Dentro la balena. Alfonso Femia ci racconta, in esclusiva, la sua casa-studio a Genova, in un antico e nobile palazzo con giardino, che diventa la bussola del suo viaggio attraverso città e architetture, tempo e spazi, sguardi e soglie, materie e luci

Ormai da 18 anni dei suoi 25 di attività professionale, Alfonso Femia, architetto di statura internazionale di base a Genova, Parigi e Milano, ha messo radici nella città della Lanterna, in via Interiano, in un’estensione-adiacenza dell’antico Palazzo Interiano Pallavicini costruito dall’architetto ticinese Francesco Casella tra il 1565 e il 1567.

Qui si trova lo studio ‘campione’ degli Atelier(s) Alfonso Femia (AF517), tra i laboratori di progettazione e pensiero più stimolanti. E quasi senza soluzione di continuità, tra ambienti passanti e avvolgenti, la cucina e il giardino, una foresteria per amici e ospiti e due saloni che si affacciano sulle due piazze di Fontane Marose e Portello, si sviluppa la sua abitazione, l’isola più privata, condivisa con pochi, la famiglia e i libri della biblioteca.

Oltre la lettura didascalica di un luogo di per sé meraviglioso – è tra i 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova e dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – vicino a via Garibaldi e alla mappa aurea dei suoi musei, ci piaceva l’idea di parlare con Alfonso Femia di città e di architettura come forme di rappresentazione e interpretazione della complessità contemporanea. Lui ha accolto l’invito e questo è il racconto coinvolgente che ci ha regalato, rispondendo in modo appassionato alle nostre domande.


Alfonso Femia
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Alfonso Femia sviluppa una “ricerca intorno alla materia” che lo porta a collaborare a progetti di design con aziende internazionali e insieme con AF*design approfondisce i temi legati alla ceramica, alla luce, al legno, al vetro, al cartone e al cemento biodinamico. La progettazione tridimensionale della ceramica e della sua applicazione all’architettura portano alla realizzazione di alcuni prodotti che caratterizzano i recenti interventi residenziali di Parigi, di Brescia e della nuova sede di BNL/BNP Paribas a Roma. Con l’artista Danilo Trogu e alla sua magica poetica, sviluppa un “bestiario mediterraneo” in ceramica, che anima i Docks di Marsiglia, le OGR di Torino e le residenze di Asnières-sur-Seine a Parigi. AF*design è un team di ricerca e sviluppo del progetto intorno alla materia. Alfonso Femia, Simonetta Cenci, Enrico Martino, Fabio Marchiori, Alessandro Bellus, Luca Bonsignorio, Marco Corazza, Sara Gottardo, Carlo Occhipinti, Carola Picasso.

Caro Alfonso, partiamo dal luogo. Tu ascolti i luoghi e parli di cronotopia, di suoni, vibrazioni e frequenze...

Noi siamo il tempo e gli spazi che viviamo, attraversiamo, a cui torniamo.

Che cosa rappresenta per te Genova? Una città di monti e di acqua, quell’acqua che è un grande tema della tua ricerca: è stato un po’ come tornare ai fondamentali?

Genova rappresenta l’idea che amo delle città, un unicum continuo tra territorio, paesaggio, architettura, materia e intimità, dove il confine tra intimo e collettivo si traduce in soglie minime o importanti che si leggono, talvolta, nella pietra con cui la città è stata pensata e costruita. Come se fosse scolpita, ricavata da un volume denso di sentimenti. È acqua e terra. È cielo e mare. È vento e orizzonte. È molto più di una singola città. È il luogo dal quale ho scelto di partire verso il mondo e a cui ritornare ogni volta. Mi accompagna, silente, introversa, ma sempre più dentro me, ogni giorno del mio tempo.

Di che cosa non potresti fare a meno?

