congeniale per dar vita al concept di un creative hub che favorisse una comunicazione fluida e circolare delle idee ricondotta nel rigoroso layout di sei uffici indipendenti che si ricongiungono nella coralità di ampie stanze comuni.
È nato così il piano destinato a spazio co-working, ricerca e iniziative legate alla craft-industry. L'ho battezzato The Third Floor e lasciato volutamente quasi vuoto (fatta eccezione per alcuni essenziali arredi forniti da Magis) riconfigurabile secondo le necessità degli eventi temporanei che ospita. Un'isola popolata di grandi tavoli disegnati da noi in ogni stanza, ventilatori al soffitto e luci wall washer, ambienti che diventano comunicanti alla bisogna tramite ampie porte.

In che modo lavora e come è composto il suo team ?
Non mi sono mai sentito un designer nella torre d'avorio. Per me il progetto resta condivisione, partecipazione, libertà di visione con integrazione di know how altrui. In Babled Design siamo in sei, tutti giovani, con nazionalità, esperienze e percorsi personali differenti.
Anche questa diversità stimola il confronto. Ogni progetto comincia sempre con un viaggio e un'immersione nelle specificità di un contesto, che è ambiente, know-how e cultura. Questa è la ragione per cui trascorro molto tempo nei luoghi di produzione, al fianco degli artigiani, partecipando al processo realizzativo.
Il dialogo sul campo è fonte di arricchimento reciproco. In termini di potenzialità espressive-applicative di una ricerca:  il tessile e l'arte dell'intreccio in India, il sughero in Portogallo, il marmo e la lavorazione delle pietre a Carrara o in Estremoz, le fonderie del bronzo in Lombardia, i materiali lavici ai piedi dell'Etna in Sicilia, il vetro soffiato a mano a Murano.
L'80% di quanto pensiamo è prodotto in Italia. Oggi mi sento pronto a sostenere e valorizzare l’artigianato del territorio portoghese, la sua tradizione e conoscenza, riconducendolo a una mappatura di connessioni con il design internazionale.

Quale messaggio intende portare il suo federative design concept in chiave di craft evolution?
Una nuova consapevolezza, innanzitutto. La comprensione che quando acquisto (o disegno) un oggetto fatto a mano non compro soltanto un prodotto, un segno riconoscibile per forme originali ed eccellenza di materiali, ma una cultura che veicola unicità, geografia ambientale e autenticità, un lavoro irripetibile nell'essenza. Bisogna sradicare la percezione che assimila il prodotto artigianale alla bancarella di souvenir. Però è necessario sensibilizzare questo approccio sul piano culturale, tramite un progetto di comunicazione ad hoc.

Già, perché bisogna spiegarlo bene l'apprezzamento e l'orgoglio del prodotto fatto a mano...
Abbiamo già iniziato, con un articolato programma di iniziative: un film documentario Hands-On diretto dall'olandese Marco Sweering presentato lo scorso autunno a Milano Design Film Festival e ad Arquitecturas Film Festival Lisbona e stiamo ora lavorando a diverse altre modalità di diffusione.
L'artigianato è stato una parte essenziale della nostra vita da sempre. Prodotti locali, tecniche e conoscenza pragmatica ci hanno aiutato a restare con i piedi per terra e connessi. Nell'era della produzione di massa tutto ciò si sta perdendo. Una perdita per l'umanità e per l'importante ruolo che l'artigianato può giocare nella cultura del design contemporaneo.
Durante la prima edizione di The Venice Glass Week lo scorso settembre in piazza San Marco abbiamo anche raccontato il risultato di un lavoro fatto con Venini, illustrato da un video capace di trasmettere la complessità della sua produzione.

