a cura di Valentina Croci, Cristina Morozzi, Maddalena Padovani

Cosa rappresenta l’Italia per un designer americano? Ce lo raccontano undici progettisti nati e cresciuti negli Stati Uniti, che nel Belpaese hanno trovato la possibilità di tradurre le loro idee in prodotti e di mettere a fuoco la visione culturale del loro lavoro Todd Bracher Todd Bracher, nato nel 1974 a New York, dove vive, appartiene alla nuova generazione di designer americani.

La sua è una carriera nomade e trans-culturale, costellata di collaborazioni con le industrie più disparate. Nel corso della sua brillante carriera si è spostato da una capitale all’altra del design: Copenhagen (1999-2001, master in interior alla Designskole), Milano (2001-2003, senior designer presso lo studio Giorgio Marianelli), Parigi (2005-2007, direttore creativo della collezione d’arredamento Jaguar), Londra (2003-2007, senior designer presso Tom Dixon). Un nomadismo professionale che gli ha regalato una visione unica e complessa, basata sull’osservazione di stili e culture differenti. Dichiara di essere affascinato dalla natura e dalle sue perfette strutture e cerca nei suoi progetti di offrire soluzioni, il più possibile naturali e poco elaborate, capaci di assolvere con efficacia la loro funzione e comprensibili con immediatezza. Considera i materiali e i colori del progetto al medesimo livello della struttura. “Devono anch’essi comunicare l’oggetto” sostiene “e farne parte in modo integrante. Le forme devono essere chiare e dirette, mai disturbate da dettagli inutili”. È definibile un purista, dotato, però, di una speciale eleganza upper class. Il suo studio è in un ex magazzino degli anni ’20, nel cuore di Brooklyn, che ha allestito preservando la sua natura industriale: il minimo indispensabile, per restare fedele alla sua idea di eleganza, direttamente connessa alla necessità. Grazie alla sua formazione trans-culturale, i suoi pezzi, privi di localismi e di legami con le tendenze stagionali, si rivelano iconici e senza tempo. (C.M.)

Yves Behar

Yves Béhar, origini svizzere e turche, fondatore dello studio Fuseproject con base a San Francisco, dove risiede, merita l’appellativo d’inventore, sia che si parli del progetto di un computer (XO, il computer di base sviluppato assieme a Nicholas Negroponte per i bambini poveri al costo di 100 dollari con cui ha vinto il prestigioso premio Index nel 2006), di una scatola da scarpe (Puma, presentata al Design Museum di Londra nel giugno del 2010), di un dispenser per preservativi (NYC Condom, commissionatogli dal dipartimento della Sanità di New York, lanciato per San Valentino 2010), o di un paio di occhiali da vista per bambini messicani indigenti (See better to learn better). Del resto, la sua storia come designer inizia in giovane età con un’invenzione improbabile: un ibrido tra una tavola da surf e una paio di sci (le sue passioni sportive), costruito nell’illusione di aumentare la velocità. “Ho studiato design” dichiara “non per fare lo stylist, ma per creare qualcosa che prima non c’era, o che perlomeno abbia dei valori che manufatti tipologicamente analoghi non possiedono. I miei oggetti parlano alle persone perché intervengono nel loro modo di vivere”. Tra i suoi clienti annovera Herman Miller, Nike, Mini, Toshiba, Sony, Target, Jawbone e Nivea, per cui sta riprogettando la corporate identity. In Italia collabora con Danese. “È una piccola realtà” dichiara “ma con una grande storia. La sua filosofia è rimasta legata all’idea originaria e questo rende stimolante il rapporto”. (C.M.)

Mark Anderson

Mark Anderson Mentre studiava architettura alla Rhode Island School of Design di Providence, Mark Anderson lavorava nella falegnameria dell’azienda di famiglia che produceva mobili in stile Shaker. Forse per questo il titolo di architetto, conseguito con la laurea e con un master all’università di Syracuse, New York, da subito gli è andato stretto. Sentiva i limiti di una professione che negli Stati Uniti era intesa e praticata in modo molto, troppo specialistico. Così nel 1991, a 27 anni, ha deciso di andare a Milano per conoscere e capire da vicino il fenomeno del design italiano che tanto lo attirava nei suoi aspetti di ricerca più teorici e intellettuali. A Milano ancora vive e lavora, con il suo studio che si occupa di architettura, interior design, prodotto, art direction, ma anche di una piccola collezione di mobili e oggetti realizzati artigianalmente. All’attività progettuale e produttiva Mark Anderson affianca anche quella didattica e di ricerca, per lui molto importante; è infatti convinto che l’architettura e il design debbano essere affrontate con la visione critica che deriva solo da un approccio interdisciplinare. “In Italia” racconta Anderson “ho imparato che il progetto è collaborativo. Ho capito che i disegni esecutivi perfetti, finiti in ogni minimo dettaglio, non servono più di tanto perché l’artigiano che partecipa alla realizzazione del progetto ha bisogno del suo spazio di interpretazione. I progetti prendono forma in un sistema articolato di collaborazioni formali e informali in cui convergono le competenze e la creatività di tanti attori diversi. Negli Stati Uniti, invece, il designer è tenuto a sapere tutto e a occuparsi di tutto dall’inizio alla fine”. Tra le sue ultime collaborazioni per i marchi italiani dell’arredo, quella per Laurameroni per cui quest’anno ha disegnato un sistema di pannelli luminosi. È composto da tre moduli molto semplici che possono essere combinati e decorati in vario modo per dar vita a diverse soluzioni funzionali, come prodotto d’illuminazione o come elemento di articolazione e movimentazione architettonica. (M.P.)

Stephen Burks

Il nome del suo studio di New York, Readymade Projects, è già una dichiarazione d’intenti. Stephen Burks, studi di architettura all’Illinois Institute of Technology, diploma alla Columbia University, è un designer che si dedica, collaborando con artigiani in giro per il mondo, alla realizzazione di oggetti contemporanei in grado di trasmettere la cultura tradizionale del fare. Inventa nuovi manufatti partendo da sapienze tradizionali, dando nuova vita e nuove sembianze ad oggetti consueti. Manipola le materie e genera resurrezioni. In stretto contatto con associazioni no profit, quali Aid to Artisan, Artesanias de Colombia, The Clinton Global Initiative e Natura Conservancy, Stephen ha sviluppato prodotti in Australia, in India, in Ghana, in Kenya, in Messico e in Perù, nelle Filippine, in Ruanda, in Sudafrica e in Senegal, cercando di costruire un ponte tra culture artigianali locali e la distribuzione internazionale. Grazie alla sua energica e positiva inventiva, riesce, pur nel rispetto delle tradizioni radicate, a produrre oggetti dotati di un’estetica autonoma ed innovativa. È un designer di prodotti ibridi che sono sintesi di culture differenti e antinomiche. Il suo è un lavoro di tessitura: ogni progetto nasce dal paziente intreccio di suggestioni rubate in giro per il mondo, dall’abile fusione di competenze locali e globali, dalla sintesi di passato e presente. Da un’impronta molto personale e dal rispetto per le origini delle competenze nasce un’estetica originale e vivace, di facile e immediata comprensione. Per queste sue qualità Calligaris, tramite lo studio PS, l’ha chiamato a realizzare un progetto speciale per i suoi novant’anni: dieci variazioni su un archetipo di sedia in legno, la Marocca del 1923, simbolo delle origini dell’azienda friulana. (C.M.)

