La multiforme relazione fra le arti e il cibo viene ripercorsa da Germano Celant nel padiglione Arts & Foods, unica area tematica di Expo Milano 2015 realizzata in città e allestita negli spazi, interni ed esterni (7mila metri quadrati), della Triennale di Milano, che la ospita sino al 1° novembre

Intervista a Germano Celant

La grande mostra ‘Arts & Foods. Rituali dal 1851’, che s’inaugura l’8 aprile alla Triennale di Milano, rappresenta il Padiglione Arte di Expo Milano 2015, che ha scelto il tema ‘Nutrire il pianeta. Energia per la vita’: Quali saranno i punti di contatto con tale soggetto e quale l’articolazione espositiva?

“Il progetto nasce, nel 2011, in risposta alla sollecitazione tematica dell’Expo 2015 e rientra nella serie di intrecci, da me proposti dal 1976 ad oggi, che hanno riguardato l’incontro dell’arte, con gli altri linguaggi delle creatività visiva e performativa. Così dopo “Arte & Ambiente”, 1976, “Arte & Media”, 1977, “Arte & Moda”, 1996, “Arte & Architettura”, 2004, “Arte & Suono”, 2014, sono arrivato oggi a “Arti & Cibi”.

Qui sviluppo un discorso nel tempo, dal 1851, data della prima Esposizione universale di Londra, sulle pratiche concernenti il cibarsi – sia fisico che intellettuale, sia visivo che olfattivo, sia formale che estetico, sia informativo che comunicativo, sia sensuale che spirituale – nei confronti del consumare o approntare vivande e alimenti, reali e concreti, iconici e virtuali. L’intero percorso testimonierà dunque come si sono espressi i riti culinari e alimentari attraverso tutti i linguaggi – da cui il titolo ‘Arts & Foods’ al plurale – dall’architettura all’arte, dal design al cinema, dalla fotografia alla televisione, dall’editoria alla stampa, dalla pubblicità alla musica, dalla moda all’industria.

Un panorama a 360 gradi, disposto in 7.000 metri quadrati dell’edificio storico disegnato da Giovanni Muzio nel 1933, dove saranno raccolti oltre 2.000 elementi tra cui 1000 oggetti di design, 350 fotografie, 120 estratti di film, 400 opere d’arte, 15 ambientazioni in scala reale, incluse due architetture di Jean Prouvé e di Maneval, sale da pranzo e bar, dall’Art Nouveau al Cubismo, dal Futurismo al Neoplasticismo, da Fluxus al presente.

Un viaggio che, progettato da Italo Rota e coordinato graficamente da Irma Boom, attraversa tutte le forme della creatività dal popolare all’aristocratico, dal borghese allo sperimentale, dal locale al globale, come testimoniano le installazioni che riguardano ambienti di lavoro, come quelle del macellaio o studioli personali ed ossessivi, come lo scrittoio su cui Gabriele D’Annunzio consumava, in solitudine, i suoi pasti.

Detto questo, l’intera esposizione potrà essere ‘attraversata’ seguendo diversi filoni, che si ritrovano nelle varie sezioni storiche – dal 1851 al 1950, dal 1951 al 1980, dal 1981 al 2015 – come la storia delle sale da pranzo dall’Ottocento al Novecento, con relative suppellettili, quanto la produzione degli utensili, dai coltelli ai bicchieri, dalle caraffe alle caffettiere, dai bicchieri alle pentole, oppure le vicende del cibo da viaggio, dal pic-nic all’aperto in Europa e in Asia, all’aereo e al viaggio spaziale. Naturalmente, in fotografia saranno ritratti i processi esterni, come il mercato, la distribuzione e la vendita, oppure i trasporti e le produzioni industriali. Il cinema coprirà invece tutte le fasi di rappresentazione filmica dei rituali del cibarsi, dal cinema muto alle grandi realizzazioni hollywoodiane, passando attraverso le sperimentazioni delle avanguardie. Si parlerà di architettura come strumento di comunicazione popolare, quanto come soluzione di spazi come le vinerie. Intrecciato al tutto la presenza della moda, da Elsa Schiaparelli a Issey Miyake.