Della sua capacità di inventare scenari e reinventare se stessa, fuori da regole, codici, affermazioni, dogmi, linguaggi. È vera, scomodamente sincera a volte. Genova è una città che non ha paura di sbagliare. Ha il coraggio di guardare in faccia il suo presente, anche quando sa di essere fragile e debole rispetto al suo passato. Occorre essere all’altezza di Genova. Non è sempre facile, è una sfida costante che la città lancia silenziosamente accogliendoti. È una grande e continua lezione da cui è impossibile sfuggire.

A proposito di lezioni, che cosa ritrovi della città in questa casa-studio, dalle cui finestre inquadri il giardino di Palazzo Lomellino e anche Palazzo Rosso, restaurato e riallestito museograficamente da un maestro come Franco Albini?

Tutto. A partire dalla genesi. Simonetta, mia socia e moglie, ha individuato questo luogo tra tanti altri, con una incredibile sensibilità. È uno spazio di sintesi, l’essenza della città, del suo essere territorio e urbe allo stesso tempo. In poche centinaia di metri è una continua sorpresa, invenzione, meraviglia. Inattesa e semplice alla fine, come Genova, seppur nella sua magnificenza non dichiarata. Quanto a Franco Albini, è un vicino interessante da guardare. Nel tempo sento un’affinità con i suoi progetti fatti di materia, di paesaggi urbani, di dimensione introversa e stratificazioni. Vi è un operare silente nel suo lavoro fatto di dialogo e sguardo costante, non è sovrapposizione ma ricerca di una conversazione in continuità tra i diversi tempi.

Che cosa vi diceva questo antico palazzo quando l’avete incontrato?

Che sarebbe stato la nostra guida, se avessimo saputo ascoltare e vedere. Che ci avrebbe accudito, chiedendoci molto senza proferire alcunché, ci avrebbe spronato a ricercare la bellezza attraverso la realtà, ci avrebbe sempre ricordato che occorre avere visione, essere insieme sognatori e responsabili.

Dove stavate prima?

In un bell’appartamento in via Assarotti, poco lontano da dove siamo oggi, ma in un contesto completamente diverso. Dopo sette anni ci serviva più spazio, e anche un luogo che avesse un’anima e un’identità che sentissimo nostra. Ricordo, come se fosse presente, l’emozione provata, aprendo la porta, stregato dalla magia che pochi luoghi riescono a trasmettere. Non ho avuto dubbi, il nostro futuro doveva passare da questo spazio, è stata una consapevolezza di appartenenza reciproca. E da quel momento tutto per me ha cominciato a prendere senso.

Si crea, si costruisce, si vive passo passo. Ogni momento, esperienza, incontro trasmette il testimone a un altro tempo, momento, esperienza e incontro. Quelli più importanti restano con te sempre."

Cosa ti sei portato dietro e cosa hai lasciato indietro?

Mi sono portato dietro i sogni e non ho lasciato indietro niente, credo nell’idea del futuro come somma di presenti, secondo la visione di Sant’Agostino. Si crea, si costruisce, si vive passo passo. Ogni momento, esperienza, incontro trasmette il testimone a un altro tempo, momento, esperienza e incontro. Quelli più importanti restano con te sempre.

Oggi che cosa è diventato per te questo posto, dove hai riunito studio e abitazione, lavoro, vita e affetti, pubblico e privato?

Mi rappresenta, rappresenta quello in cui credo, a cui sono legato e a cui mi riferisco attraverso il mio lavoro. Genova e il mio studio sono il cuore e il motore, l’energia, indicano le rotte di espansione o, meglio ancora, dove indirizzare lo sguardo e quale ritmo dare ai diversi momenti. Tredici anni di Parigi e il ‘mio’ Mediterraneo mi hanno fatto comprendere, ancora di più, che in ogni viaggio mi porto dietro inconsciamente Genova, con le sue contraddizioni, le pause inattese e i cambi di registro. Genova è la città più contemporanea al mondo, in un contesto unico tra Appennini e mare, in un equilibrio perennemente precario ma con un’anima e un corpo solidi a fare da àncora e rifugio.