Jason Miller

Jason Miller ha creato il suo studio nel 2001 a Brooklyn, dove risiede e opera sul fronte labile tra arte e design, realizzando pezzi per aziende e serie limitate che vende direttamente nel suo studio. Alla professione di designer ha affiancato anche quella di imprenditore, fondando con un socio la piccola azienda d’illuminazione Roll&Hill, che sta crescendo bene e che quest’anno ha esposto anche ad Euroluce a Milano; per il marchio ha disegnato vari modelli di lampade. Si sente interprete di un modo di fare design molto americano: non auto espressivo, capace di offrire un buon comfort fisico e mentale e dotato di una componente familiare in grado di suggerire il déjà vu, anche nel caso di oggetti innovativi. Tali sono i suoi specchi, che vende direttamente: quadri specchiati che rimandano l’immagine inquadrata in paesaggi marini o boschivi, da considerarsi un ibrido tra fotografia artistica e oggetto funzionale. È interessato all’interazione tra persone a cose e alle modificazioni che l’uso e il tempo producono sui manufatti. È da leggersi in questo contesto la sua serie sperimentale di arredi Dusty Pieces, pezzi che nascono già impolverati per segnalare le alterazioni provocate dal tempo che passa. Appartengono a questo filone anche le sedute con rivestimento rammendato e incerottato, che introducono l’idea di un’estetica nata già deteriorata dall’uso. Polvere e rammendi contribuiscono a rendere più umani arredi e oggetti, evitando l’effetto raggelante del troppo nuovo. Il suo principale filone d’ispirazione resta la natura: appartengono al suo repertorio lampadari con corna di vetro, i paesaggi dei suoi specchi, le illustrazioni sui servizi di piatti (Dovetusai) e la poltrona pelosa Woolly, con tanto di occhi, simile ad un bisonte. (C.M.)

Johanna Grawunder

Johanna Grawunder Vive tra Milano e San Francisco, portando nel mondo il saper fare italiano. Per la formazione di architetto e designer, Johanna Grawunder spazia senza soluzione di continuità dall’architettura all’interior design, dalla progettazione di oggetti alle installazioni per il contract. È stata partner dello studio Sottsass Associati dal 1989 al 2001. Esperienza che ha inciso nel suo approccio accurato verso i materiali e negli oggetti spesso caratterizzati dalla giustapposizione di geometrie elementari. Con Flos collabora dal 1997 e ha realizzato sia prodotti in catalogo sia grandi installazioni luminose per la divisione Light Contract. Le più recenti all’interno del ristorante Robert nel Museum of Art and Design di New York e nel Singapore Freeport. Un’altra collaborazione durevole è con Glas Italia per la quale ha realizzato una collezione di tavolini, dei contenitori in vetro e uno specchio colorato. Grawunder sa far risaltare la tecnologia delle lastre in cristallo lavorate industrialmente, conferendo agli oggetti il movimento e la magia del colore cangiante, ottenuto con il gioco di sovrapposizione degli strati. Ma il vetro non è l’unico materiale. Con Marzorati Ronchetti, la ‘sartoria’ del metallo, e per Imda Paris ha realizzato pezzi su disegno, così come per la Carpenters Workshop Gallery ha progettato la serie limitata Big Sky, prodotta dall’italiana BBWL. Microsculture che giocano con le rifrazioni del metallo e le proiezioni della luce indiretta. (V.C.)

Garth Roberts

Garth Roberts, canadese di nascita (Toronto) si è fatto le ossa come designer a New York, agli inizi del 2000, dove ha fondato il collettivo Group inc. Nel 2004 è sbarcato a Milano, la terra promessa del design, con il suo portfolio e ha iniziato a lavorare nello studio di Patricia Urquiola. Nel 2005 Zanotta mette in produzione il suo tavolo Raw: delle semplici assi di legno tenute assieme da due sottili fasce di metallo che diventano supporti. Nel medesimo anno avvia un proprio studio. Quindi decide di trasferirsi a Berlino, anche se ricompare sovente a Milano. In Italia ha collaborato con Zanotta, Fasem, B&B Italia, Antique Mirror. Al Salone del mobile di Milano di quest’anno ha presentato un tavolo per Glas Italia design e una lampada da tavolo per Kalmar. Tra i suoi progetti d’esordio (2005) merita una segnalazione una serie di arredi realizzati in cartone: comuni scatole da imballo con il disegno a pennarello delle varie tipologie. A differenza della nuova generazione internazionale di designer, sempre molto consapevole della propria linea progettuale, Garth, forse per via di un carattere schivo e poco comunicativo, è legato a progetti di notevole interesse che però sembrano nati quasi per caso, provvisori, come lui, sempre in viaggio e sempre precario, senza struttura, ma sempre molto originali. Il design è il suo linguaggio, ma non ritiene di poter fornire un messaggio di tipo filosofico. “Progettare” dichiara “equivale a trasmettere energia. Cerco di essere sensibile, diretto e basico, come la pasta, che è bontà genuina, elegante, ma non complicata”. “Progetto” conclude “cose che abbiano una ragion d’essere”. (C.M.)

Jonathan Olivares

Jonathan Olivares Si è recentemente spostato da New York a Los Angeles ma mantiene uno stretto rapporto con l’Europa. Continua infatti la collaborazione con Danese Milano, per la quale Jonathan Olivares sta lavorando alle nuove versioni del tavolo e della sedia Territorio. Questi, come i precedenti oggetti per l’azienda italiana, mostrano il modo di procedere analitico e interdisciplinare di Olivares, attento a un uso pratico e dinamico di prodotti che presentano un’estetica semplice e famigliare. Fattori che si evincono anche dall’allestimento per la biblioteca e il social hub del Nouveau Musée National di Monaco. Uno spazio algido e funzionale, dove sagome a muro raccolgono post, libri, e attrezzi di vario genere in modo ordinato, consentendo agli utenti di lasciare messaggi e avere uno scambio diretto con il museo. L’attività di progettista di Olivares si coniuga spesso con quella di ricercatore. Dal volume per Knoll (A Taxonomy of Office Chairs, 2011), che ha visto una gestazione di quattro anni, ha fatto seguito la sedia realizzata per la stessa azienda. Una seduta essenziale, in alluminio pressofuso di soli tre millimetri, che asseconda le linee del corpo e che, grazie alla particolare finitura soft touch, è adatta anche all’esterno. E dall’idea dell’ufficio nomade all’aperto è nato il recente progetto e allestimento “The Outdoor Office” all’Art Institute of Chicago, dove l’essenzialità e il facile assemblaggio degli spazi temporanei mostrano uno scenario del lavoro versatile e informale. (V.C.)