Dell’attenzione di massa sviluppatasi sulla figura del cuoco, assurto oggi a super-star, che trova le sue radici nelle rappresentazioni di grandi protagonisti dell’arte, come quello di Claude Monet. Insomma un’esposizione enciclopedica, dove i capolavori s’intrecciano ai documenti antropologici, compresi i rituali cannibalici, che hanno ispirato le avanguardie del Surrealismo e della cultura brasiliana”.

 

Quali sono i nodi principali della storia, gli aspetti inediti e i momenti spettacolari?

“Innanzitutto, la suddivisione in periodi storici – dal 1851 ai primi del 1900 – che riflette la continuazione nella tradizione dei riti e degli oggetti, nella rappresentazione e nella produzione dall’Impressionismo all’Espressionismo, dall’arte popolare all’Art Nouveau, quanto l’avvento di una sperimentale che si affida alle avanguardie, dal Cubismo di Pablo Picasso e Georges Braque al design di Christopher Dresser e di Josef Hoffmann e di Peter Behrens.

Il tutto arricchito, a partire dal 1909, con l’ondata estetica totalizzante del Cubismo internazionale e del Futurismo russo ed italiano che, presenti in mostra con le sale da pranzo del Cubismo ceco e quella di Gerardo Dottori, travolge tutti i canoni del progettare, arrivando ad includere tutti gli oggetti relativi al cibarsi. A questi succede l’avvento del Razionalismo e del Neoplasticismo, che sono presenti in mostra, attraverso il modello in scala 1/100 della sala del Café Aubette, disegnata nel 1928 da Theo van Doesburg con la collaborazione di Hans Arp e Sophie Taeuber-Arp, o la cucina di Le Corbusier, primo esempio di ‘macchina per cucinare’.

In parallelo – dal 1851 al 1950 – l’arte fornisce l’iconografia del cibo, con le sue nature morte, da Auguste Renoir a Paul Gauguin, da James Ensor a Giovanni Segantini, da Umberto Boccioni a Giorgio De Chirico, da Giorgio Morandi a Filippo De Pisis, mentre la fotografia documenta i territori dei negozi e dei bar, dei caffè e dei mercati, con le testimonianze di Man Ray, Florence Henri e le molte riproduzioni Alinari.

Sul piano dell’immissione inedita, la presenza di un filone che attraversa l’intero percorso espositivo, ed è ‘vietato agli adulti’, nel senso che sarà visibile e percorribile soltanto dai bambini. Qui il soggetto del cibo sarà trattato attraverso i giocattoli, dalle cucine ai camioncini che distribuiscono il cibo, tutti in miniatura, per arrivare nella parte che riguarda il periodo dal 1951 al 1980, quello dominato dalla Pop Art e da Fluxus, con la presenza, soltanto per lo sguardo dei bambini, di cento dipinti di Andy Warhol, che ritraggono in serigrafia giocattoli e robot. Un momento emozionante ed eccezionale, che solo i ‘non adulti’ avranno il privilegio di vedere direttamene al altezza del loro sguardo”.

 

La definizione di un territorio solo per i bambini è una novità, quali altre immissioni saranno sorprendenti?

“Più che sorprese saranno allargamenti sensoriali. Nel senso che Arts & Foods si allargherà a trattare la letteratura con citazioni di autori e filosofi, come Molière, Gertrude Stein, Marcel Proust, Franz Kafka, James Joyce, Jack Kerouac e John Cage, quanto a presentare libri di cucina e menù dal 1851 ad oggi, così da comprendere l’impatto creativo e di massa sull’editoria.

Decine e decine di libri di ricette e di pieghevoli, disegnati anche da artisti come Edouard Manet oppure scritti e illustrati da Filippo Tommaso Marinetti a Gio Ponti, costituiranno una biblioteca ideale sull’argomento del cibo e della ristorazione. Attualmente stiamo studiando anche come testimoniare la presenza storica degli odori da cucina, dall’Ottocento a metà Novecento, ricreandone le composizioni, che si accompagneranno anche alla suggestioni sonore delle varie epoche”.

