A Coyoacán, Città del Messico, uno studio costellato di oblò, grandi occhi rotondi attraverso cui passano luce e aria, ma anche il senso della costruzione. Per Pedro Reyes, un artista architetto impegnato a raccontare le contraddizioni, i ‘peccati’ e le passioni del mondo contemporaneo

L’artista Pedro Reyes, usando materiali e media diversi, realizza opere che discutono le contraddizioni del sud del mondo. I suoi lavori spesso assemblano elementi differenti che dialogano tra loro, come sulla scena di un teatro immaginario. Per esempio, Disarm è un’installazione pacifista, del 2013, che accumula resti di armi distrutte dall’esercito messicano, mentre Pharmasphere, dello stesso anno, è una performance che rappresenta la storia della fabbricazione, della distribuzione e del consumo, dal proibizionismo a oggi, delle droghe illegali.

Ogni opera, per Reyes, è la dimostrazione di un punto di vista molto preciso e l’espressione di un messaggio, chiaro e forte, che si rivolge al pubblico nel modo più diretto. Anche la sua architettura ha queste caratteristiche di estrema schiettezza. Dissacrante manipolatore di simboli e icone del nostro tempo, Reyes adotta soluzioni francamente brutali, dove gli elementi portanti acquistano grande evidenza, mentre tutto ciò che di solito accompagna, integra e completa il progetto è annullato e cancellato.


°
Nato a Città del Messico nel 1972, Pedro Reyes ha frequentato la Ibero-American University, dove ha studiato architettura. Realizza progetti che propongono soluzioni ludiche ai problemi sociali: dal trasformare le pistole in strumenti musicali all'offrire hamburger di cavallette ecologici da un carrello della spesa, Reyes trasforma i problemi esistenti in idee per un mondo migliore. Nelle mani dell'artista, argomenti complessi come le filosofie politiche ed economiche vengono riformulati in modi semplici, come uno spettacolo di marionette con Karl Marx e Adam Smith che combattono su come condividere i biscotti. Vive e lavora a Città del Messico, in Messico.

Il radicalismo di Reyes lo porta, da una parte, a eliminare, senza se e senza ma, tutto quello che non è necessario; e dall’altra lo spinge a enfatizzare, con un approccio espressionista, quello che conta, quello che serve e che è importante. Per esempio, la sua casa-studio, pubblicata su Interni 665 (ottobre 2016), esibisce una biblioteca in cemento a vista di grande impatto che pone i libri al centro, perché sono intesi da Reyes come prima risorsa di conoscenza e di produzione: se il libro è l’oggetto centrale, la casa allora non è altro che il contenitore della libreria.

Nel quartiere di Coyoacán, a Città del Messico, dove Reyes è nato nel 1972, il suo nuovo atelier è stato costruito, a partire dal 2014, con un paziente lavoro quotidiano, in addizione al nucleo originale, composto appunto dalla sua casa e dalla biblioteca. Come spiega Pedro, “lavoro con una squadra di muratori che si applica sia alla scultura sia all’architettura e, in qualche modo, l’atelier è una scultura abitabile che, nel tempo, continua a mutare”.

L’edificio è infatti completamente consono al materiale che, in questo momento, è al centro del suo progetto, la pietra, lavorata da Reyes in grandi blocchi. L’atelier è composto da due ali che si incontrano formando una “L”, una destinata alle attività soft – disegnare, leggere, incontrarsi –  e l’altra al lavoro pesante, raccogliere e scolpire i blocchi di pietra e forgiare il ferro. Quest’ultima presenta quindi esigenze di carattere industriale, è un’officina d’artista con spazi grandi, a doppia altezza, illuminati da un lucernario a shed. E la struttura è potente, in grado di sostenere carichi di oltre dieci tonnellate.

L’ala soft, invece, è caratterizzata da un open space molto informale ed è anch’essa illuminata da un sistema zenitale ma attraverso un congegno diverso, formato da una serie di alti cilindri che catturano la luce, la schermano e la diffondono attraverso gli oculi che punteggiano l’intero soffitto.

Quest’ala è arredata con mobili originali, su disegno di Reyes, sottoposti anch’essi a una costante ricerca progettuale: “La maggior parte dell’arredo”, dice l’artista, “è realizzata qui, da noi, e ogni pezzo viene perfezionato attraverso una serie di prototipi successivi. Spesso non facciamo alcun disegno ma partiamo direttamente dalla pietra vulcanica che si trova qui, la stessa che gli aztechi usavano per le loro piramidi e per i loro utensili”.

Lavoro con una squadra di muratori che si applica sia alla scultura sia all’architettura e, in qualche modo, l’atelier è una scultura abitabile che, nel tempo, continua a mutare (Pedro Reyes)."

All’esterno, l’immagine dell’intero edificio è dominata dal profilo delle pareti perimetrali, composte da pannelli prefabbricati, disegnati da Reyes, che hanno una sezione ricurva sia alla base che al colmo. Questa forma tondeggiante, scandita dalle giunzioni orizzontali e verticali e ribadita dagli oblò e dalle finestre arrotondate, conferisce all’edificio un aspetto che sta a metà tra l’industriale e il nautico.

Ma nell’architettura d’artista di Pedro c’è di più: “usiamo il cemento, tipico dell’architettura brutalista degli anni ’60 e ’70, ma anche fibre di palma, per le stuoie su cui dormire, il bambù, per le tende e per i divisori leggeri, e poi il legno e la ceramica, materiali senza tempo dove restano evidenti le tracce del lavoro manuale”.

Progetto di Estudio Pedro Reyes - Foto di Edmund Sumner