Cory Grosser

Cory Grosser Design internazionale con un ‘twist’ californiano: questo il motto dello studio Cory Grosser design + strategy, di stanza a Los Angeles dal 2002. Da anni collabora con realtà italiane quali MDF Italia, Frighetto, spHaus e Della Robbia, confrontandosi con tipologie d’arredo diverse. Grosser ha saputo interpretare le differenti identità delle aziende con un approccio funzionale e un’estetica minimale, ma non minimalista. Come nel caso degli imbottiti per Frighetto che partono da geometrie elementari, accese da colori decisi e rese dinamiche dai giochi di linee, divergenti o convergenti, di braccioli e schienali. Il designer californiano ricerca infatti il coinvolgimento emotivo dell’utente, che parte dal contatto visivo. Lo studio si occupa anche di ‘brand strategy’ e tra i suoi clienti c’è Bentley Motors, per la quale sta sviluppando un concept di showroom e una collezione di arredi le cui linee e materiali comunicano idee di velocità, lusso manifatturiero ed esclusività. Ma non è solo il furniture design per aziende di fascia alta a interessarlo. Turtle/Turtle è uno sgabello per bambini ideato dopo la nascita della figlia, rispondendo alla personale esigenza di giocattoli ecologici che potessero stare in bella vista anche in una casa moderna. Il riferimento è l’Eames Elephant, ma in questo caso la sagoma dell’animale è ridotta all’osso, per renderla leggera e consentire al bambino di arrampicarsi e interagirvi in vari modi. (V.C.)

Karim Rashid

Karim Rashid Per Karim Rashid, un metro e novanta di altezza, vistoso total look bianco d’estate e d’inverno, occhiali scuri da insetto firmati Alain Mikli, designer di professione, dj per passione, dare forma alle cose è vitale come respirare l’aria. Non può astenersi dal lasciare tracce digitali sulla carta, sui tessuti, sui tappeti, sui laminati. Disegna per molti e di tutto e, pare, non sia mai sazio. Le cose gli vengono facili. Non rivelano sforzo, tensione, ma entusiasmo e fiducia. I suoi progetti sono mediatici, perché spontanei. Non hanno bisogno di essere decodificati, in quanto varianti ripetute di un segno disinibito, nutrito di cultura pop, di streamline, di colori psichedelici e di una buona dose di kitsch. Con l’espansione incontrollata dei suoi prodotti dalle forme organiche umanizza il design. Rischiando il cattivo gusto lo rende tollerante e popolare. Dichiara di voler salvare il mondo con i suoi oggetti. Ha, comunque, salvato il design dal suo rigore disciplinare. Ha disegnato di tutto per aziende internazionali, oltre 3000 prodotti, in 40 Paesi, guadagnando ben 300 riconoscimenti: dalle bottiglie di profumo morbide come palle di gomma, ai divani simili a isole di morbidezza, alle lampade che paiono declivi luminosi; dalle scarpe alle penne, dalle vasche da bagno ai cestini gettacarte, dalle maniglie agli accessori per animali, dai bicchieri agli hard disk, dal packaging alimentare agli orologi, dall’abbigliamento alle carte di credito. Tra le aziende con le quali collabora, quelle italiane fanno la parte del leone nel settore illuminazione e arredo. (C.M.)

Jozeph Forakis

Jozeph Forakis Newyorkese di nascita, Jozeph Forakis risiede e lavora in Italia da oltre 20 anni, ma non per caso. A Milano è arrivato nel 1992 per mettere a fuoco una vocazione, quella del designer, che negli Stati Uniti rischiava di affievolirsi all’interno di una delle tante e potenti società di elettronica o di prodotti di consumo. Non che Jozeph avesse scelto da subito di fare il designer. Figlio di padre scultore e di madre pittrice, la sua idea iniziale era quella di fare architettura per dare concretezza a un interesse artistico che sentiva comunque di avere ereditato dalla famiglia. La rivelazione che questo interesse fosse in realtà il design avviene alla fine del primo anno di studi alla Rhode Island School of Design di Providence, quando, quasi per caso, assiste a una lezione di John Behringer che gli fa capire che nella disciplina dell’industrial design convergeva un sogno coltivato fin da piccolo: inventare oggetti. Da qui il cambio d’indirizzo, la laurea, le prime esperienze lavorative nel campo della scenografia teatrale, del lighting design, per passare all’alta tecnologia e alla biomedica. Poi la decisione di lasciare tutto e di conseguire il master alla Domus Academy di Milano, dove ha l’opportunità di mettere a frutto le conoscenze già acquisite in America e di prendere parte alle ricerche, teoriche e progettuali, di una disciplina tutta nuova: l’interaction design. In questo modo Forakis focalizza la sua idea del progetto. “Il mio primo interesse” spiega “è la ricerca di nuovi materiali e tecniche di produzione che mi consentano di dare forma a dei comportamenti, più che a dei prodotti”. L’esempio più emblematico è sicuramente il Motorola W70, disegnato a Milano quando era a capo del design center dell’azienda americana: il telefono cellulare dal quadrante circolare è diventato un’icona non tanto per la sua originale forma quando per il caratteristico gesto della mano legato al suo utilizzo. Tra i progetti più recenti: lo scopino da bagno Ballo per Normann Copenhagen, che dondola sul pavimento e che proprio nel suo movimento trova la sua connotazione principale; il contaminuti Tape Timer, un oggetto anonimo e squadrato che si anima con l’estrazione e il ritorno di un nastro misura-tempo. Anche qua l’idea dell’oggetto diventa quella di un gesto e di un’esperienza; il design si concentra sull’interazione tra prodotto e informazione. (M.P.)