 

La prospettiva della mostra sembra fortemente orientata verso i sensi, ci sono altri metodi di attraversamento meno fisici?

“Naturalmente nel progetto, sin dall’inizio, abbiamo inserito il ‘cibo per l’anima’ dove questo assume un valore simbolico, e riflette significati astratti e allegorici. Il rito del nutrimento, dalla carne alle verdure, è complesso e diverso da cultura a cultura, anche in ragione delle religioni che suggeriscono precetti e offerte.

Ne è scaturita una selezione di opere dedicate all’Ultima Cena, da Francisco Goya a Andy Warhol, da Andres Serrano a Sam Taylor-Johnson, come diversi altari dedicati a manifestazioni votive tra occidente ed oriente. In questo contesto sono presenti anche alcuni strumenti, provenienti dall’Oceania, che introducono il tema del cannibalismo e dell’antropofagia”.

 

Fino agli anni cinquanta, l’immagine del cibo è stimolo a rappresentare il paesaggio del quotidiano, come gli alimenti, la tavola, la sala da pranzo, il bar e il pic-nic, quando questa rappresentazione lascia spazio a una presentazione dell’oggetto stesso?

“Dagli anni Sessanta con l’avvento della Pop Art, negli Stati Uniti, da Claes Oldenburg a Roy Lichtenstein, da Andy Warhol a Tom Wesselmann, il motivo del cibo si fa scultura e pittura. Riprendendo le immagini dai billboard o dalle pubblicità, che compaiono su giornali e su riviste, questi artisti evocano direttamente l’hot dog o il gelato, la bottiglia di Coca-Cola, la scatola di Campbell immettendola sulla superficie della tela o realizzandola in oggetto tridimensionale.

È la stessa realtà del cibarsi a trasformarsi in dimensione iperreale dell’arte. I quadri si tramutano in ‘reclamizzatori’ della merce, come se fossero strumenti massmediatici. Naturalmente la loro è un’interpretazione dei singoli linguaggi dal cartoons all’iconografia dei feticci industriali. La ricerca visiva si dichiara aperta ad accettare e a eleggere qualsiasi contenuto d’attualità, così da rappresentare la dimensione promozionale dei media, dalla figura delle nuove ‘divinità’ cinematografiche, da Liz Taylor a Marilyn Monroe, da Elvis Presley a Mickey Mouse, esaltandone l’esistenza artificiosa e virtuale.

Al tempo stesso, sulla costa europea, l’interesse più che ai prodotti è rivolto al rito del mangiare. Con il Nouveau Réalisme e Fluxus – da Arman a Daniel Spoerri, da Mimmo Rotella a Joseph Beuys – si tende a esaltare la forma cerimoniale del cibarsi, che si lega alla rinascita dell’essere, segnato da nuove condizioni fisico emotive. L’arte si adegua alla società dell’informazione e diventa operativa, comunica, tramite strumenti quotidiani, giornali e cartoline, multipli e oggetti, un modo di vita diversificata e più creativa.

In parallelo a questi movimenti si sviluppa, infatti, la cultura alternativa degli hippies e degli ecologisti che rivendicano una nuova nascita che passi attraverso cibi simbolici e materie allucinogene, capaci di sviluppare un sentire dilatato e inedito. È uno scorrere in parallelo tra positivismo e nichilismo che mette in moto un vortice iconico e processuale che presuppone il completo abbandono di schemi precedenti e tradizionali”.

 

La visione di Arts & Foods sembra rivolta solo al positivo, ma non esiste anche il negativo del cibo?

“Il cibarsi è connesso anche alle situazioni drammatiche della bulimia, dell’anoressia e della fame nel mondo. Questi soggetti sono trattati attraverso le documentazioni fotografiche che riguardano la malnutrizione, scattate dalla Farm Security Administration e dai reporter durante le due guerre mondiali.

Le immagini di Don McCullin sono attestati della carestia in Biafra, mentre la pulsione di morte mediante il cibo è esemplificata con ‘La grande abbuffata’ di Marco Ferreri. Altre testimonianze dolorose, intime e personali, della distruzione fisica connessa al rigetto o all’assunzione di cibo si trovano nelle fotografie di Antonie D’Agata e di Jean Davis”.