Trovo qui sempre la forza progettuale di trasgredire, di dubitare, di porre domande più che affermare certezze. Vi è una idea di bellezza forte, brutale, intensa, intima. Luce, ombra, colore, materia, natura, infrastruttura, rumori e silenzio: è un tutt’uno, e l’uomo ha un ruolo fondamentale nel racconto di questi spazi infiniti e nel modo in cui essi vengono percepiti. Questo posto rappresenta i compagni di viaggio che sono con me oggi, lo sono stati in passato e che saranno con me in futuro. Chi lavora con me deve passare per Genova anche solo per poco tempo, per ‘sentire e capire la balena’.

Già, la Balena, il simbolo del tuo studio. Puoi raccontare come e perché?

È un’immagine di luce, di mare e cielo, la metafora di una ricerca permanente in approfondimento e in espansione. È l’idea di tempo, ritmo e contrasto apparente che spesso introduciamo nei nostri progetti. Anni fa Danilo Trogu, artista della ceramica, aveva interpretato queste riflessioni, realizzando su mia richiesta la coda di una balena in immersione, per un nostro progetto temporaneo in Svizzera. È qui, nel giardino di Genova, la trasposizione simbolica del mio sguardo e dell’idea di tempo. È una presenza che ti porta sempre altrove.

La Balena nasce e prende una forma negli ultimi anni anche dal rapporto umano, prima che professionale, che mi lega a Gianluigi Pescolderung, grande interprete del design della comunicazione. L’abbiamo disegnata insieme una serata bellissima a Venezia, al calar della luce, quando l’acqua e il cielo diventano un tutt’uno e il brusio delle persone suona al ritmo del luccichio sulla Laguna. Non si comprende appieno il nostro modo di vedere, pensare e fare architettura se non si passa da queste stanze, se non si incontrano questi luoghi e la città di Genova. È una sequenza continua di percezioni urbane e di paesaggio, collettive e intime. È poesia, cinema, teatro, musica. È ciò che rappresenta per me l’architettura all’unisono con la vita.

Ho voluto far diventare l’atelier, come spesso facciamo nei nostri progetti, un dispositivo percettivo e sentimentale della realtà, una forma di generosità reciproca tra gli spazi e noi stessi."

Se pensi a Genova e alla Balena, ti vengono in mente un libro (oltre a Moby Dick di Herman Melville, 1851) o un film in particolare, che ritieni abbiano interpretato bene la città e il suo territorio?

È difficile dirlo perché per me Genova è troppo per essere rinchiusa in un unico riferimento letterario o cinematografico: è molte parti di alcuni film o molti sguardi di fotografi. La ritrovo in molti passaggi di testi, anche se non parlano di Genova. È protagonista, antagonista, mandante, oppositore, aiutante invisibile che attraversa diverse rappresentazioni perché racconta uno stato d’animo che cambia nel tempo, cogliendo il presente dell’uomo. 

Com’è cambiata la città rispetto a quando sei arrivato?

È cambiata moltissimo. La città da grigia è diventata di molti colori. Da chiusa e respingente ha cominciato a farsi amare e ad amare. Non sempre, senza routine: è come in un vero rapporto di coppia, con discussioni e confronti continui. Potrà diventare una città meravigliosa quando riconquisterà il legame con il mare, con la sua costa in maniera unica. Credo e crederò sempre nell’espressività e nella potenzialità di Genova.

Una dichiarazione d’amore. Tornando al palazzo, ci spieghi come hai affrontato il progetto di recupero dell’architettura e degli ambienti?

Mettendo in scena lo spazio stesso, la sua anima, il suo essere, percependo sia interno sia esterno, senza snaturare l’identità del tempo, la stratificazione, senza intervenire per rendere irreale ciò che può sembrare decadente o délabré. Ho voluto far diventare l’atelier, come spesso facciamo nei nostri progetti, un dispositivo percettivo e sentimentale della realtà, una forma di generosità reciproca tra gli spazi e noi stessi.