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a cura di Valentina Croci, Cristina Morozzi, Maddalena Padovani - Cosa rappresenta l’Italia per un designer americano? Ce lo raccontano undici progettisti nati e cresciuti negli Stati Uniti, che nel Belpaese hanno trovato la possibilità di tradurre le loro idee in prodotti e di mettere a fuoco la visione culturale del loro lavoro Todd Bracher Todd Bracher, nato nel 1974 a New York, dove vive, appartiene alla nuova generazione di designer americani. La sua è una carriera nomade e trans-culturale, costellata di collaborazioni con le industrie più disparate. Nel corso della sua brillante carriera si è spostato da una capitale all’altra del design: Copenhagen (1999-2001, master in interior alla Designskole), Milano (2001-2003, senior designer presso lo studio Giorgio Marianelli), Parigi (2005-2007, direttore creativo della collezione d’arredamento Jaguar), Londra (2003-2007, senior designer presso Tom Dixon). Un nomadismo professionale che gli ha regalato una visione unica e complessa, basata sull’osservazione di stili e culture differenti. Dichiara di essere affascinato dalla natura e dalle sue perfette strutture e cerca nei suoi progetti di offrire soluzioni, il più possibile naturali e poco elaborate, capaci di assolvere con efficacia la loro funzione e comprensibili con immediatezza. Considera i materiali e i colori del progetto al medesimo livello della struttura. “Devono anch’essi comunicare l’oggetto” sostiene “e farne parte in modo integrante. Le forme devono essere chiare e dirette, mai disturbate da dettagli inutili”. È definibile un purista, dotato, però, di una speciale eleganza upper class. Il suo studio è in un ex magazzino degli anni ’20, nel cuore di Brooklyn, che ha allestito preservando la sua natura industriale: il minimo indispensabile, per restare fedele alla sua idea di eleganza, direttamente connessa alla necessità. Grazie alla sua formazione trans-culturale, i suoi pezzi, privi di localismi e di legami con le tendenze stagionali, si rivelano iconici e senza tempo. (C.M.) Yves Behar Yves Béhar, origini svizzere e turche, fondatore dello studio Fuseproject con base a San Francisco, dove risiede, merita l’appellativo d’inventore, sia che si parli del progetto di un computer (XO, il computer di base sviluppato assieme a Nicholas Negroponte per i bambini poveri al costo di 100 dollari con cui ha vinto il prestigioso premio Index nel 2006), di una scatola da scarpe (Puma, presentata al Design Museum di Londra nel giugno del 2010), di un dispenser per preservativi (NYC Condom, commissionatogli dal dipartimento della Sanità di New York, lanciato per San Valentino 2010), o di un paio di occhiali da vista per bambini messicani indigenti (See better to learn better). Del resto, la sua storia come designer inizia in giovane età con un’invenzione improbabile: un ibrido tra una tavola da surf e una paio di sci (le sue passioni sportive), costruito nell’illusione di aumentare la velocità. “Ho studiato design” dichiara “non per fare lo stylist, ma per creare qualcosa che prima non c’era, o che perlomeno abbia dei valori che manufatti tipologicamente analoghi non possiedono. I miei oggetti parlano alle persone perché intervengono nel loro modo di vivere”. Tra i suoi clienti annovera Herman Miller, Nike, Mini, Toshiba, Sony, Target, Jawbone e Nivea, per cui sta riprogettando la corporate identity. In Italia collabora con Danese. “È una piccola realtà” dichiara “ma con una grande storia. La sua filosofia è rimasta legata all’idea originaria e questo rende stimolante il rapporto”. (C.M.) Mark Anderson Mark Anderson Mentre studiava architettura alla Rhode Island School of Design di Providence, Mark Anderson lavorava nella falegnameria dell’azienda di famiglia che produceva mobili in stile Shaker. Forse per questo il titolo di architetto, conseguito con la laurea e con un master all’università di Syracuse, New York, da subito gli è andato stretto. Sentiva i limiti di una professione che negli Stati Uniti era intesa e praticata in modo molto, troppo specialistico. Così nel 1991, a 27 anni, ha deciso di andare a Milano per conoscere e capire da vicino il fenomeno del design italiano che tanto lo attirava nei suoi aspetti di ricerca più teorici e intellettuali. A Milano ancora vive e lavora, con il suo studio che si occupa di architettura, interior design, prodotto, art direction, ma anche di una piccola collezione di mobili e oggetti realizzati artigianalmente. All’attività progettuale e produttiva Mark Anderson affianca anche quella didattica e di ricerca, per lui molto importante; è infatti convinto che l’architettura e il design debbano essere affrontate con la visione critica che deriva solo da un approccio interdisciplinare. “In Italia” racconta Anderson “ho imparato che il progetto è collaborativo. Ho capito che i disegni esecutivi perfetti, finiti in ogni minimo dettaglio, non servono più di tanto perché l’artigiano che partecipa alla realizzazione del progetto ha bisogno del suo spazio di interpretazione. I progetti prendono forma in un sistema articolato di collaborazioni formali e informali in cui convergono le competenze e la creatività di tanti attori diversi. Negli Stati Uniti, invece, il designer è tenuto a sapere tutto e a occuparsi di tutto dall’inizio alla fine”. Tra le sue ultime collaborazioni per i marchi italiani dell’arredo, quella per Laurameroni per cui quest’anno ha disegnato un sistema di pannelli luminosi. È composto da tre moduli molto semplici che possono essere combinati e decorati in vario modo per dar vita a diverse soluzioni funzionali, come prodotto d’illuminazione o come elemento di articolazione e movimentazione architettonica. (M.P.) Stephen Burks Il nome del suo studio di New York, Readymade Projects, è già una dichiarazione d’intenti. Stephen Burks, studi di architettura all’Illinois Institute of Technology, diploma alla Columbia University, è un designer che si dedica, collaborando con artigiani in giro per il mondo, alla realizzazione di oggetti contemporanei in grado di trasmettere la cultura tradizionale del fare. Inventa nuovi manufatti partendo da sapienze tradizionali, dando nuova vita e nuove sembianze ad oggetti consueti. Manipola le materie e genera resurrezioni. In stretto contatto con associazioni no profit, quali Aid to Artisan, Artesanias de Colombia, The Clinton Global Initiative e Natura Conservancy, Stephen ha sviluppato prodotti in Australia, in India, in Ghana, in Kenya, in Messico e in Perù, nelle Filippine, in Ruanda, in Sudafrica e in Senegal, cercando di costruire un ponte tra culture artigianali locali e la distribuzione internazionale. Grazie alla sua energica e positiva inventiva, riesce, pur nel rispetto delle tradizioni radicate, a produrre oggetti dotati di un’estetica autonoma ed innovativa. È un designer di prodotti ibridi che sono sintesi di culture differenti e antinomiche. Il suo è un lavoro di tessitura: ogni progetto nasce dal paziente intreccio di suggestioni rubate in giro per il mondo, dall’abile fusione di competenze locali e globali, dalla sintesi di passato e presente. Da un’impronta molto personale e dal rispetto per le origini delle competenze nasce un’estetica originale e vivace, di facile e immediata comprensione. Per queste sue qualità Calligaris, tramite lo studio PS, l’ha chiamato a realizzare un progetto speciale per i suoi novant’anni: dieci variazioni su un archetipo di sedia in legno, la Marocca del 1923, simbolo delle origini dell’azienda friulana. (C.M.) Jason Miller Jason Miller ha creato il suo studio nel 2001 a Brooklyn, dove risiede e opera sul fronte labile tra arte e design, realizzando pezzi per aziende e serie limitate che vende direttamente nel suo studio. Alla professione di designer ha affiancato anche quella di imprenditore, fondando con un socio la piccola azienda