Un resort costruito tra terra e mare sull’isola corallina di Miriandhoo alle Maldive per Westin, operatore del gruppo Marriott International. Un complesso di piccole architetture declinate secondo figure contemporanee che rileggono forme marine, pensato in chiave sostenibile nell’ambito della tutela del fragile ecosistema del luogo

Costruire oggi un resort alle Maldive, dove il turismo costituisce la principale risorsa economica, in un sistema di isole che saranno destinate purtroppo a scomparire sommerse dall’innalzamento del livello del mare a causa del riscaldamento globale, significa affrontare l’emergenza del pianeta in modo diretto. L’atollo di Baa, dove si contestualizza il recente intervento di Peia Associati presentato in queste pagine, è parte del delicato sistema della riserva mondiale della biosfera dell’Unesco, insieme a siti di fama mondiale quali l’isola di Komodo in Indonesia, la roccia di Ayers in Austrialia, le isole Galápagos in Ecuador.


Marta Nasazzi e Giampiero Peia
°
Nel 1995 Giampiero Peia fonda lo studio Peia Associati a Milano, progettando con soluzioni innovative, dall’architettura all’industrial design. L’attività progettuale è alimentata da uno spirito di costante ricerca trasversale nei diversi ambiti della progettazione ereditato dall’esperienza precedente con Ignazio Gardella. Dal 2003 al 2006 è partner di Piero Lissoni nello studio Lissoni Peia Associati dove collabora con Marta Nasazzi che diventa partner dello studio Peia Associati nel 2006 e da allora riveste il ruolo di responsabile del settore interni. I numerosi progetti realizzati e in corso di realizzazione dello studio, soprattutto nell’ambito dell’ospitalità, rappresentano un’opportunità di ricerca, diversificazione e confronto con diverse condizioni, contribuiscono enormemente alla creazione di valore e conoscenza e hanno conseguito numerosi riconoscimenti e premi a livello internazionale.

Nello specifico, Miriandhoo, dove si trova questo resort di Westin, operatore del gruppo Marriott International, è una piccola isola che emerge dal mare come un prezioso ecosistema compiuto, dove ogni intervento da parte dell’uomo comporta necessariamente una fine sensibilità architettonica e una profonda consapevolezza ambientale. Così il tema di ‘disegnare un’isola’ è stato per lo studio milanese di Giampiero Peia anche un’occasione per sperimentare un progetto innovativo e sostenibile di un insediamento turistico, che, volto alla riduzione dell’impiego di energia fossile (attraverso accorgimenti legati allo studio climatico del sito per limitare l’impatto dell’intervento sull’ecosistema), ha abbandonato, dal punto di vista compositivo, le soluzioni ‘in stile’ che caratterizzano l’immagine della maggior parte dei resort nell’arcipelago maldiviano.

Si è operato nella ricerca e nella definizione di un abaco di figure architettoniche dichiaratamente contemporanee, che dai bordi dell’isola, sulle spiagge, si protendono sul mare sostenute da palafitte, con un pontile in legno di collegamento che disegna una sorta di recinto dall’ armonica forma e allungata, creando al suo interno una grande vasca natatoria naturale. Sull’altro lato dell’isola, una linea curva disegna, come una pennellata architettonica sull’acqua, la disposizione della seconda parte dei cottage su palafitte che conclude la figura dell’insediamento nel blu. La distribuzione delle costruzioni ha perlopiù conservato la vegetazione esistente: alle palme e agli alberi, arretrati rispetto al bordo di sabbia bianca dell’atollo, sono stati addossati i settanta bungalow e le strutture comuni senza che sia stato necessario ridurre le preesistenze arboree.

Alcuni container impiegati per il trasporto di materiali, poi divenuti uffici del cantiere, sono stati infine trasformati nello spazio del centro immersioni, con l’aggiunta di una copertura lignea a sbalzo, che riprende la soluzione del ‘doppio tetto’ ventilato adottata dalla maggior parte delle architetture dell’isola."

Le piccole architetture ricettive, sia quelle su palafitte che quelle sull’isola, sono composte da due elementi: un ‘astratto’ cubo bianco, aperto con ampie vetrate verso il mare con le piscine riservate, è sormontato da una copertura lignea a volta o a conchiglia – memoria di un guscio protettivo –indipendente dall’elemento sottostante. Questa soluzione, oltre a definire una figura compiuta, crea un sistema di ombreggiamento e di ventilazione naturale, evitando l’irraggiamento solare diretto sulla capsula abitativa con il conseguente innalzamento della temperatura negli spazi interni. Ai tetti curvi di stile organico che ricordano, non solo per i cottage, forme della vita marina del luogo (i gusci delle tartarughe, la magica plasticità delle mante, la superficie liscia degli squali balena, le spirali delle conchiglie richiamate nelle scale elicoidali) si affiancano poi i tetti piani o a falda unica inclinata che caratterizzano alcune strutture comuni poste al centro dell’isola.

In questo caso le coperture diventano supporto per il posizionamento di pannelli solari e fotovoltaici, ma anche per le coltivazioni idroponiche che producono in loco verdura e legumi riducendo in parte le necessità di approvvigionamenti alimentari. Distintive dell’architettura del resort sono anche le strutture del molo di arrivo e del miniclub; in questo caso due tensostrutture bianche in tessuto ETFE seguono la linea dello scheletro di acciaio che le sostiene, disegnando delle architetture leggere.

Particolare attenzione è stata posta ovunque all’impiego del legno. Trattato e selezionato sia per le coperture dei bungalow sia per il molo e i pontili delle unità su palafitte (qui pino tropicale delle piantagioni a rimboschimento veloce della Nuova Zelanda), il legname utilizzato proviene da aree forestali controllate e a crescita rapida, consentendo così di evitare l’impiego di teak raro e in via di estinzione normalmente usato nei resort dell’arcipelago. Strutture prefabbricate e assemblate in loco per ridurre ogni spreco caratterizzano le costruzioni degli spazi comuni, mentre nella logica dell’economia circolare dei pali di cemento residuali delle lavorazioni, per esempio, sono stati riutilizzati per costruire una recinzione.

Si è operato nella ricerca e nella definizione di un abaco di figure architettoniche dichiaratamente contemporanee, che dai bordi dell’isola, sulle spiagge, si protendono sul mare sostenute da palafitte, con un pontile in legno di collegamento che disegna una sorta di recinto dall’ armonica forma e allungata, creando al suo interno una grande vasca natatoria naturale."

Inoltre alcuni container impiegati per il trasporto di materiali, poi divenuti uffici del cantiere, sono stati infine trasformati nello spazio del centro immersioni, con l’aggiunta di una copertura lignea a sbalzo, che riprende la soluzione del ‘doppio tetto’ ventilato adottata dalla maggior parte delle architetture dell’isola. Anche gli interni delle strutture ricettive sono stati realizzati con materiali naturali, mescolando negli intonaci a base di calce piccoli legni e coralli morti; mentre per i rubinetti dei bagni è stata scelta una finitura di acciaio AISI 316 piuttosto che i più delicati e dannosi trattamenti cromati. In questo piccolo atollo l’architettura, in un gioco di assonanze formali con il mondo marino, diventa così uno strumento che concorre a definire un nuovo calibrato ecosistema naturale/artificiale.

Progetto di Peia Associati - Foto courtesy di Peia Associati