Nella Roma più suggestiva e storica, quella dei Fori Imperiali e del Colosseo, la casa-studio dell’architetto e artista Maria Cristina Finucci, concepita come un quadro in tre dimensioni, esprime la grande unitarietà di un personale progetto estetico

“Avevamo visitato moltissimi appartamenti senza trovare niente che facesse al caso nostro. Volevamo un terrazzo panoramico, l’appartamento in cui abitavamo prima ne aveva uno meraviglioso che dominava tutta Roma. Ricordo che eravamo arrivati in giornata da Madrid, dove vivevamo (mio marito era allora Ambasciatore d’Italia in Spagna), per vedere questo palazzetto suggerito dall’agenzia. Appena mio marito è salito sul terrazzo e ha visto dall’alto il Foro Romano e il Colosseo, ha detto ‘lo prendo’. Cinque minuti dopo stavamo firmando la proposta di acquisto. Questo mi ha stupito, perché normalmente lui è una persona molto riflessiva, per comprare un paio di scarpe ci avrebbe messo più tempo”.

Maria Cristina Finucci racconta così l’incontro folgorante con il palazzetto nella zona archeologica di Roma, in una strada parallela a via dei Fori Imperiali a due passi dal Colosseo, che, dopo un appassionato intervento di ristrutturazione, è diventato la casa-studio di famiglia. Fondatrice nel 2013 del Garbage Patch State, lo stato-nazione che denuncia l’invasione della plastica negli oceani, un progetto di forte impatto etico e mediatico sostenuto da molte opere che rappresentano grida d’aiuto, l’architetto e artista italiana ha trasformato l’edificio in un paesaggio abitativo concepito come un’opera d’arte: un quadro in tre dimensioni, un unicum non ripetibile, privo di frasi fatte e total look.

“Ricordo che arrivavo ogni settimana da Madrid per curare la direzione dei lavori del cantiere”, continua. “In realtà, il palazzo era stato alla fine un piccolo albergo diviso in molte piccolissime  camere distribuite su cinque livelli. Si è trattato di accorpare e riconfigurare due corpi distinti di impianto medioevale, tra i quali c’è ancora un dislivello di qualche gradino. Quello più basso ha i solai a voltine e mattoni a vista, mentre l’altro ha i solai a travi lignee. Abbiamo demolito tutti i tramezzi, rinfrescato le tre facciate vincolate con le loro bucature finestrate e lasciato praticamente solo i muri perimetrali, i solai e le scale. Mi piacciono molto le scale semi elicoidali. Così com’erano, sono rimasti i gradini originali in marmo di Carrara e anche la ringhiera in ferro. Il soffitto della scala, invece, dopo aver grattato via il primo strato di imbiancatura, presentava tracce di molte mani di tempera in vari colori che ho voluto mantenere.

Poi, l’artista Aldo Del Bono ha creato un’opera site specific che sale su per i muri, lungo le rampe, culminando al quarto livello con una tempera incorniciata in ciano e rosso. Però, accanto al corpo scale, per ragioni di comodità, abbiamo costruito un vano per un piccolo ascensore. Installarlo non è stato semplice. Ho ricoperto le pareti con una mia opera della serie Polly. Avevo già usato questo tipo di rivestimento per la cucina di un appartamento che ho ristrutturato a Londra, dove avevo chiesto ai committenti di darmi le cento parole della loro vita e le avevo inserite nel disegno. Quest’idea mi aveva conquistato e ho voluto riprenderla per l’ascensore di casa mia. Le parole che ho inserito sono i nomi dei nostri figli e dei nostri nipoti, nonché quelli delle città dove abbiamo vissuto. Nel frattempo la famiglia è cresciuta e devo aggiungere due nomi”.

Amo mescolare gli elementi come su una tavolozza, anche se le riflessioni da cui nasce un’opera sono più filosofiche e profonde, meno legate al mio gusto estetico. Ovvero al piacere per gli equilibri tra dimensioni orizzontali e verticali, volumi, colori, proporzioni, pesi, pieni e vuoti, accostamenti tra elementi neutri e di sorpresa."