d’illuminazione Roll&Hill, che sta crescendo bene e che quest’anno ha esposto anche ad Euroluce a Milano; per il marchio ha disegnato vari modelli di lampade. Si sente interprete di un modo di fare design molto americano: non auto espressivo, capace di offrire un buon comfort fisico e mentale e dotato di una componente familiare in grado di suggerire il déjà vu, anche nel caso di oggetti innovativi. Tali sono i suoi specchi, che vende direttamente: quadri specchiati che rimandano l’immagine inquadrata in paesaggi marini o boschivi, da considerarsi un ibrido tra fotografia artistica e oggetto funzionale. È interessato all’interazione tra persone a cose e alle modificazioni che l’uso e il tempo producono sui manufatti. È da leggersi in questo contesto la sua serie sperimentale di arredi Dusty Pieces, pezzi che nascono già impolverati per segnalare le alterazioni provocate dal tempo che passa. Appartengono a questo filone anche le sedute con rivestimento rammendato e incerottato, che introducono l’idea di un’estetica nata già deteriorata dall’uso. Polvere e rammendi contribuiscono a rendere più umani arredi e oggetti, evitando l’effetto raggelante del troppo nuovo. Il suo principale filone d’ispirazione resta la natura: appartengono al suo repertorio lampadari con corna di vetro, i paesaggi dei suoi specchi, le illustrazioni sui servizi di piatti (Dovetusai) e la poltrona pelosa Woolly, con tanto di occhi, simile ad un bisonte. (C.M.) Johanna Grawunder Johanna Grawunder Vive tra Milano e San Francisco, portando nel mondo il saper fare italiano. Per la formazione di architetto e designer, Johanna Grawunder spazia senza soluzione di continuità dall’architettura all’interior design, dalla progettazione di oggetti alle installazioni per il contract. È stata partner dello studio Sottsass Associati dal 1989 al 2001. Esperienza che ha inciso nel suo approccio accurato verso i materiali e negli oggetti spesso caratterizzati dalla giustapposizione di geometrie elementari. Con Flos collabora dal 1997 e ha realizzato sia prodotti in catalogo sia grandi installazioni luminose per la divisione Light Contract. Le più recenti all’interno del ristorante Robert nel Museum of Art and Design di New York e nel Singapore Freeport. Un’altra collaborazione durevole è con Glas Italia per la quale ha realizzato una collezione di tavolini, dei contenitori in vetro e uno specchio colorato. Grawunder sa far risaltare la tecnologia delle lastre in cristallo lavorate industrialmente, conferendo agli oggetti il movimento e la magia del colore cangiante, ottenuto con il gioco di sovrapposizione degli strati. Ma il vetro non è l’unico materiale. Con Marzorati Ronchetti, la ‘sartoria’ del metallo, e per Imda Paris ha realizzato pezzi su disegno, così come per la Carpenters Workshop Gallery ha progettato la serie limitata Big Sky, prodotta dall’italiana BBWL. Microsculture che giocano con le rifrazioni del metallo e le proiezioni della luce indiretta. (V.C.) Garth Roberts Garth Roberts, canadese di nascita (Toronto) si è fatto le ossa come designer a New York, agli inizi del 2000, dove ha fondato il collettivo Group inc. Nel 2004 è sbarcato a Milano, la terra promessa del design, con il suo portfolio e ha iniziato a lavorare nello studio di Patricia Urquiola. Nel 2005 Zanotta mette in produzione il suo tavolo Raw: delle semplici assi di legno tenute assieme da due sottili fasce di metallo che diventano supporti. Nel medesimo anno avvia un proprio studio. Quindi decide di trasferirsi a Berlino, anche se ricompare sovente a Milano. In Italia ha collaborato con Zanotta, Fasem, B&B Italia, Antique Mirror. Al Salone del mobile di Milano di quest’anno ha presentato un tavolo per Glas Italia design e una lampada da tavolo per Kalmar. Tra i suoi progetti d’esordio (2005) merita una segnalazione una serie di arredi realizzati in cartone: comuni scatole da imballo con il disegno a pennarello delle varie tipologie. A differenza della nuova generazione internazionale di designer, sempre molto consapevole della propria linea progettuale, Garth, forse per via di un carattere schivo e poco comunicativo, è legato a progetti di notevole interesse che però sembrano nati quasi per caso, provvisori, come lui, sempre in viaggio e sempre precario, senza struttura, ma sempre molto originali. Il design è il suo linguaggio, ma non ritiene di poter fornire un messaggio di tipo filosofico. “Progettare” dichiara “equivale a trasmettere energia. Cerco di essere sensibile, diretto e basico, come la pasta, che è bontà genuina, elegante, ma non complicata”. “Progetto” conclude “cose che abbiano una ragion d’essere”. (C.M.) Jonathan Olivares Jonathan Olivares Si è recentemente spostato da New York a Los Angeles ma mantiene uno stretto rapporto con l’Europa. Continua infatti la collaborazione con Danese Milano, per la quale Jonathan Olivares sta lavorando alle nuove versioni del tavolo e della sedia Territorio. Questi, come i precedenti oggetti per l’azienda italiana, mostrano il modo di procedere analitico e interdisciplinare di Olivares, attento a un uso pratico e dinamico di prodotti che presentano un’estetica semplice e famigliare. Fattori che si evincono anche dall’allestimento per la biblioteca e il social hub del Nouveau Musée National di Monaco. Uno spazio algido e funzionale, dove sagome a muro raccolgono post, libri, e attrezzi di vario genere in modo ordinato, consentendo agli utenti di lasciare messaggi e avere uno scambio diretto con il museo. L’attività di progettista di Olivares si coniuga spesso con quella di ricercatore. Dal volume per Knoll (A Taxonomy of Office Chairs, 2011), che ha visto una gestazione di quattro anni, ha fatto seguito la sedia realizzata per la stessa azienda. Una seduta essenziale, in alluminio pressofuso di soli tre millimetri, che asseconda le linee del corpo e che, grazie alla particolare finitura soft touch, è adatta anche all’esterno. E dall’idea dell’ufficio nomade all’aperto è nato il recente progetto e allestimento “The Outdoor Office” all’Art Institute of Chicago, dove l’essenzialità e il facile assemblaggio degli spazi temporanei mostrano uno scenario del lavoro versatile e informale. (V.C.) Cory Grosser Cory Grosser Design internazionale con un ‘twist’ californiano: questo il motto dello studio Cory Grosser design + strategy, di stanza a Los Angeles dal 2002. Da anni collabora con realtà italiane quali MDF Italia, Frighetto, spHaus e Della Robbia, confrontandosi con tipologie d’arredo diverse. Grosser ha saputo interpretare le differenti identità delle aziende con un approccio funzionale e un’estetica minimale, ma non minimalista. Come nel caso degli imbottiti per Frighetto che partono da geometrie elementari, accese da colori decisi e rese dinamiche dai giochi di linee, divergenti o convergenti, di braccioli e schienali. Il designer californiano ricerca infatti il coinvolgimento emotivo dell’utente, che parte dal contatto visivo. Lo studio si occupa anche di ‘brand strategy’ e tra i suoi clienti c’è Bentley Motors, per la quale sta sviluppando un concept di showroom e una collezione di arredi le cui linee e materiali comunicano idee di velocità, lusso manifatturiero ed esclusività. Ma non è solo il furniture design per aziende di fascia alta a interessarlo. Turtle/Turtle è uno sgabello per bambini ideato dopo la nascita della figlia, rispondendo alla personale esigenza di giocattoli ecologici che potessero stare in bella vista anche in una casa moderna. Il riferimento è l’Eames Elephant, ma in questo caso la sagoma dell’animale è ridotta all’osso, per renderla leggera e consentire al bambino di arrampicarsi e interagirvi in vari modi. (V.C.) Karim Rashid Karim Rashid Per Karim Rashid, un metro e novanta di altezza, vistoso total look bianco d’estate e d’inverno, occhiali scuri da insetto firmati Alain Mikli, designer di professione, dj per