 

Nel paesaggio di Arts & Foods dove si colloca il design?

“Tutta l’esposizione è un inno all’esperienza del progettare per il cibo. Dai mobili agli strumenti del conservare, dagli utensili in vetro agli elettrodomestici, dai rituali conviviali al mercato, dal negozio al supermercato, là dove l’alterità e la creatività dell’arte lascia campo alla funzionalità e al mestiere. Si tratta di strumenti che vanno dall’artigianale al tecnologico e che hanno influenzato, in maniera decisiva, il nostro modo di rapportarsi all’alimentazione.

La mostra intende offrire una dimensione dialettica tra arti, come pittura e cinema, fotografia e scultura, e disegno industriale per confrontarsi con la sua ragion d’essere, che non è antitetica ma complementare. Oggi questa contrapposizione si è estremamente affievolita e a contare è il valore di scambio, non più d’uso, per cui tutto è diventato merce, anche l’arte. L’attitudine curatoriale è stata quella di non credere più nella trascendenza dell’arte, per collocarla insieme alle altre arti.

Ho seguito il metodo applicato nel 1994 per ‘The Italian Metamorphosis, 1943-1968’ al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, dove tutti i linguaggi erano presenti, per documentare l’identità della cultura italiana: qui sono i linguaggi a estrinsecare l’importanza del soggetto “cibo”.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad una solennizzazione del cuoco e del cucinare, quindi di un procedere che era estraneo all’ambito dell’arte. Personaggi come Ferran Adrià e Gualtiero Marchesi, Carlo Cracco e Davide Oldani, fino a Gordon Ramsey, hanno colmato l’intervallo tra arte e vita in cucina. Hanno immesso la loro creatività di gusto in ambiti globali, diventano protagonisti mediatici. Non solo esaltando l’aspetto mercantile del loro fare, ma anche una nuova dimensione d’impresa estetica e gustativa. Tutta la mostra è un documento della loro connivenza con il ‘designer’ che progetta oggetti, quanto cibi, apparecchiature e mobili, servizi e ambienti e ne promuove la consacrazione culturale.

Di fatto, la storia parte dal ritratto di Monet e si dipana sino al presente. È lo stesso procedere che a suo tempo, nel 1996, mi aveva portato, insieme a Ingrid Sischy e Luigi Settembrini, a dare valore artistico alla moda che all’epoca era considerata una mercificazione bassa e volgare, ed ora è diventata un feticcio progettuale.

Tornando al design industriale connesso alla produzione di oggetti d’uso, Arts & Foods è un viaggio nelle soluzioni del progettare come si sono sviluppate dall’Art Nouveau al Werkbund, dal Costruttivismo russo al Futurismo italiano, dal Bauhaus all’International Style, dal Neoliberty a Memphis e Alchymia, includendo esempi da Christopher Dresser a Charles Rennie Mackintosh, a Jean Prouvé a Verner Panton, da Alvar Aalto a Le Corbusier, da Gio Ponti a Marco Zanuso, da Massimo Vignelli a Ettore Sottsass, da Alessandro Mendini a Andrea Branzi”.

 

Sinora l’analisi di Arts & Foods concerne la storia, fino agli anni Ottanta: che cosa succede dopo e come gli ultimi decenni sono presentati, in tutti i linguaggi?

“Il periodo dal 1970 a oggi vede la ‘jam session’ delle arti, con una situazione magmatica, dove gli oggetti si fondono e si confondono. Pertanto, l’ultima parte di Arts & Foods è segnata dagli sconfinamenti reciproci in cui tutti i linguaggi si intrecciano e sono usati indifferentemente in tutti i territori della creatività dal design all’architettura, dal cinema alla moda, dall’arte al cibarsi.

A questo punto, con l’avvento dell’Arte Povera e della Body Art si afferma l’immissione del carattere sensoriale e carnale del fare. Le costruzioni architettoniche – da Mario Merz a Urs Fischer – si fanno con il pane, o le scultura si realizzano in cioccolato e in olio – da Dieter Roth a Joseph Beuys – e i rituali della tavola si arricchiscono di cibi colorati, come in Antoni Miralda.