Quale palette materico-cromatica hai adottato e perché? Hai fatto tutto da solo o con Simonetta?

Amiamo, Simonetta e io, le sequenze, i ritmi come nella musica, agire per contrappunti. Colori e materia nell’atelier, il bianco e la messa in scena di tutte le aperture verso la città e i suoi cromatismi che entrano nella casa. Abbiamo ‘costruito’ gli spazi senza l’ansia di dover sistemare tutto subito, e solo oggi, a distanza di parecchi anni, lo studio ha un vero rapporto di sedimentazione con il tempo.

Quali sono gli elementi del racconto che ritieni più significativi in questo quadro?

Le finestre, le luci, la dimensione ininterrotta, quasi cinematografica, degli spazi, dalla casa all’atelier, al giardino, in un loop continuo avvolgente, dai confini indistinti. Non si comprende quando finisce uno e inizia l’altro. Mi piace che le finestre siano aperte, che la città possa entrare dentro visivamente, che al calar della sera ogni stanza abbia una sua luce accesa in maniera differente a seconda dell’uso momentaneo, al fine di creare un paesaggio fluido sempre in equilibrio tra intimità e convivialità, tra interno ed esterno.

Come scegli di introdurre un oggetto di design nelle tue stanze? 

È sempre una questione di sentimento e di rapporto con il tempo. Ci sono istantanee della vita che lasciano una traccia concreta con oggetti che sono subito memoria, indipendentemente dal fatto che mi piacciano. Resta da comprendere, nel tempo, se potranno essere parte veramente integrante del corpo unitario, mentale di questo luogo.

Genova rappresenta l’idea che amo delle città, un unicum continuo tra territorio, paesaggio, architettura, materia e intimità, dove il confine tra intimo e collettivo si traduce in soglie minime o importanti che si leggono, talvolta, nella pietra con cui la città è stata pensata e costruita. Come se fosse scolpita, ricavata da un volume denso di sentimenti."

Non c’è un oggetto che ti è più caro?

Non posso identificare un unico oggetto. Ognuno contiene un significato e un sentimento diverso e importante per me, per noi. Forse ora, a distanza di vent’anni, la coda in ceramica della balena blu che avevo chiesto a Danilo Trogu assume un significato predittivo. Racchiude l’evoluzione del percorso che mi ha portato a molte scelte e oggi a “Insidethewhale”, l’anima degli Atelier(s) AF517.

E, invece, c’è un tuo spazio privilegiato?

Anche questo è legato al tempo, al mese, alle settimane, alle giornate, alle ore del giorno. Ma poiché ogni spazio confina con altri due, ha una sua magia di transizione. Dopo tre mesi di lockdown, il giardino sicuramente ha assunto un ruolo di privilegio unico e raro a cui è difficile rinunciare.

Quali sono i progetti di architettura e design più significativi su cui stai lavorando in questo momento?

Abbiamo avuto la fortuna di vincere diversi concorsi internazionali negli ultimi due anni, di aver portato alla fase di cantiere molti progetti che stiamo ultimando e alcuni che stanno partendo, e soprattutto di continuare alcune ricerche a cui tengo molto. Ci stiamo occupando di scuole/università, di città, di housing, di recupero di aree urbane e di edifici esistenti. Proseguiamo con i progetti per le architetture e gli spazi del lavoro che si integrano con la ricerca che da anni porto avanti, con gli Atelier(s), sulla materia e sul design, ovvero sulla luce, sulla ceramica, sul cemento, sul vetro, sul legno. Il progetto per la Zecca a Roma, il campus Bnl a Roma, l’università di Annecy, due nuovi quartieri urbani a Parigi e a Marsiglia sono tra le esperienze più significative in questo momento.

Progetto di Alfonso Femia / AF517* - foto di Stefano Anzini / courtesy Atelier(s) Alfonso Femia