passione, dare forma alle cose è vitale come respirare l’aria. Non può astenersi dal lasciare tracce digitali sulla carta, sui tessuti, sui tappeti, sui laminati. Disegna per molti e di tutto e, pare, non sia mai sazio. Le cose gli vengono facili. Non rivelano sforzo, tensione, ma entusiasmo e fiducia. I suoi progetti sono mediatici, perché spontanei. Non hanno bisogno di essere decodificati, in quanto varianti ripetute di un segno disinibito, nutrito di cultura pop, di streamline, di colori psichedelici e di una buona dose di kitsch. Con l’espansione incontrollata dei suoi prodotti dalle forme organiche umanizza il design. Rischiando il cattivo gusto lo rende tollerante e popolare. Dichiara di voler salvare il mondo con i suoi oggetti. Ha, comunque, salvato il design dal suo rigore disciplinare. Ha disegnato di tutto per aziende internazionali, oltre 3000 prodotti, in 40 Paesi, guadagnando ben 300 riconoscimenti: dalle bottiglie di profumo morbide come palle di gomma, ai divani simili a isole di morbidezza, alle lampade che paiono declivi luminosi; dalle scarpe alle penne, dalle vasche da bagno ai cestini gettacarte, dalle maniglie agli accessori per animali, dai bicchieri agli hard disk, dal packaging alimentare agli orologi, dall’abbigliamento alle carte di credito. Tra le aziende con le quali collabora, quelle italiane fanno la parte del leone nel settore illuminazione e arredo. (C.M.) Jozeph Forakis Jozeph Forakis Newyorkese di nascita, Jozeph Forakis risiede e lavora in Italia da oltre 20 anni, ma non per caso. A Milano è arrivato nel 1992 per mettere a fuoco una vocazione, quella del designer, che negli Stati Uniti rischiava di affievolirsi all’interno di una delle tante e potenti società di elettronica o di prodotti di consumo. Non che Jozeph avesse scelto da subito di fare il designer. Figlio di padre scultore e di madre pittrice, la sua idea iniziale era quella di fare architettura per dare concretezza a un interesse artistico che sentiva comunque di avere ereditato dalla famiglia. La rivelazione che questo interesse fosse in realtà il design avviene alla fine del primo anno di studi alla Rhode Island School of Design di Providence, quando, quasi per caso, assiste a una lezione di John Behringer che gli fa capire che nella disciplina dell’industrial design convergeva un sogno coltivato fin da piccolo: inventare oggetti. Da qui il cambio d’indirizzo, la laurea, le prime esperienze lavorative nel campo della scenografia teatrale, del lighting design, per passare all’alta tecnologia e alla biomedica. Poi la decisione di lasciare tutto e di conseguire il master alla Domus Academy di Milano, dove ha l’opportunità di mettere a frutto le conoscenze già acquisite in America e di prendere parte alle ricerche, teoriche e progettuali, di una disciplina tutta nuova: l’interaction design. In questo modo Forakis focalizza la sua idea del progetto. “Il mio primo interesse” spiega “è la ricerca di nuovi materiali e tecniche di produzione che mi consentano di dare forma a dei comportamenti, più che a dei prodotti”. L’esempio più emblematico è sicuramente il Motorola W70, disegnato a Milano quando era a capo del design center dell’azienda americana: il telefono cellulare dal quadrante circolare è diventato un’icona non tanto per la sua originale forma quando per il caratteristico gesto della mano legato al suo utilizzo. Tra i progetti più recenti: lo scopino da bagno Ballo per Normann Copenhagen, che dondola sul pavimento e che proprio nel suo movimento trova la sua connotazione principale; il contaminuti Tape Timer, un oggetto anonimo e squadrato che si anima con l’estrazione e il ritorno di un nastro misura-tempo. Anche qua l’idea dell’oggetto diventa quella di un gesto e di un’esperienza; il design si concentra sull’interazione tra prodotto e informazione. (M.P.)
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a cura di Valentina Croci, Cristina Morozzi, Maddalena Padovani - Cosa rappresenta l’Italia per un designer americano? Ce lo raccontano undici progettisti nati e cresciuti negli Stati Uniti, che nel Belpaese hanno trovato la possibilità di tradurre le loro idee in prodotti e di mettere a fuoco la visione culturale del loro lavoro Todd Bracher Todd Bracher, nato nel 1974 a New York, dove vive, appartiene alla nuova generazione di designer americani. La sua è una carriera nomade e trans-culturale, costellata di collaborazioni con le industrie più disparate. Nel corso della sua brillante carriera si è spostato da una capitale all’altra del design: Copenhagen (1999-2001, master in interior alla Designskole), Milano (2001-2003, senior designer presso lo studio Giorgio Marianelli), Parigi (2005-2007, direttore creativo della collezione d’arredamento Jaguar), Londra (2003-2007, senior designer presso Tom Dixon). Un nomadismo professionale che gli ha regalato una visione unica e complessa, basata sull’osservazione di stili e culture differenti. Dichiara di essere affascinato dalla natura e dalle sue perfette strutture e cerca nei suoi progetti di offrire soluzioni, il più possibile naturali e poco elaborate, capaci di assolvere con efficacia la loro funzione e comprensibili con immediatezza. Considera i materiali e i colori del progetto al medesimo livello della struttura. “Devono anch’essi comunicare l’oggetto” sostiene “e farne parte in modo integrante. Le forme devono essere chiare e dirette, mai disturbate da dettagli inutili”. È definibile un purista, dotato, però, di una speciale eleganza upper class. Il suo studio è in un ex magazzino degli anni ’20, nel cuore di Brooklyn, che ha allestito preservando la sua natura industriale: il minimo indispensabile, per restare fedele alla sua idea di eleganza, direttamente connessa alla necessità. Grazie alla sua formazione trans-culturale, i suoi pezzi, privi di localismi e di legami con le tendenze stagionali, si rivelano iconici e senza tempo. (C.M.) Yves Behar Yves Béhar, origini svizzere e turche, fondatore dello studio Fuseproject con base a San Francisco, dove risiede, merita l’appellativo d’inventore, sia che si parli del progetto di un computer (XO, il computer di base sviluppato assieme a Nicholas Negroponte per i bambini poveri al costo di 100 dollari con cui ha vinto il prestigioso premio Index nel 2006), di una scatola da scarpe (Puma, presentata al Design Museum di Londra nel giugno del 2010), di un dispenser per preservativi (NYC Condom, commissionatogli dal dipartimento della Sanità di New York, lanciato per San Valentino 2010), o di un paio di occhiali da vista per bambini messicani indigenti (See better to learn better). Del resto, la sua storia come designer inizia in giovane età con un’invenzione improbabile: un ibrido tra una tavola da surf e una paio di sci (le sue passioni sportive), costruito nell’illusione di aumentare la velocità. “Ho studiato design” dichiara “non per fare lo stylist, ma per creare qualcosa che prima non c’era, o che perlomeno abbia dei valori che manufatti tipologicamente analoghi non possiedono. I miei oggetti parlano alle persone perché intervengono nel loro modo di vivere”. Tra i suoi clienti annovera Herman Miller, Nike, Mini, Toshiba, Sony, Target, Jawbone e Nivea, per cui sta riprogettando la corporate identity. In Italia collabora con Danese. “È una piccola realtà” dichiara “ma con una grande storia. La sua filosofia è rimasta legata all’idea originaria e questo rende stimolante il rapporto”. (C.M.) Mark Anderson Mark Anderson Mentre studiava architettura alla Rhode Island School of Design di Providence, Mark Anderson lavorava nella falegnameria dell’azienda di famiglia che produceva mobili in stile Shaker. Forse per questo il titolo di architetto, conseguito con la laurea e con un master all’università di Syracuse, New York, da subito gli è andato stretto. Sentiva i limiti di una professione che negli Stati Uniti era intesa