L’ascolto del genius loci ha suggerito alla progettista le altre scelte, interventi con mano leggera, pochi e significativi punti fermi, perché tutto paresse essere sempre stato lì. Un cotto fatto a mano e irregolare nei formati, lavorato in una fornace umbra e trattato con uno stucco grigio perla, per renderlo più contemporaneo nel colore, uniforma i pavimenti. Un intonaco materico bianco veste le pareti che armonizzano senza soluzione di continuità con gli armadi su disegno ad ante scorrevoli dentro una cornice in ferro grezzo. Un Peperino con forti inclusioni perlacee, una pietra rocciosa con frammenti di trachite di colore bigio macchiettato, è stato selezionato per il rivestimento dei bagni, accostato a comuni mattonelle bianche quadrate. Uno sfondo neutro, dunque, perfetto per valorizzare i soffitti di travi e travicelli in rovere e le porte antiche in noce, gli elementi architettonici di maggior pregio, ma soprattutto le presenze più eloquenti che animano l’individualità degli episodi della vita domestica, in una sommatoria complessa di segni e stratificazioni.

Il layout declina infatti al piano terra il generoso spazio d’entrata, al primo gli ambienti-studio del marito Pietro Sebastiani, oggi Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, al secondo lo studio della progettista e la stanza di un figlio, al terzo la camera da letto padronale e un’altra camera con rispettivi servizi, al quarto la zona giorno che riunisce living, stanza da pranzo e cucina, al quinto l’amata terrazza. Quello che appare molto interessante è la grande unità programmatica di tutte queste differenti situazioni spaziali e funzionali, quel loro gusto asciutto che risponde a un progetto molto preciso e ponderato: un’essenza delle forme alla Brancusi. “Tutta la composizione segue dei criteri personali, assumendo significato nei rapporti reciproci tra le parti – i mobili, le opere e l’architettura”, aggiunge Finucci.

“Amo mescolare gli elementi come su una tavolozza, anche se le riflessioni da cui nasce un’opera sono più filosofiche e profonde, meno legate al mio gusto estetico. Ovvero al piacere per gli equilibri tra dimensioni orizzontali e verticali, volumi, colori, proporzioni, pesi, pieni e vuoti, accostamenti tra elementi neutri e di sorpresa. E anche per la sapiente manualità artigianale, perché niente viene distrutto, tutto trasformato”. Ecco allora la libreria in ferro con i piani di ardesia e gli inserti colorati, il tavolo in ferro grezzo, la consolle con le gambe in marmo, solo per citare alcuni dei numerosi pezzi disegnati ad hoc da Maria Cristina Finucci, che vivono accanto agli oggetti del suo lavoro disseminati ovunque – le prove di stampa, il fermo immagini della video-opera Trueman del 2011, il manifesto dell’installazione per il Padiglione del Garbage Patch State a Venezia durante la Biennale Arte 2013, la micro-versione della serie Paradigmi sopra la credenza (una simile, ma lunga  430 centimetri fa parte della collezione permanente della Camera dei Deputati) e molto altro ancora. Ecco anche i comodini in osso bianco e nero acquistati in India durante un viaggio e il secrétarie di famiglia nella camera padronale.

Il quarto piano accoglie la zona giorno. Qui la figura del camino diventa l’elemento ordinatore della costruzione spaziale. Nella sua forma tronco piramidale funge da parapetto per la scala in ferro che conduce al terrazzo e al tempo stesso disegna uno spigolo vivo verso la scala di marmo. “Il divano è il Magister di Flexform”, afferma Finucci. “Ce lo portiamo dietro da molti anni ed è stato in molte case. Lo abbiamo comprato quando abitavamo a Bruxelles nel 2000. Invece i tavolini-sgabelli sono stati disegnati da me nel 2005 e sono comodissimi per quando occorrono molte sedute, ma tutti insieme formano un tavolo, un piano d’appoggio utile per pranzi e cene informali.

Il palazzo era stato alla fine un piccolo albergo diviso in molte piccolissime camere distribuite su cinque livelli. Si è trattato di accorpare e riconfigurare due corpi distinti di impianto medioevale, tra i quali c’è ancora un dislivello di qualche gradino."

Si tratta di piccoli recuperi, in fondo, un po’ come i faretti di iGuzzini provenienti dal mio vecchio studio che era molto più grande dell’attuale, luci da galleria su binario upgraded con lampade a led, che ricorrono nell’illuminazione degli ambienti accanto alle lampade Spun di Flos”. La cucina è divisa dalla zona pranzo mediante una parete di ferro vetrata. “Ho progettato i mobili in legno ispirandomi a quelli di Charlotte Perriand, mentre la cappa in ferro con sportelli in vetro ricorda quelle delle vecchie cucine inglesi”, conclude Finucci. Nell’anticucina, poi, sotto una romantica finestrina è murato un acquaio in pietra antica: come dire, cambia anche il modo di cucinare in questa casa diversa da qualsiasi altra che, in armonia con la dimensione emotiva e culturale della sua artefice, ne rappresenta l’anima.

Progetto di Maria Cristina Finucci - Foto di Alberto Ferrero