Tutto il rituale del banchetto e del sedersi al convivio è contaminato da innesti tra corpo umano e nutrimento, come nell’evento surrealista di Méret Oppenheim che si prolunga nelle cene di Subodh Gupta e di Rirkrit Tiravanija.

L’iconografia del cibo ritorna anche nella poltrona di Jana Sterbak e nei dipinti di Marc Quinn, che fanno ricorso alla concretezza e all’immagine della carne, oppure si traduce nella ricostruzione di macchine da cucina mobili, come in Joe Colombo e Tom Sachs. Accanto l’impatto della fotografia e dei nuovi media, come la televisione e il computer, che veicolano immagini dal gusto al disgusto, da Robert Mapplethorpe a Joel Peter Witkin, da Cindy Sherman a Andreas Gursky”.

 

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Prosper Lafaye, Queen Victoria, Prince Albert and Three of Their Children at the Great Exhibition, 1851-1881, © Victoria & Albert Museum, Londra
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Claude Monet, Le chef Père Paul, 1882 (Electa).
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Angelo Morbelli, Asfissia, 1884, Fondazione Ettore e Guido De Fornaris.
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James Ensor, Nature morte, 1882, © Ville de Liège - Bal
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Georges Braque, Natura morta con clarinetto, ventaglio e grappolo d’uva, 1911, Soprintendenza alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma, archivio fotografico.
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Pierre-Auguste Renoir, Nature morte avec pommes et figues, 1905 circa Collezione città di Lugano. Donazione Chiattone/ Archivio fotografico del dicastero Attività Culturali città di Lugano.
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Attilio Mussino, Cucina economica giocattolo, manifattura Cardini, 1925 (ELECTA)
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Nikolai Mikhailovich Suetin, Caffettiera con disco rosso, 1923, V. Tsarenkov Collection, Londra.
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Josephine Baker indossa il costume per la sua celebre “Banana Dance”, 1925 (ELECTA)
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Wallis Simpson fotografata allo Chateau de Candé mentre indossa l’abito aragosta di Elsa Schiaparelli, 1937 (ELECTA)
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Theo van Doesburg, Café de l’Aubette, 1926-1928 (Electa).
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Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, 1932, Archivio Gerardo Dottori
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Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, SNIA Viscosa Milano, 1937 (Electa).
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Man Ray, Man Ray, 1927, foto Matteo Zarbo.
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Andy Warhol & The Velvet Underground, The Velvet Underground, 1966-1967 (Electa).
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Tom Wesselmann, Still Life #3, 1962, Estate of Tom Wesselmann/Licensed by VAGA, NY, NY. Photo crediti: Jeffrey Sturges
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Jacques Tati, Mon Oncle, 1958, Rue des Archives/FIA/The Kobal Collection
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Virgilio Forchiassin, Spaziovivo, 1968 (Electa)
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Nino Migliori, Portatore di pane, 1956, © Archivio Nino Migliori.
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Jean Prouvé, pavillion ‘Les jours meilleurs’, 1956, Galerie Patrick Seguin, Parigi
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Daniel Spoerri, Le coin du Restaurant Spoerri, 1968, Mondadori Portfolio//Akg Images
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Andreas Gursky, 99 cent II (Diptychon), 2001, Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn
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Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001 (Electa)
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Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti (Electa).
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Frank O. Gehry, GFT Fish, 1985-1986 (Electa)
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Issey Miyake, Pleats Please, 2012, Rue des Archives/FIA/www.bridgemanart.com
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Urs Fischer, Bread House, 2004-2006 (Electa).
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Andreas Gursky, 99 cent II (Diptychon), 2001, Andreas Gursky, VG Bild-Kunst, Bonn
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Marco Ferreri, La grande abbuffata, 1973 (Electa)
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Wahaika (ascia-coltello maori), XIX secolo, © S-MNPE L.Pigorini, Roma, Foto F. Naccari