e praticata in modo molto, troppo specialistico. Così nel 1991, a 27 anni, ha deciso di andare a Milano per conoscere e capire da vicino il fenomeno del design italiano che tanto lo attirava nei suoi aspetti di ricerca più teorici e intellettuali. A Milano ancora vive e lavora, con il suo studio che si occupa di architettura, interior design, prodotto, art direction, ma anche di una piccola collezione di mobili e oggetti realizzati artigianalmente. All’attività progettuale e produttiva Mark Anderson affianca anche quella didattica e di ricerca, per lui molto importante; è infatti convinto che l’architettura e il design debbano essere affrontate con la visione critica che deriva solo da un approccio interdisciplinare. “In Italia” racconta Anderson “ho imparato che il progetto è collaborativo. Ho capito che i disegni esecutivi perfetti, finiti in ogni minimo dettaglio, non servono più di tanto perché l’artigiano che partecipa alla realizzazione del progetto ha bisogno del suo spazio di interpretazione. I progetti prendono forma in un sistema articolato di collaborazioni formali e informali in cui convergono le competenze e la creatività di tanti attori diversi. Negli Stati Uniti, invece, il designer è tenuto a sapere tutto e a occuparsi di tutto dall’inizio alla fine”. Tra le sue ultime collaborazioni per i marchi italiani dell’arredo, quella per Laurameroni per cui quest’anno ha disegnato un sistema di pannelli luminosi. È composto da tre moduli molto semplici che possono essere combinati e decorati in vario modo per dar vita a diverse soluzioni funzionali, come prodotto d’illuminazione o come elemento di articolazione e movimentazione architettonica. (M.P.) Stephen Burks Il nome del suo studio di New York, Readymade Projects, è già una dichiarazione d’intenti. Stephen Burks, studi di architettura all’Illinois Institute of Technology, diploma alla Columbia University, è un designer che si dedica, collaborando con artigiani in giro per il mondo, alla realizzazione di oggetti contemporanei in grado di trasmettere la cultura tradizionale del fare. Inventa nuovi manufatti partendo da sapienze tradizionali, dando nuova vita e nuove sembianze ad oggetti consueti. Manipola le materie e genera resurrezioni. In stretto contatto con associazioni no profit, quali Aid to Artisan, Artesanias de Colombia, The Clinton Global Initiative e Natura Conservancy, Stephen ha sviluppato prodotti in Australia, in India, in Ghana, in Kenya, in Messico e in Perù, nelle Filippine, in Ruanda, in Sudafrica e in Senegal, cercando di costruire un ponte tra culture artigianali locali e la distribuzione internazionale. Grazie alla sua energica e positiva inventiva, riesce, pur nel rispetto delle tradizioni radicate, a produrre oggetti dotati di un’estetica autonoma ed innovativa. È un designer di prodotti ibridi che sono sintesi di culture differenti e antinomiche. Il suo è un lavoro di tessitura: ogni progetto nasce dal paziente intreccio di suggestioni rubate in giro per il mondo, dall’abile fusione di competenze locali e globali, dalla sintesi di passato e presente. Da un’impronta molto personale e dal rispetto per le origini delle competenze nasce un’estetica originale e vivace, di facile e immediata comprensione. Per queste sue qualità Calligaris, tramite lo studio PS, l’ha chiamato a realizzare un progetto speciale per i suoi novant’anni: dieci variazioni su un archetipo di sedia in legno, la Marocca del 1923, simbolo delle origini dell’azienda friulana. (C.M.) Jason Miller Jason Miller ha creato il suo studio nel 2001 a Brooklyn, dove risiede e opera sul fronte labile tra arte e design, realizzando pezzi per aziende e serie limitate che vende direttamente nel suo studio. Alla professione di designer ha affiancato anche quella di imprenditore, fondando con un socio la piccola azienda d’illuminazione Roll&Hill, che sta crescendo bene e che quest’anno ha esposto anche ad Euroluce a Milano; per il marchio ha disegnato vari modelli di lampade. Si sente interprete di un modo di fare design molto americano: non auto espressivo, capace di offrire un buon comfort fisico e mentale e dotato di una componente familiare in grado di suggerire il déjà vu, anche nel caso di oggetti innovativi. Tali sono i suoi specchi, che vende direttamente: quadri specchiati che rimandano l’immagine inquadrata in paesaggi marini o boschivi, da considerarsi un ibrido tra fotografia artistica e oggetto funzionale. È interessato all’interazione tra persone a cose e alle modificazioni che l’uso e il tempo producono sui manufatti. È da leggersi in questo contesto la sua serie sperimentale di arredi Dusty Pieces, pezzi che nascono già impolverati per segnalare le alterazioni provocate dal tempo che passa. Appartengono a questo filone anche le sedute con rivestimento rammendato e incerottato, che introducono l’idea di un’estetica nata già deteriorata dall’uso. Polvere e rammendi contribuiscono a rendere più umani arredi e oggetti, evitando l’effetto raggelante del troppo nuovo. Il suo principale filone d’ispirazione resta la natura: appartengono al suo repertorio lampadari con corna di vetro, i paesaggi dei suoi specchi, le illustrazioni sui servizi di piatti (Dovetusai) e la poltrona pelosa Woolly, con tanto di occhi, simile ad un bisonte. (C.M.) Johanna Grawunder Johanna Grawunder Vive tra Milano e San Francisco, portando nel mondo il saper fare italiano. Per la formazione di architetto e designer, Johanna Grawunder spazia senza soluzione di continuità dall’architettura all’interior design, dalla progettazione di oggetti alle installazioni per il contract. È stata partner dello studio Sottsass Associati dal 1989 al 2001. Esperienza che ha inciso nel suo approccio accurato verso i materiali e negli oggetti spesso caratterizzati dalla giustapposizione di geometrie elementari. Con Flos collabora dal 1997 e ha realizzato sia prodotti in catalogo sia grandi installazioni luminose per la divisione Light Contract. Le più recenti all’interno del ristorante Robert nel Museum of Art and Design di New York e nel Singapore Freeport. Un’altra collaborazione durevole è con Glas Italia per la quale ha realizzato una collezione di tavolini, dei contenitori in vetro e uno specchio colorato. Grawunder sa far risaltare la tecnologia delle lastre in cristallo lavorate industrialmente, conferendo agli oggetti il movimento e la magia del colore cangiante, ottenuto con il gioco di sovrapposizione degli strati. Ma il vetro non è l’unico materiale. Con Marzorati Ronchetti, la ‘sartoria’ del metallo, e per Imda Paris ha realizzato pezzi su disegno, così come per la Carpenters Workshop Gallery ha progettato la serie limitata Big Sky, prodotta dall’italiana BBWL. Microsculture che giocano con le rifrazioni del metallo e le proiezioni della luce indiretta. (V.C.) Garth Roberts Garth Roberts, canadese di nascita (Toronto) si è fatto le ossa come designer a New York, agli inizi del 2000, dove ha fondato il collettivo Group inc. Nel 2004 è sbarcato a Milano, la terra promessa del design, con il suo portfolio e ha iniziato a lavorare nello studio di Patricia Urquiola. Nel 2005 Zanotta mette in produzione il suo tavolo Raw: delle semplici assi di legno tenute assieme da due sottili fasce di metallo che diventano supporti. Nel medesimo anno avvia un proprio studio. Quindi decide di trasferirsi a Berlino, anche se ricompare sovente a Milano. In Italia ha collaborato con Zanotta, Fasem, B&B Italia, Antique Mirror. Al Salone del mobile di Milano di quest’anno ha presentato un tavolo per Glas Italia design e una lampada da tavolo per Kalmar. Tra i suoi progetti d’esordio (2005) merita una segnalazione una serie di arredi realizzati in cartone: comuni scatole da imballo con il disegno a pennarello delle varie tipologie. A differenza della nuova generazione internazionale di designer, sempre molto consapevole della propria