 

Non mi sono mai sentito un designer nella torre d'avorio. Per me il progetto resta condivisione, partecipazione, libertà di visione con integrazione di know how altrui"

Ci parla di questo recente progetto realizzato con i maestri muranesi della fornace Venini, con cui ha iniziato a collaborare nel 1992?
Premetto che Murano significa per me colore anche se il vetro è un materiale difficile da lavorare. Intrecciare design e artigianalità in un percorso sperimentale non significa soltanto assecondare il proprio stato d'animo o d'ispirazione. Il disegno nasce dalla materia prima.
La matita non è una canna che soffia la goccia di vetro; tu devi accompagnarne la linea, cercare di dominarla, portandola al risultato immaginato. Il lento e modulato atto di soffiare il vetro dentro una massa di materia incandescente è parte integrante del progetto. Come una nascita, ha qualcosa di magico, ma è un sogno al buio. Il prodotto dell’attimo creativo che precede la cristallizzazione del vetro, lo vedrai soltanto il giorno dopo a freddo, commentandolo con chi l'ha realizzato. Un'esperienza davvero forte e immersiva.
Nello specifico, Pyros è un vaso in limited edition, risultato principalmente dalle variazioni cromatiche ogni volta uniche reso possibile grazie alla tavolozza offerta tutti i giorni dai 16 forni della Venini. Un fatto assolutamente unico nel mondo. Lo scorso settembre abbiamo arricchito questa serie di pezzi unici con tre nuove tecniche di lavorazione del vetro.
Pyros ha forme plastiche che restituiscono la spontaneità del mio gesto pittorico interpretata dai bolli di colore appoggiati sulla superficie vitrea quasi come un action painting, che intrapppolano la magia della luce e delle emozioni”.

Come si coniuga questo modo trasversale di affrontare la progettualità e, in ultima istanza, un'esperienza della vita che controbilancia il virtualismo imperante, con l'applicazione delle nuove tecnologie digitali, mantra dei nostri giorni?
Senza dubbio, il software  ti permette di affrontare complessità inesplorabili con lo strumento manuale. Pensiamo a quanto si può ottenere oggi con il marmo, affiancando scalpello e robot, ma anche pietre e vetro (come nella serie Osmosi). Si aprono nuove libertà per il linguaggio espressivo e lo studio del dettaglio.
Ad esempio la seduta DenChair che ho disegnato l’anno scorso è nata in marmo dalle mani e dagli strumenti digitali dei moderni scultori della Torart. Ora è stata scelta dalla svedese Offecct e ne nascerà una versione product per il contract. Rappresenta l'evoluzione di un pensiero che l’industria ha colto, da una libertà progettuale senza preconcetti.
Ma anche quando la tecnologia non può aiutare direttamente il processo manuale, amplifica la diffusione e diventa veicolo dell'opera anche unica, la rende condivisibile su scala planetaria. Ma il computer nelle fornaci non serve: restano laboratori e fucine alchemiche.

Murano sta vivendo un momento molto critico, quasi drammatico. Come può mantenere viva la  sua preziosa e antica arte, traghettandola nella contemporaneità? 
Diciamolo subito. Le nuove leggi a tutela dell'ambiente e della salute dell'uomo non si discutono. Ma, l'aver eliminato due anni fa l'arsenico ha eliminato, per esempio, la filigrana tradizionale. Lo stesso problema tra un paio di anni si presenterà per il cadmio impiegato nella gamma dei rossi e dei gialli. Purtroppo, l'adozione di opportuni filtri nei forni ha costi insostenibili per le piccole vetrerie di Murano.
C'è dunque l'urgenza di trovare alternative valide su basi scientifiche al posto di importare ipocritamente del vetro colorato dalla Cina dove regole non ci sono. Per questo motivo insieme alla Nova Università di Lisbona, rivolgendoci alle università e alle istituzioni veneziane, stiamo lanciando un appello per sostenere una ricerca sulla composizione chimica del vetro e degli smalti. Da condividere con tutte le fornaci attive sul territorio della Serenissima.
Un modo per contribuire alla loro rinascita e conservare posti di lavoro specializzati. Considerato che il numero degli artigiani si è già ridotto a circa seicento, dalle decine di migliaia che era soltanto cinquant' anni fa. La sostenibilità produttiva non è solo ecologica, ma anche sociale e umana.
Per lo stesso motivo, in occasione della Glass week dello scorso settembre, a Venezia abbiamo creato il pezzo Acromatico, un Pyros albino, come se avesse perso il suo colore: un modo di sensibilizzare l’opinione alla necessità di promuovere la ricerca sulle problematiche attuali legate ai colori del vetro veneziano ed europeo.
Un modo anche per affermare un ruolo piu consapevole del designer. Non soltanto al servizio dell’industria e del business ma anche dedicato alla evoluzione del nostro heritage culturale e manufatturiero.

Testo di Antonella Boisi