linea progettuale, Garth, forse per via di un carattere schivo e poco comunicativo, è legato a progetti di notevole interesse che però sembrano nati quasi per caso, provvisori, come lui, sempre in viaggio e sempre precario, senza struttura, ma sempre molto originali. Il design è il suo linguaggio, ma non ritiene di poter fornire un messaggio di tipo filosofico. “Progettare” dichiara “equivale a trasmettere energia. Cerco di essere sensibile, diretto e basico, come la pasta, che è bontà genuina, elegante, ma non complicata”. “Progetto” conclude “cose che abbiano una ragion d’essere”. (C.M.) Jonathan Olivares Jonathan Olivares Si è recentemente spostato da New York a Los Angeles ma mantiene uno stretto rapporto con l’Europa. Continua infatti la collaborazione con Danese Milano, per la quale Jonathan Olivares sta lavorando alle nuove versioni del tavolo e della sedia Territorio. Questi, come i precedenti oggetti per l’azienda italiana, mostrano il modo di procedere analitico e interdisciplinare di Olivares, attento a un uso pratico e dinamico di prodotti che presentano un’estetica semplice e famigliare. Fattori che si evincono anche dall’allestimento per la biblioteca e il social hub del Nouveau Musée National di Monaco. Uno spazio algido e funzionale, dove sagome a muro raccolgono post, libri, e attrezzi di vario genere in modo ordinato, consentendo agli utenti di lasciare messaggi e avere uno scambio diretto con il museo. L’attività di progettista di Olivares si coniuga spesso con quella di ricercatore. Dal volume per Knoll (A Taxonomy of Office Chairs, 2011), che ha visto una gestazione di quattro anni, ha fatto seguito la sedia realizzata per la stessa azienda. Una seduta essenziale, in alluminio pressofuso di soli tre millimetri, che asseconda le linee del corpo e che, grazie alla particolare finitura soft touch, è adatta anche all’esterno. E dall’idea dell’ufficio nomade all’aperto è nato il recente progetto e allestimento “The Outdoor Office” all’Art Institute of Chicago, dove l’essenzialità e il facile assemblaggio degli spazi temporanei mostrano uno scenario del lavoro versatile e informale. (V.C.) Cory Grosser Cory Grosser Design internazionale con un ‘twist’ californiano: questo il motto dello studio Cory Grosser design + strategy, di stanza a Los Angeles dal 2002. Da anni collabora con realtà italiane quali MDF Italia, Frighetto, spHaus e Della Robbia, confrontandosi con tipologie d’arredo diverse. Grosser ha saputo interpretare le differenti identità delle aziende con un approccio funzionale e un’estetica minimale, ma non minimalista. Come nel caso degli imbottiti per Frighetto che partono da geometrie elementari, accese da colori decisi e rese dinamiche dai giochi di linee, divergenti o convergenti, di braccioli e schienali. Il designer californiano ricerca infatti il coinvolgimento emotivo dell’utente, che parte dal contatto visivo. Lo studio si occupa anche di ‘brand strategy’ e tra i suoi clienti c’è Bentley Motors, per la quale sta sviluppando un concept di showroom e una collezione di arredi le cui linee e materiali comunicano idee di velocità, lusso manifatturiero ed esclusività. Ma non è solo il furniture design per aziende di fascia alta a interessarlo. Turtle/Turtle è uno sgabello per bambini ideato dopo la nascita della figlia, rispondendo alla personale esigenza di giocattoli ecologici che potessero stare in bella vista anche in una casa moderna. Il riferimento è l’Eames Elephant, ma in questo caso la sagoma dell’animale è ridotta all’osso, per renderla leggera e consentire al bambino di arrampicarsi e interagirvi in vari modi. (V.C.) Karim Rashid Karim Rashid Per Karim Rashid, un metro e novanta di altezza, vistoso total look bianco d’estate e d’inverno, occhiali scuri da insetto firmati Alain Mikli, designer di professione, dj per passione, dare forma alle cose è vitale come respirare l’aria. Non può astenersi dal lasciare tracce digitali sulla carta, sui tessuti, sui tappeti, sui laminati. Disegna per molti e di tutto e, pare, non sia mai sazio. Le cose gli vengono facili. Non rivelano sforzo, tensione, ma entusiasmo e fiducia. I suoi progetti sono mediatici, perché spontanei. Non hanno bisogno di essere decodificati, in quanto varianti ripetute di un segno disinibito, nutrito di cultura pop, di streamline, di colori psichedelici e di una buona dose di kitsch. Con l’espansione incontrollata dei suoi prodotti dalle forme organiche umanizza il design. Rischiando il cattivo gusto lo rende tollerante e popolare. Dichiara di voler salvare il mondo con i suoi oggetti. Ha, comunque, salvato il design dal suo rigore disciplinare. Ha disegnato di tutto per aziende internazionali, oltre 3000 prodotti, in 40 Paesi, guadagnando ben 300 riconoscimenti: dalle bottiglie di profumo morbide come palle di gomma, ai divani simili a isole di morbidezza, alle lampade che paiono declivi luminosi; dalle scarpe alle penne, dalle vasche da bagno ai cestini gettacarte, dalle maniglie agli accessori per animali, dai bicchieri agli hard disk, dal packaging alimentare agli orologi, dall’abbigliamento alle carte di credito. Tra le aziende con le quali collabora, quelle italiane fanno la parte del leone nel settore illuminazione e arredo. (C.M.) Jozeph Forakis Jozeph Forakis Newyorkese di nascita, Jozeph Forakis risiede e lavora in Italia da oltre 20 anni, ma non per caso. A Milano è arrivato nel 1992 per mettere a fuoco una vocazione, quella del designer, che negli Stati Uniti rischiava di affievolirsi all’interno di una delle tante e potenti società di elettronica o di prodotti di consumo. Non che Jozeph avesse scelto da subito di fare il designer. Figlio di padre scultore e di madre pittrice, la sua idea iniziale era quella di fare architettura per dare concretezza a un interesse artistico che sentiva comunque di avere ereditato dalla famiglia. La rivelazione che questo interesse fosse in realtà il design avviene alla fine del primo anno di studi alla Rhode Island School of Design di Providence, quando, quasi per caso, assiste a una lezione di John Behringer che gli fa capire che nella disciplina dell’industrial design convergeva un sogno coltivato fin da piccolo: inventare oggetti. Da qui il cambio d’indirizzo, la laurea, le prime esperienze lavorative nel campo della scenografia teatrale, del lighting design, per passare all’alta tecnologia e alla biomedica. Poi la decisione di lasciare tutto e di conseguire il master alla Domus Academy di Milano, dove ha l’opportunità di mettere a frutto le conoscenze già acquisite in America e di prendere parte alle ricerche, teoriche e progettuali, di una disciplina tutta nuova: l’interaction design. In questo modo Forakis focalizza la sua idea del progetto. “Il mio primo interesse” spiega “è la ricerca di nuovi materiali e tecniche di produzione che mi consentano di dare forma a dei comportamenti, più che a dei prodotti”. L’esempio più emblematico è sicuramente il Motorola W70, disegnato a Milano quando era a capo del design center dell’azienda americana: il telefono cellulare dal quadrante circolare è diventato un’icona non tanto per la sua originale forma quando per il caratteristico gesto della mano legato al suo utilizzo. Tra i progetti più recenti: lo scopino da bagno Ballo per Normann Copenhagen, che dondola sul pavimento e che proprio nel suo movimento trova la sua connotazione principale; il contaminuti Tape Timer, un oggetto anonimo e squadrato che si anima con l’estrazione e il ritorno di un nastro misura-tempo. Anche qua l’idea dell’oggetto diventa quella di un gesto e di un’esperienza; il design si concentra sull’interazione tra prodotto e informazione. (M.P.) [gallery ids="26539,26541,26543,26545,26547,26549,26551,26553,26555,26557,26559,26561,26563,26565,26567,26569,26571,26573,26575,26577,26579,26581,26583,60930"]
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